Resistenze parallele, di Ezio Bertok

Non posso portare pesi, so correre in fretta, ma certo meno in fretta dei ragazzi. Altre son le cose che posso fare: non queste, anche se mi piacerebbero tanto. Per queste va bene Paolo.
Inghiottii con sforzo e mandai giù di colpo il bicchierino di grappa che la nostra ospite ci aveva offerto.
– Brava! – rise Sergio, ammirato. E ricominciò a parlare; e raccontò di don Foglia, il cappellano dei “ribelli”, il giovane prete straordinario che entra in una chiesa vestito da sacerdote ed esce dalla sagrestia vestito da macellaio e, coi più strani travestimenti, batte tutta la valle con la sua inseparabile bicicletta, collegando, incuorando, animando, instancabile…
… È venuto Sergio a chiamare Paolo perché vada con lui domani a Comba Scura, a studiare un altro ponte, per rifarsi della mancata distruzione di quello dell’Aquila, del cui fallimento – e si capisce! – non s’è ancora consolato. Il giorno dopo si fermeranno al Martinetto, presso San Giorio, per la cerimonia del giuramento dei “partigiani” (par che sia questo il termine con cui s’è stabilito di definire quelli che si chiamavan finora “ribelli” o “patrioti”)».

Sono parole di Ada Prospero Gobetti, tratte dal suo bellissimo Diario partigiano. I giorni sono quelli che precedono immediatamente l’8 dicembre ‘43, Ada è in Val di Susa. Il giuramento di cui parla è quello che si sarebbe poi tenuto alla Garda (nella foto), nei boschi di S. Giorio, nella bassa Val di Susa, poco lontano da Bussoleno e Susa. A chi non è della valle sembrerà un’inutile forzatura partire da così lontano per parlare del corteo che l’8 dicembre 2023 ha portato oltre 5000 No Tav da Susa a Venaus. Non è così.

La maggior parte di coloro che marciavano verso Venaus nel 2005 e chi ancora oggi continua a dire “ora e sempre Resistenza” ha bene in mente quel lontano 8 dicembre del ‘43 in cui, dopo mesi di attentati e sabotaggi perpetrati ai danni dei tedeschi in più punti della valle di Susa, i partigiani valsusini dettero ufficialmente vita a un coordinamento delle azioni per contrastare il nazi-fascismo. Quel giorno nasceva di fatto la Resistenza, il primo gruppo partigiano d’Italia si costituì con un solenne giuramento alla Garda. Il figlio di Ada, Paolo, faceva parte del gruppo e una messa fu celebrata proprio da quel don Foglia di cui parla Ada nel suo diario. La storia di don Francesco Foglia detto “Dinamite” è raccontata nel bel libro di Chiara Sasso e Massimo Molinero Una storia nella Storia e altre storie. Francesco Foglia sacerdote (ed. Morra, Condove, 2000): il libro è ormai introvabile ma si può scaricare in pdf dalla pagina che riporta le parole di un altro partigiano presente al giuramento della Garda, Ugo Berga, mancato nel 2018. La stessa Chiara, in Canto per la nostra valle (aprile 2002) avrebbe poi raccontato i primi anni della lotta No Tav e la comunità che intorno ad essa stava nascendo.

Il nome di Ugo Berga compare più volte nel diario di Ada Gobetti: «A Mattie ho incontrato Ugo, che ho subito riconosciuto per i suoi capelli rossi. Abbiam chiacchierato circa due ore trovandoci perfettamente d’accordo…». Ugo avrebbe poi partecipato, anche ultranovantenne, a numerose iniziative del movimento No Tav portando sempre i suoi ricordi e sue lucide analisi. Nel 2013, a Mattie, poco lontano da Bussoleno, mi era capitato di ascoltarlo mentre attualizzava i suoi ricordi lontani mettendo a confronto il compressore del cantiere di Chiomonte dato alle fiamme pochi giorni prima con il sabotaggio che il 29 dicembre ‘43 aveva distrutto il ponte dell’Arnodera, sopra Meana di Susa, sul tratto della ferrovia che porta in Francia attraverso il traforo del Frejus; sabotaggio in cui Don Foglia aveva avuto un ruolo determinante.

