All’insaputa dei cittadini, Lega e PD stanno decidendo la privatizzazione del Maria Adelaide.

 

È pubblico e ufficiale da inizio anno il Progetto di trasformazione del Maria Adelaide in struttura sanitaria moderna ed efficiente, conforme alle leggi e regolamenti nazionali ed europei, elaborato da medici, infermieri, tecnici sanitari, abitanti e studenti che vivono, studiano e lavorano nei quartieri Aurora Rossini Vanchiglietta di Torino.

Infatti è già stato consegnato personalmente nelle mani dell’Assessore regionale alla Sanità, è stato illustrato in sedute pubbliche ai consiglieri regionali e comunali membri delle rispettive Commissioni Sanità, si sono espressi favorevolmente su di esso il Presidente dell’Ordine dei Medici, la segreteria regionale dell’ANAAO, il sindacato infermieri Nursind, il Coordinamento dei medici di famiglia “Now or Never”, il Direttori generali dell’ASL Città di Torino e dell’AUO Città della Salute, la Circoscrizione 7.

Il presidente di quest’ultima, con un improvviso voltafaccia – in pieno Ferragosto – rinnegando ogni precedente impegno, e in spregio alle migliaia di cittadini/e che hanno sostenuto con le loro firme il Progetto per “Il Maria Adelaide che Vogliamo” – propone ora di spartire i 13.000 mq del complesso del Maria Adelaide in residenza studentesca e struttura sanitaria, da finanziare con i fondi del PNRR, destinati anche ai privati.

Il Partito Democratico (?) ha addirittura iniziato una raccolta firme a sostegno di questa soluzione, gradita alla Lega, ma opposta a quella sostenuta da molti altri cittadini con il Progetto per “Il Maria Adelaide che vogliamo”.
PD e Lega si stanno infatti buttando sulle ingenti risorse che l’Unione Europea mette a disposizione del nostro paese con il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per privatizzare la sanità. È il rischio che corre il Maria Adelaide.

Quello che la Regione aveva considerato per anni un edificio cadente e troppo costoso da ristrutturare, è stato poi giudicato recuperabile con 4 milioni di euro dalla perizia asseverata presso il Tribunale di Ivrea e messo in vendita, senza esito, per 8 milioni di euro. Le Universiadi del 2025 hanno offerto all’Università di Torino l’occasione di mettere le mani sui 13.000 mq. del Maria Adelaide, da trasformare in residenza per 400 studenti fuori sede, dotata anche di un ambulatorio di 482 mq da aprire al quartiere. Il costo complessivo è di 31.790.000,00 euro. Una cifra spropositata, comprendente 8.000.000 di euro per l’assurda compravendita di quel bene pubblico da parte di enti pubblici (Università e Regione). Un business inammissibile tra enti pubblici, i cui beni non devono essere oggetto di mercato, ma utilizzati a seconda delle necessità collettive sotto forma di comodato gratuito.

Forse anche per questo il governo non intende stanziare gli 80 milioni di euro per le 4 operazioni immobiliari legate alle Universiadi 2025 che a Torino comprendono, oltre al Maria Adelaide: Lingotto, Scuola Salvo d’Acquisto e Prato Parella. E sembra essere questa la ragione per cui i Rettori non hanno ancora accettato di far parte del Comitato Organizzatore delle Universiadi.

La sanità pubblica non diventi terra di conquista per chi specula sui Beni Comuni
NO inciuci e mediazioni sul Maria Adelaide

I tempi sono stretti: gli enti pubblici e privati coinvolti devono stipulare entro il 2022 il Contratto Istituzionale di Sviluppo con dettaglio di tutti i siti individuati per gli investimenti nonché l’elenco degli adempimenti e scadenze a garanzia della realizzazione degli impegni assunti e della loro realizzazione, a cui sarà subordinata l’erogazione dei fondi PNRR.

