Articoli categoria: Cultura

TODAY FOR TOMORROW A CINEMAMBIENTE 2021

Il progetto di serialità “Today for Tomorrow”, a cura di Alessandro Genitori ed Elis Karakaci, nato in collaborazione con l’ASviS per raccontare le storie di chi concretamente ha adottato uno o più Goal dell’Agenda 2030 attraverso una serie di pillole video e interviste alle realtà italiane portavoce dello sviluppo sostenibile. Il progetto è iniziato con la creazione di una prima puntata pilota, che ha visto come produttore esecutivo Francesco Dragone e che è stato supportato dall’Associazione Nazionale Museo del Cinema e da Filmika; puntata che sarà presentato ufficialmente a Torino il 6 ottobre, alle ore 16.00, nella selezione “Made in Italy” di CinemAmbiente

VIVILIBRON CAMPIDOGLIO LIBRI SALVATI E REGALATI VIA MUSINE 5-7

Vivilibròn Campidoglio

recupera e  rimette in circolo libri salvati dal macero con momenti di festa per tutti.

sabato 9 ottobre

con un libro sei sempre in vacanza ore 15 -20

sabato 16 ottobre

salone  del libro Off ore 15 -20

domenica 14 novembre

dedicato alle  donne ore 11-16

domenica 5 dicembre

libro sorpreso ore 11-16

 

 

 

dal sito di unitre-pinerolo

Vincenzo Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del 900-1
Vincenzo  Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del 900-2
Vincenzo Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del 900-3
Vincenzo-Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del 900-4
Vincenzo Baraldi-Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del 900 – 5
Vincenzo Baraldi-Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del novecento-6
Vincenzo Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del ‘900 -7
Vincenzo Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del ‘900 – 8
Vincenzo Baraldi – Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del ‘900-9
Vincenzo Baraldi-Condizione operaia e rappresentazione del lavoro nella letteratura italiana del ‘900-10

L’Inceneritore maledetto di: Valerio Moschetti

Quando Pio decise di prendere casa al Gerbido, i lavori per l’inceneritore erano appena iniziati.