No, non è una forzatura ricordare il giuramento partigiano della Garda per parlare della resistenza di oggi in Valsusa. “Giovani No Tav – Ora e Sempre Resistenza” recita lo striscione che apre il corteo, poco più in là i gonfaloni dei comuni e i sindaci con la fascia tricolore che reggono lo striscione “Amministratori Valle di Susa” e a seguire altre decine di striscioni e tante bandiere No Tav. Accompagnato da una leggera pioggerellina mista a neve il corteo si muove lentamente attraversando le vie di Susa e poi su, lungo la statale che porta al colle del Moncenisio. Al bivio “dei passeggeri” per Venaus questa volta nessun blocco di polizia attende il corteo: anche diciotto anni fa, l’8 dicembre 2005, nevicava a Venaus ma allo stesso bivio i manganelli si erano abbattuti con rabbia sulle teste dei manifestanti che avrebbero poi beffato gli agenti scegliendo itinerari impervi e avrebbero liberato Venaus scendendo dai boschi. Da lì in avanti è stata tutta un’altra storia, gli irriducibili dei tanti partiti delle grandi opere inutili avrebbero dovuto inventarsi altri tracciati per il Tav, intanto gli anni passavano. Poi era venuta la militarizzazione della Valle, lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, l’apertura del cantiere di Chiomonte per lo scavo del cunicolo esplorativo; poi, in anni più recenti, il cantiere di San Didero aperto per l’ennesimo spostamento di un autoporto che forse verrà nuovamente abbandonato come quello costruito nello stesso luogo pochi decenni prima: l’importante è muovere il cemento e foraggiare le mafie proteggendole con scudi, manganelli, blindati, idranti e lacrimogeni.

In Val di Susa la lotta no Tav spesso si lega alla lotta partigiana, molte iniziative di lotta evocano anche nell’immaginario quegli anni: i pendii impervi sopra Venaus, i sentieri nei boschi sopra il cantiere di Chiomonte, le lunghe attese al buio nelle azioni di disturbo ai cantieri… Gli anniversari non vengono mai celebrati con rituali intrisi di retorica: non vale solo per l’8 dicembre in cui alla commemorazione della Garda non mancano mai le bandiere no Tav. I cortei organizzati dal movimento che ogni anno ricordando la liberazione di Venaus del 2005 sono anche, e soprattutto, momenti di lotta che prevedono anche iniziative che riportano alla lotta di liberazione dal nazifascismo: quest’anno ad esempio, in una piccola borgata a ridosso di Bussoleno erano in programma letture resistenti a 80 anni dal giuramento della Garda.

I giovani No Tav, che hanno aperto il corteo di venerdì scorso sono ben coscienti di questi legami e del fatto che i valsusini, anche molto anziani, vivono la militarizzazione della valle come una vera e propria occupazione militare che rimanda immediatamente a quella nazifascista. Un esempio per tutti: le parole di Celerina che nella sua testimonianza raccolta dal Controsservatorio Valsusa associa d’istinto un recente episodio in cui un terreno No Tav veniva espropriato per allargare il cantiere di Chiomonte a un episodio dei primi anni ‘40 che aveva visto protagonisti la sua mamma e il Podestà che la minacciava di morte. La stessa rabbia, un terribile senso di impotenza che lascia però subito il posto all’azione vincendo ogni tentazione di rinuncia e rassegnazione. Ampi estratti delle testimonianze raccolte dal Controsservatorio Valsusa scavando nel vissuto anche lontano dei militanti anziani sono disponibili in video e il volume pubblicato recentemente “Voci narranti. Storie resistenti dalla Valsusa” le riporta integralmente.