L’Assessore regionale alla Sanità aveva già anticipato alla delegazione dell’ Assemblea Riapriamo il Maria Adelaide una prima verifica a fine agosto/primi di settembre. IL PD si inserisce ORA a gamba tesa: rinnega gli impegni assunti ancora di recente e pretende di rappresentare anche un movimento che non si riconosce affatto nelle sue proposte, perché

* sono incompatibili con l’obiettivo di restituire il Maria Adelaide alle funzioni sanitarie e sociali necessarie ai 90 000 abitanti e lavoratori di Aurora Rossini Vanchiglietta ,

* favoriscono il lucro e la speculazione privata sull’edilizia abitativa universitaria e sulla sanità pubblica e accessibile a tutt*.

Invitiamo pertanto a respingere la mediazione al ribasso offerta dal PD alla Lega sul futuro del Maria Adelaide e a sostenere invece il Progetto della sua trasformazione in struttura sanitaria moderna ed efficiente, nato dalla volontà e con il contributo qualificato di medici, infermieri, tecnici sanitari, abitanti e studenti che vivono, studiano e lavorano nei quartieri Aurora Rossini Vanchiglietta di Torino, scaricabile qui: http://bit.ly/3ltQYdW.

Torino, agosto 2021

 

(La foto a corredo dell’articolo è di Fabrizio Maffioletti)

 

Neofascismo e revisionismo di Stato: è tempo di reagire. Di Tomaso Montanari

1.

Domenica scorsa il ministro Franceschini si è assunto la responsabilità della nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell’Archivio Centrale dello Stato. Lo ha fatto minimizzando indecentemente l’episodio della santificazione di Pino Rauti, di cui De Pasquale fu responsabile. La reazione delle associazioni delle vittime delle stragi fasciste è stata ferma: «La nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità. Noi non solo vigileremo ma non ci fermeremo qui». Se, come spero, impugneranno la nomina, avranno ottimi argomenti per vincere.

Sarebbe importante, perché ormai da anni è in corso un’agguerrita guerra culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: una battaglia il cui obiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato. E cioè la cancellazione della storia che racconta cosa fu davvero il fascismo, e cosa è stato il neofascismo criminale della seconda metà del Novecento.

Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica. In una coraggiosa lettera aperta, lo storico Angelo D’Orsi ha accusato il presidente Mattarella di aver fatto «un grave torto alla conoscenza storica» con il «discorso del 10 febbraio [2020], in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i “martiri delle foibe”, ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: “pulizia etnica”. Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo». Le cose, ha invano spiegato D’Orsi al Capo dello Stato, andarono diversamente: «la storiografia ci dice tutt’altro […]: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito».

La falsificazione agisce a tutti i livelli. Così Matteo Salvini prova a rovesciare la storia, sostenendo che il sottosegretario leghista Durigon, invocando il ritorno dell’intitolazione del Parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, non farebbe altro che difendere una storia ininterrotta fino al provvedimento di «un sindaco di sinistra» che nel 2017 lo dedicò a Falcone e Borsellino. È falso: quel parco cambiò nome (come la stessa città, che si chiamava Littoria…) dopo la Liberazione, e solo nel 1996 un sindaco dichiaratamente fascista recuperò la dedica al fratello del Duce (peraltro senza atti formali, ma solo facendo realizzare alcuni cartelli stradali). Quel sindaco, Ajmone Finestra, non era un “innocuo” nostalgico: per i suoi crimini a Salò il pubblico ministero (che era Oscar Luigi Scalfaro…) chiese la pena di morte. È questa la storia che Durigon difende, e questo l’osceno grumo di neofascismo che Salvini accoglie, e su cui Mario Draghi vergognosamente tace.

Ed è questo il quadro culturale in cui si colloca un De Pasquale che, da direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, accoglie la donazione del Fondo Rauti con un comunicato che definiva il fascista Pino Rauti «statista», e «organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico». Pura propaganda di parte: che negava la ragione stessa per cui quel fondo andava accuratamente studiato, e quindi eventualmente accettato dopo averne messo in chiaro la natura – giacché era evidentemente stato creato con finalità apologetiche che avrebbero dovuto essere sottoposte a serrata critica, e non amplificate sui media.