Alcuni amici gli avevano detto che siccome un gran numero di operai lavoravano a quel progetto, era davvero facile rimediare qualcosa da mangiare tutti i giorni. Avevano l’abitudine di mangiare all’aperto, sotto la tettoia che serviva da ripostiglio ai macchinari e quando tornavano al lavoro per terra c’era un tappeto di briciole davvero interessante. E’ vero, c’erano molti piccioni che si aggiravano nei dintorni ma si sa, i piccioni sono lenti e per un passerotto in piena salute come Pio non erano un problema reale. Lui veniva dalla campagna a sud di Rivoli, viveva in una vigna rubacchiando cibo alle galline, ai maiali e qualche volta osava pure avvicinarsi alla ciotola di Fido, il cane del cascinale. Aveva scelto di scendere in città convinto da altri passerotti intraprendenti e dalla speranza di trovare la sua anima gemella. Così successe, dopo qualche tempo, mentre i lavori proseguivano veloci e rumorosi, incontrò Pia, una splendida passerotta dalle piume leggermente striate. Fu amore a prima vista e dopo una stagione trascorsa a svolazzare tra le impalcature che contornavano il grande comignolo, decisero che era venuto il tempo di far crescere la famiglia. Intanto venne l’inverno e l’inceneritore iniziò a lavorare a regime. Si dicevano tante cose al suo riguardo. Alcuni topi, venuti da Milano, raccontavano che quel fumo biancastro che usciva dal comignolo era pieno di terribili veleni e alcune topesse avevano partorito cuccioli deformi, senza coda o nei peggiori casi senza zampe. I piccioni raccontavano che erano frottole, tutte fantasie di sorci lombardi contrari allo sviluppo. Secondo loro l’aria tiepida attorno al bruciatore aiutava a sopportare meglio l’inverno, spesso era facile trovare cibo nei cassoni dei camions che portavano i rifiuti e l’aria aveva un profumo dolciastro che stimolava l’appetito. Come venne la primavera Pio e Pia si diedero da fare a metter su nuova casa, un nido fatto a regola d’arte, con scorie raccolte nei dintorni, imbottito con le morbide ceneri e abbastanza vicino al camino da avere il riscaldamento garantito nella successiva stagione invernale. Eppure nonostante ogni buona volontà l’estate passò senza che Pia facesse un uovo fecondabile. Passato il tempo dovuto, lo lasciavano cadere dal nido, in un disastroso volo che lo spiaccicava al suolo. Ne approfittava un topino milanese di bocca buona. Poi finalmente anche per Pio e Pia venne il momento magico per cui l’uovo iniziò a trasformarsi. Finalmente il miracolo della fecondazione aveva interessato anche loro e dentro il sottile ma robusto guscio milioni di cellule cominciarono a replicarsi. Erano felici, indaffarati. Pio cercava di far sì che non mancasse mai cibo e che il fumo dell’inceneritore aiutasse Pia nella cova. Passarono i giorni e venne il tempo della schiusa. Ma l’uovo rimaneva intatto, forse un piccolo ritardo, poteva succedere. Passarono uno, due giorni, nulla. Si era fatta pure la luna piena. Niente ancora. Pia, come aveva imparato da sua madre, iniziò a picchiettare sulla sommità del guscio, per favorirne la schiusa. Alcuni colpi, poi altri, sinché ad un certo punto si incrinò, mentre una crepa cominciò ad allungarsi verso il basso. Restarono in attesa, ansiosi ed eccitati. Le due metà caddero ai lati e dall’interno una massa di piume arruffate rotolò fuori, esanime. Non aveva capo, non aveva coda, non aveva soprattutto vita! Forse i topi milanesi avevano ragione, quel grande comignolo fumante portava la morte! Pio fu il primo a riprendersi dal grande dolore, decise che era ora di andare via, di tornare alla vigna in collina dove l’aria era pulita e senza quel dolciastro veleno. “Pia, andiamo via, subito…” si mise a cinguettare con tutto il fiato che aveva in gola. Pia provò a battere le ali, per lanciarsi in volo, ma il terribile veleno aveva colpito anche lei. Non era in grado di coordinare il volo, planò disastrosamente finendo la sua caduta proprio sotto le ruote di un camion che stava arrivando, pieno di spazzatura. Il rumore delle piccole ossa frantumate dal grosso pneumatico furono l’ultimo dolore che Pio volle sopportare; si lanciò a capofitto contro quella maledetta ciminiera, con la speranza di poterne scalfire almeno un mattone. Come lui altre centinaia di uccelli si lanciarono contro il comignolo assassino, quasi fossero sassi di una rivolta insperata, una natura che rifiuta di essere avvelenata. Cento, mille sassi contro la fabbrica di morte, migliaia di piccole vite pronte a sacrificarsi affinché qualcuno si accorgesse che così non si poteva continuare, che quel veleno avrebbe ammalato tutti, compreso chi aveva voluto costruirlo. Pio e Pia non erano morti invano, però a dirla tutta, si sarebbe potuto evitare.

 

Valerio Moschetti nasce a Bordighera il 22 novembre 1955.