A riprova che il legame tra lotta No Tav e lotta partigiana è così sentito in valle ecco un altro esempio recentissimo. Il Polo del ‘900 è uno spazio culturale nel cuore di Torino che ospita tra l’altro il Museo Diffuso della Resistenza e l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza. In un incontro pubblico di pochi giorni fa, nel quadro del progetto Orizzonti venivano presentati i risultati di una ricerca dal titolo suggestivo “Movimento No Tav. Tra storia e immaginario”. Una giovanissima e bravissima ricercatrice interloquiva con una militante storica del movimento ed ecco che nel ricordare le emozioni e le paure delle notti successive allo sgombero della Maddalena di Chiomonte nel 2011 viene evocata un’immagine ripresa proprio dal Diario Partigiano di Ada Gobetti. Non è casuale, è un qualcosa che i valsusini sentono dentro di sé.

Chi crede ancora che la lotta No Tav sia nata dal nulla e sia solo una battaglia nimby che dura ormai da troppo tempo e finirà presto provi a vincere i pregiudizi e venga in Val di Susa per toccare con mano: scoprirà una comunità vera che ha preso coscienza di esserlo proprio nella lotta No Tav e in questa lotta ha portato l’esperienza di anni di lotte precedenti: per il lavoro, per la difesa dell’ambiente, per la pace. Nel corteo di venerdì scorso non mancavano le voci degli operai di una fabbrica di Bruzolo occupata nei giorni scorsi, non mancavano le bandiere di quella Palestina che sta subendo la vendetta di Israele che si illude di vedere garantito il suo diritto ad esistere uccidendo migliaia di bambini palestinesi: ad oggi già quasi 8000, il numero cresce giorno per giorno.

Il corteo di venerdì scorso è stato anche un momento di verifica interna al movimento attraversato negli ultimi anni da difficoltà che sembrano oggi in gran parte superate. Mentre i cantieri procedono a rilento, mentre l’Europa si interroga di nascosto sui costi e su possibili tagli ai finanziamenti promessi, mentre appare sempre più concreta l’ipotesi che se mai il tunnel di base venisse fatto rimarrà un buco senza sbocchi da entrambi i lati, mentre la repressione giudiziaria non si placa il movimento è arrivato a questo 8 dicembre dopo una fase di profonda riflessione su sé stesso, sulle strategie, sui rapporti con le amministrazioni locali, sul suo radicamento nel territorio, sui rapporti con i No Tav francesi, sugli strumenti di comunicazione e sulle modalità di lotta. È stato un confronto molto proficuo, un momento di cui molti sentivano il bisogno.

Negli anni scorsi i ricatti politici nei confronti dei sindaci No Tav avevano prodotto lacerazioni, il finanziamento di opere di messa in sicurezza del territorio era stata condizionato all’accettazione di fondi riconducibili alla realizzazione del TAV, i sindaci si erano trovati in difficoltà e alcune scelte avevano creato forti tensioni con il movimento, talvolta si era affievolita la capacità di ascolto e la disponibilità al confronto. La partecipazione al corteo della grande maggioranza dei sindaci della valle sta a indicare che molta acqua è passata sotto i ponti e oggi si guarda avanti in una ritrovata serenità nel rapporto con il movimento. Nello stesso tempo molti giovani della valle si sono fatti avanti ritagliandosi un ruolo da protagonisti e garantendo un ricambio generazionale di cui si sente la necessità. E riprende a crescere la partecipazione popolare, anche le affollate serate informative con i tecnici (bravissimi) ne sono una conferma.

Di tutto ciò i grandi media sembrano non accorgersi, impegnati come sono a cercare momenti di tensione con le forze dell’ordine da ingigantire isolandole dal contesto per riproporre e rafforzare l’immagine del nemico No Tav, aggressivo e violento. Questa volta sono rimasti a bocca asciutta, neppure un mozzicone di sigaretta abbandonato sul ciglio della strada. E pensare che il Prefetto, con tempismo sospetto, sequestrando e mettendo i sigilli a due presidi No Tav, aveva offerto non pochi pretesti. La provocazione non è stata raccolta, anche il prefetto è rimasto a bocca asciutta, magari sarà per un’altra volta.