Quel che la Destra vuole ottenere è nientemeno che la negazione radicale del presupposto della nostra Costituzione, la quale è anche «un comando sui vinti», cioè sui fascisti: dal 1948 in poi, in Italia il fascismo non è in alcun modo equiparabile all’antifascismo, né è un’opzione praticabile per il futuro. È un tabù assoluto: e tale deve rimanere, se vogliamo che la democrazia sopravviva.

Un leghista bolognese ha difeso la nomina di De Pasquale auspicando che faccia emergere dai fondi dell’Archivio Centrale dello Stato «qualcosa occultato per anni». Dalla riabilitazione dei Ragazzi di Salò perpetrata da Luciano Violante alla legge sulle Foibe, dal parco di Latina al sostegno leghista a De Pasquale l’obiettivo è sempre lo stesso: riscrivere la storia dalla parte del fascismo. Sapendo benissimo che l’unico modo per farlo, è falsificarla.

2.

Mi sono dimesso dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali per protestare pubblicamente contro l’arroganza del ministro della Cultura Dario Franceschini, e denunciare l’umiliazione di quello che dovrebbe essere il massimo organo tecnico-scientifico del patrimonio. Sabato il Consiglio Superiore aveva inviato al ministro una nota in cui lo invitava a «tenere in adeguata considerazione» le forti obiezioni espresse dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi di Bologna, Brescia, Milano sulla nomina di Andrea De Pasquale, «anche alla luce dell’importante ruolo di garanzia attribuito dalla normativa vigente all’Archivio medesimo per la conoscenza della memoria storica dell’Italia contemporanea». Franceschini non ha risposto, ma domenica ha annunciato che la nomina ormai era fatta. Le associazioni hanno risposto che la nomina «sbatte la porta in faccia alle associazioni e alle tante donne e uomini di cultura che si sono associati alle nostre preoccupazioni», e ribadito che «la nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità».

La nomina del responsabile dell’archivio centrale della Repubblica spetta al presidente del Consiglio dei ministri, che se ne è lavato le mani: così il ministro della Cultura si è trovato a godere di una insana autarchia. Nel modo in cui l’ha usata si intrecciano tutti i fili della involuzione del governo del patrimonio culturale. La rosa dei candidati era straordinariamente esigua: perché da anni i ranghi degli archivisti di Stato vengono massacrati dal letale definanziamento imposto da una politica senza cultura e senza memoria. Il progressivo svuotarsi della tutela consente l’espandersi dell’arbitrio del livello politico, sempre più insofferente ad ogni limite. E una parte dei funzionari rinuncia volentieri alla propria autonomia, genuflettendosi alla politica e ottenendo così una rapida carriera da yes-men.

Questa fatale deriva, che segna la fine del governo autonomo del patrimonio culturale secondo scienza e coscienza, è esattamente ciò di cui si dovrebbe occupare il Consiglio Superiore. Perché affidare l’Archivio Centrale a un non archivista che si è prestato a una aggressiva campagna neofascista, significa privare quel cruciale istituto di ogni autorevolezza scientifica, e dunque renderlo un docile strumento della politica. Mentre l’unica garanzia che la verità storica non venga occultata o manipolata, sarebbe un soprintendente tecnicamente indiscutibile, culturalmente autorevole e indipendente dalla politica.