Vive in località Due Strade dove i genitori gestiscono il negozio di alimentari. Frequenta le superiori all’Istituto Ferrini di Albenga dove si diploma in Elettronica nel 1974.
Poi parte per il servizio di leva in Marina come Ufficiale di Complemento per l’Accademia Navale di Livorno. Successivamente in Puglia e definitivamente in Sicilia sino al 1976.
Rientrato, si imbarca per un’estate su uno yacht a vela a Montecarlo dove affina la passione per il mare.
Poi, per amore e per lavoro, si trasferisce a Torino dove prende impiego in attività inerenti i suoi studi. Si trasferisce con la compagna a Sori, vicino a Genova e successivamente rientra a Torino, lavorando per la IBM.
Quindi, definitivamente si sposta nel settore delle Arti Grafiche come tecnico installatore e riparatore, e questa resta in sostanza la sua attività primaria.
Attualmente collabora con le testate nazionali prestando servizio presso la GMDE, azienda leader nell’assistenza tecnica dei quotidiani.
Continua a navigare, questa volta per le autostrade italiane.
Nell’estate 2011, quasi per caso, inizia a collaborare con un giornale on-line, Bordighera.net, e trova nell’amore la fonte della sua ispirazione. Come se avesse da sempre aspettato quel momento lascia correre le mani sulla tastiera del computer e vede riempirsi il video di tante storie piene di emozioni, sentimenti. Piacciono, piacciono ai suoi amici, ai lettori del giornale ed anche a qualche critico notoriamente difficile. Piacciono anche a lui ma più di tutto trova nella scrittura il permesso per esprimere la sua essenza, i sentimenti.

Sistema proporzionale e democrazia di Tomaso Montanari

Com’è possibile che una democrazia anteponga gli interessi di pochissimi a quello di (quasi) tutti? Domanda ingenua, ma necessaria: capace di guardare alla politica con quello inesorabile sguardo infantile che costringe ad andare alla sostanza ultima delle cose, denunciando la nudità del re.

Ebbene, perché in un’Italia in cui, dopo un anno di pandemia, aumentano contemporaneamente, ed esponenzialmente, sia le file davanti alle mense dei poveri sia gli ordini ai cantieri dei superyacht, non si riesce a varare una legge patrimoniale, una tassazione severa delle grandi proprietà immobiliari, una vera tassa di successione per i grandi ricchi? La risposta è brutale: perché, in verità, siamo un’oligarchia.

Una realtà plasticamente rappresentata dal governo paternalista Draghi-Mattarella, ma vera ormai da tempo. La maggioranza degli italiani non è rappresentata dal sistema istituzionale: sono fantasmi politici non solo quelli che non votano più (avendo comprensibilmente perso ogni speranza di giustizia), ma anche quelli che votano, e vengono traditi da leggi di ispirazione maggioritaria che truccano i numeri del Parlamento in nome di una governabilità comunque mai davvero raggiunta, come ognuno vede.

Il risultato finale di questa lunga stagione maggioritaria non è nemmeno il primato degli esecutivi sui parlamenti (che è comunque un dato di fatto, dai Comuni alle Regioni allo Stato), ma quello dei blocchi di capitale e privilegio sull’interesse generale. Semplicemente, l’interesse collettivo non trova nessuno spazio politico: e se la patrimoniale è l’esempio principe, mille altri si potrebbero citare, dalla progressività fiscale tradita, al sistema sanitario, e a quello dell’istruzione, demoliti.

È da questa ineludibile constatazione che prende il via il famoso sentimento anti-politico, inteso come un senso di rigetto verso un sistema in cui la Lega e il Pd vogliono lo stesso sistema elettorale. Salvini da una parte, Prodi e Veltroni dall’altra: tutti invocano il maggioritario, il bipolarismo. E le prime parole di Enrico Letta vanno nella stessa direzione: il Pd sembra tornare ai fantasmi letali della “vocazione maggioritaria” (che in realtà si è tradotta in una vocazione al governismo senza mai vincere le elezioni). Un tradimento grave, dopo i solenni impegni presi da Zingaretti al momento del suo sofferto “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari. Proprio questa riforma offre un’ulteriore ragione, urgente e drammatica, per tornare subito a un proporzionale vero (cioè senza soglie di sbarramento e con circoscrizione unica nazionale): con il combinato disposto tra riduzione dei parlamentari e Rosatellum (o Mattarellum), una maggioranza parlamentare (ma minoranza nel Paese) può prendersi tutti gli organi di garanzia democratica, e addirittura cambiare la Costituzione senza passare dal referendum (i meccanismi di tutela della Carta, a partire dall’articolo 138, funzionano solo col proporzionale). In questo momento (stando a credibili sondaggi) quella maggioranza toccherà alla Destra estrema (scenario da brividi), ma sarebbe inaccettabile anche se i numeri premiassero una (al momento inesistente) Sinistra. Perché il punto è la tenuta dello stesso sistema democratico.