Però qualcosa è successo, non in Val di Susa ma a Torino, dove si è replicata con poche varianti la scena di alcuni giorni prima al campus dell’Università dove le vittime erano stati studenti, studentesse e due professoresse. È successo in mattinata alla stazione ferroviaria di Porta Nuova dove un gruppo di No Tav voleva prendere un treno per partecipare al corteo di Susa. Con il pretesto che qualcuno non aveva il biglietto o non voleva esibirlo ai poliziotti (da quando in qua hanno avuto da Trenitalia l’appalto del controllo della validità dei biglietti?) il treno è stato semplicemente soppresso. Sì, sembra incredibile ma è proprio così: soppresso. Pare che a un gruppo di passeggeri disabili e increduli Trenitalia abbia offerto in cambio un viaggio in taxi, i No Tav si arrangino, si rassegnino e se ne stiano a casa. Ma i No Tav non si sono rassegnati, hanno cercato di salire sul treno successivo ma hanno dovuto fare i conti con i manganelli della polizia schierata in tenuta antisommossa. Mentre la maggior parte di essi riusciva poi a partire alcuni finivano al pronto soccorso. Questa è Torino, questo è il nuovo laboratorio di repressione, l’altra faccia dei mercatini di Natale e delle luci d’artista nelle vie dello shopping. Chissà se qualcuno dei no Tav ha gridato “Viva l’Italia antifascista” ed è riuscito a sfuggire all’identificazione da parte della digos: Porta Nuova non è la Scala di Milano ma con i tempi che corrono dichiararsi antifascisti comporta rischi ovunque in questo nostro povero Paese che pare aver dimenticato le pagine più nere della sua storia.

Il movimento No Tav in questi lunghi anni ha insegnato che resistere, resistere e ancora resistere porta i suoi frutti e semina speranze tra i giovani e, come ha scritto la professoressa picchiata dalla polizia insieme ai suoi studenti, li porta a reagire di fronte a «un clima bellico, che delegittima il “nemico” e nega possibilità di espressione al pluralismo, al conflitto, alla critica, al ragionamento complesso…» ricordando poi che «l’espressione del dissenso è elemento costitutivo e imprescindibile della democrazia».

Tra gli anziani No Tav valsusini che passano il testimone della lotta ai giovani riecheggiano spesso parole analoghe a quelle di Ada Gobetti che si mostra dispiaciuta di non poter «correre veloce come i ragazzi, anche se mi piacerebbe tanto». Il corteo dell’8 dicembre in Val di Susa con i suoi richiami alla lotta partigiana ripropone il valore dell’antifascismo e lancia un invito a tutti: se non ora quando?

 

Martedì 19 dicembre MODELLO TORINO. LA DEMOCRAZIA DEI FASCISTI E DEI MANGANELLI. Alle ore 18 Aula Magna del CLE Lungo Dora Siena 100

Rispondiamo alla violenza poliziesca e alla gestione di un ordine pubblico che sdogana fascismo e reprime ogni forma di dissenso.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a episodi, nel capoluogo piemontese, di violenta repressione del dissenso, sdoganamento di neofascisti e delle organizzazioni ad essi legate, e restringimento di ogni spazio possibile di democrazia e manifestazione del dissenso.

Un clima, riconducibile a precise decisioni politiche, che dalle università, con l’ingresso della celere e le manganellate autorizzate dal rettore, fino ad ogni spazio della città, con le cariche del 3 ottobre e di questo 8 dicembre a Porta Nuova, rendono Torino un vero e proprio laboratorio repressivo di quella che è la linea governativa.