Ho inutilmente chiesto che il Consiglio condividesse la reazione delle associazioni alla nomina, stigmatizzando il mancato ascolto da parte del ministro. La risposta del presidente, il professor Marco D’Alberti (da qualche mese divenuto consigliere giuridico del Presidente del Consiglio Draghi) è stata che «qualunque ulteriore presa di posizione del collegio sarebbe inopportuna e istituzionalmente impropria». Così il Consiglio continuerà a fare nomine in organi purtroppo inutili (consigli scientifici e consigli di amministrazione dei musei autonomi soggetti all’arbitrio dei super direttori), ad approvare finanziatissimi progetti speciali dei quali non riceve adeguata documentazione, e a tenersi accuratamente lontano dai problemi veri. Clamoroso il caso del PNRR e della conseguente istituzione di una Soprintendenza speciale: ci è stato consentito di parlarne solo dopo che il Consiglio dei Ministri aveva preso la decisione. E allora qual è il ruolo del Consiglio nel governo del patrimonio?

Dimettendosene, il 28 maggio 1960, Ranuccio Bianchi Bandinelli scriveva che «il Consiglio Superiore non è tenuto quale organo attraverso il quale alcuni competenti specialisti sono chiamati ad affiancare e orientare le direttive ministeriali, ma piuttosto come strumento per avallare e coprire decisioni già prese, spesso provocate da pressioni che possono dirsi politiche solo nel senso deteriore del termine, cioè del tutto particolaristico e clientelistico». È ancora così: e se quelle decisioni rappresentano un’apertura al revisionismo fascista, è il momento di dare l’allarme. Non lascio il posto di combattimento: lascio un Consiglio Superiore reso inutile, ma resto nel Comitato tecnico scientifico delle Belle Arti, presidio di tutela dell’interesse generale.

In Assemblea Costituente, Concetto Marchesi spiegò quale fosse la colpa degli intellettuali fattisi zona grigia intorno all’avanzata del fascismo: «Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile. È avvenuto […] perché si trattava di una scienza, di una cultura, di un’arte interessata, e quindi destinata a volgersi verso tutti gli approdi sotto la spinta di ogni vento». Per la piccola parte che dipende da me, la storia non deve ripetersi.

La foto a corredo dell’articolo è di Vincenzo Cottinelli

«Frequento luoghi di guerra» di: Gino Strada

È morto Gino Strada, medico, fondatore di Emergency, da sempre impegnato, in Italia e nel mondo, sui temi dei diritti, della salute, dell’accoglienza e contro ogni guerra e uso delle armi. Molti anni fa gli chiesi un contributo per l’agenda di Magistratura democratica del 2006, dedicata al tema della legalità. Mi mandò uno scritto molto intenso per spiegare la sua difficoltà a parlare di diritto e di diritti in un contesto di conflitti e di guerre. La situazione, da allora, non è mutata, e credo che ripubblicare oggi le sue parole sia il modo migliore non solo per ricordarlo ma anche per tener dritta la barra contro chi ogni giorno parla di legalità e di diritti e, contemporaneamente, promuove guerre e discriminazione (l.p.)

 

Frequento luoghi di guerra, e parlare di diritto in contesti di guerra mi pare, sinceramente, un ossimoro.

Non l’ho pensato da sempre. Appartiene alla mia preistoria una non breve stagione di collaborazioni con il Comitato Internazionale della Croce Rossa e per dovere d’ufficio, non foss’altro, mi sono trovato in qualche contiguità – non dirò confidenza – con le Convenzioni di Ginevra, con il «diritto umanitario». Seguo anche – con minor coinvolgimento, confesso – il gioco del calcio. E mi sono fatto l’idea che il rispetto delle regole non avvenga per qualche slancio di civiltà, sia pure una «civiltà del gioco». Il calciatore rispetta regolamenti e arbitri per la ragione che dopo questa partita ne seguirà un’altra; che fuori dal campo ci sono altri scopi e fini (anche molto materiali) desiderabili, che violando le regole si metterebbero a rischio. Ecco, questo mi pare d’aver capito: che la guerra mette in gioco tutto; talmente tutto che in gioco sono la vita e la morte; talmente tutto da non consentire nessuna certezza sulla disponibilità di un «dopo-partita» e di un «fuori campo».

Vengono meno, così, in guerra, gli spazi e i tempi nei quali trova ragione e fondamento il rispetto delle regole. E un comportamento basato esclusivamente sulla dedizione alla lealtà verso un valore, non sono cinico abbastanza da escluderlo a priori. Potrà darsene il caso, e ne avremmo qualche figura esemplare sotto il profilo estetico e morale. Se m’interrogo con sincerità, tuttavia, non riesco a pensare che quella totale, gratuita, disinteressata dedizione ai valori possa costituire l’universalità dei casi, una motivazione diffusa e generalizzata di comportamenti diffusi e generalizzati. Un domani, un «oltre» in guerra non ha nessuna certezza, nessuna solidità. Non ha perciò un ragionevole fondamento l’aspettativa di un sistematico rispetto delle regole. Temo che le vecchie, care Convenzioni di Ginevra possano essere, al più, un fondamento della punizione: una punizione iniqua se destinata, com’è spesso e prevedibilmente, a raggiungere soltanto gli sconfitti. Temo che l’efficacia di queste norme nel regolare – diciamo almeno nel moderare ‒ i comportamenti sia più nulla che scarsa.

Ho pensato un tempo che chi è certo della vittoria è anche certo di avere a disposizione quel «poi» e quell’«altrove» cui mi sono riferito. Ho dunque immaginato qualche corrispondenza ai fatti della colpevolezza sistematicamente riscontrata nei soccombenti, essi soli, nelle guerre degli ultimi decenni, privi della prospettiva di un «oltre» che fornisca un motivo al rispetto delle regole. Essi soli, dunque, portati all’infrazione. Ho tentato, insomma, di chiedermi se non ci fosse qualche frammento di verità nel riscontrare colpe soprattutto nei soccombenti. Ho abbandonato questa lettura dei fatti, che a suo modo aspirava ad essere comprensiva, se non generosa, verso i «trionfanti», che d’istinto non amo. Guantanamo e Abu Ghraib sono il nome di questo abbandono. Anche i vincitori certi a priori infrangono le regole. Dall’essere vincitori certi a priori traggono motivo, pare, per rivendicare la facoltà di infrangerle.

Ho chiacchierato – potrebbe mancare il latino? – solamente di ius in bello. Il resto – lo ius ad bellum ‒ no, è davvero troppo. Certo per la mia incompetenza. Ma non solo. Avete mai provato a chiudere gli occhi – se gli occhi fanno parte di quel che ne resta – a un bambino, a una donna, a un vecchio… a qualcuno distrutto da un’esplosione? Per me «la guerra» è questo. E il «diritto a far guerra» si traduce, senza ipocrite omissioni, nel diritto a produrre questi effetti che mille volte ho conosciuto. Questi ricordi non possono convivere con le distinzioni tra «guerra giusta», «guerra legittima», guerra non so che altro.

Non riesco a seguire e capire parole che per me sistematicamente, univocamente significano corpi distrutti, esseri umani cancellati, esistenze che potrebbero essermi contemporanee e sono invece passate. Il mio mestiere mi fa conoscere anche la sofferenza e la morte: sono frequentazioni inevitabili. Ma possono avere dentro di sé ‒ la sofferenza e la morte ‒ qualche umana intensità, forse anche qualche “dolcezza”, quando sono accompagnate da uno sgomento e da un sentimento di sconfitta che accomuna chi resta, che riguarda l’umanità tutta, la percezione di una condivisa, tragica «fatica di vivere». Ma in guerra un corpo inerte, un soggetto diventato «cosa» non è una riprova dolorosa della condizione umana: è l’equivalente di un trofeo, il successo raggiunto nell’applicazione di un «diritto internazionale»…

Non so bene che cosa sia questo diritto, sono però certo che mi è estraneo, che mi rifiuto di capirlo. Se si tratta di ciò che a me pare, spero che i miei simili tutti lo trovino, come me, ripugnante.