Ad ottobre abbiamo visto tutti nei video pubblicati in rete la celere in assetto antisommossa all’interno dei corridoi universitari a manganellare gli studenti, fianco a fianco con i fascisti tanto che era difficile distinguerli. A dicembre invece, dopo aver fatto per l’ennesima volta la scorta ad un piccolo gruppo di neofascisti che volevano volantinare in università, e dopo che questo gruppo ormai ci aveva rinunciato data la pronta reazione di tutti gli studenti e di alcuni docenti dell’Università, hanno caricato a freddo e per due volte studenti e docenti che erano lì pacificamente a contrastare la propaganda fascista. Anche l’8 dicembre le forze dell’ordine non hanno esitato a caricare violentemente gli attivisti Notav intendi a prendere il treno per la manifestazione a Susa, la celere ha sostituito Trenitalia nel controllo dei biglietti provocando numerosi feriti.

In un clima nel quale i gruppi di destra si sentono sempre più legittimati ad intervenire, è nelle loro fila infatti che si sono politicamente formati tanti dei membri dell’attuale governo Meloni, la questura di Torino è sistematicamente coinvolta in ogni azione del FUAN al Campus e sistematicamente gli studenti manganellati sono gli antifascisti, per non parlare della storica repressione contro i NoTav.

Dalle contestazioni alla Meloni del 3 ottobre, in cui la presidente del Consiglio dopo aver lasciato che la questura malmenasse gli studenti in piazza e dopo aver dichiarato di sentirsi dalla parte giusta della Storia, è stato fatto un salto di qualità in negativo nella gestione dell’ordine pubblico in questa città e non è più possibile ridurre tutto a scontri con i cosiddetti antagonisti. La Questura di Torino intende fare pizza pulita del dissenso e non si preoccupa nemmeno più di rispettare ordini e procedure dal momento che è pienamente legittimata dalla presidente del Consiglio.

Il 5 dicembre anche due docenti, Alessandra Algostino e Alice Cauduro, sono state manganellate e stanno procedendo con le querele, inoltre un compagno dopo essere stato evidentemente malmenato da alcuni agenti, come evidente nei video, è stato trattenuto senza alcuna ragione all’interno del commissariato. Altri quattro feriti a Porta Nuova l’8 dicembre.

La gestione dell’ordine pubblico ha superato evidentemente ogni limite tanto che mette in discussione l’assetto democratico di tutte le istituzioni che dovrebbero essere invece antifasciste ma nei fatti avvallano ogni tentativo di propaganda reazionaria, anche usando gli agenti di polizia come scorta di pochi e nostalgici personaggi. Questo non è compatibile con la democrazia, non è da Stato democratico che sia la celere a controllare i biglietti in stazione. Questo è inaccettabile e va fermato.

Ci sembra necessario cominciare a costruire un argine che non soltanto si opponga, come stiamo facendo, ad ogni iniziativa del FUAN e dei fascisti in città o nell’università, ma soprattutto richiamare alle proprie responsabilità questo governo che ormai – come da tradizione fascista – al conflitto sociale intende opporre solo il muso duro della forza pubblica e dei suoi manganelli. Il rettore Geuna che nel suo mandato ha più volte condannato gli studenti e protetto i fascisti, ma anche la questura di Torino. Su quest’ultima siamo molto critici, siamo stanchi di vedere la nostra città, le nostre università, e la Val di Susa, usati come laboratorio di repressione. Siamo stanchi di essere sistematicamente malmenati in piazza senza ragione e con una violenza in alcun modo giustificabile, come tutti possono vedere dai video i feriti durante le manifestazioni si contano a decine. E se la situazione è pesante in tutta Italia non si può negare che la questura di Torino abbia il pugno più pesante delle altre, e che troppo spesso il livello di violenza non è assolutamente compatibile con quello che chiamano gestione dell’ordine pubblico, ma piuttosto si tratta di repressione violenta e reazionaria di ogni espressione del conflitto, anche con la funzione di proteggere i fascisti.

Ne parleremo con:

Alessandra Algostino – docente ordinaria di giurisprudenza presso UniTo
Giorgio Cremaschi – Potere al popolo
Gianluca Vitale – avvocato legal team Italia
Volere la Luna

Elenco in aggiornamento…