Può sembrare perfino bizzarro parlare di legge elettorale mentre siamo tutti a seguire con il fiato sospeso l’andamento delle vaccinazioni che potrebbero liberarci dalla pandemia: ma proprio la pandemia ha strappato l’ultimo velo a una bancarotta della politica che impedirà di fatto qualsiasi ricostruzione che non sia il semplice ripristino dello stato delle cose.

E allora, se almeno una parte del Movimento 5 Stelle e del Pd avvertono il disagio di governare con Salvini nel governo delle banche e delle mimetiche, la via maestra per costruire una via di fuga da questo permanente game over della politica è proprio un accordo per una legge elettorale proporzionale. Piero Calamandrei diceva che nella Costituzione è racchiusa una «rivoluzione promessa»: se vogliamo darci una possibilità di mantenere quella promessa, l’unica strada realistica è riportare i cittadini nella politica. Cioè tornare a votare un Parlamento che rappresenti l’interesse generale: un Parlamento proporzionale.

Apprendere per caso. E mettere in comune di Lino Di Gianni*

 Pubblicato il 14 Aprile 2018  Comune-Info

Le scoperte, in una scuola di italiano per stranieri, non finiscono mai. E avvengono sempre per caso, anche se il caso non dovrebbe avere un ruolo così importante.

Per esempio, non siamo mica nel libro Cuore, di De Amicis, per scoprire che Babadi, il ragazzo africano che è stato ripreso con una nota sul registro, in realtà è un ragazzo che al mattino alle 8 si presenta a lavorare nel bar della Stazione di Avigliana (Torino), lavora fino alle 14, e poi alle 15 va a frequentare il corso di scuola media fino alle 20?

Per esempio, Mustafa, il ragazzo curdo della Turchia, che è sempre molto assonnato e poco reattivo, qualche giorno fa, mentre parlavamo di cantanti della nazione di origine, si è messo a cantare, senza musica, un bellissimo motivo curdo. Aveva una voce molto intonata e si vedeva che era abituato a cantare in pubblico. Ha anche mostrato un suo video su You Tube, dove lui canta con altri amici curdi.

Parlando del passato come verbo, abbiamo scoperto di cosa è fatta la grammatica del passato prossimo delle persone che con molta umiltà e diligenza vengono ai corsi di italiano. Per esempio, Mohammed, il ragazzo timido con una figlia piccola ci ha raccontato di quando è stato otto mesi nelle carceri della Libia. Ogni quattro giorni davano loro un pugno di riso da mangiare, chiedendo soldi ai parenti per liberarli. Lui aveva la moglie incinta di sette mesi, e ha dovuto farsi prestare dagli amici duemila dollari per essere liberato. “E spesso non hai nemmeno la sicurezza che non vogliano, dopo, altri soldi…”, diceva il nostro amico in classe.

Qualcuno di questi ragazzi è scappato in Francia, rischiando l’assideramento sulle nevi delle Alpi. Stanco di stare qui, senza lavoro, senza documenti, con i parenti che chiedono soldi per vivere.

Quello che a noi sembra poco, per loro, come guadagno è tanto. Ma queste persone hanno necessità di una casa e di un lavoro: sono persone oneste, desiderose di un futuro, che cercano di lottare contro lo sfruttamento del loro Paese e della guerra. Come Dyar e Akram, i due iracheni in classe da noi, che dopo essere stati respinti dalla Svezia sono stati accolti in Val di Susa, nel progetto accoglienza diffusa, seguiti da una cooperativa che si applica con rigore e professionalità nel seguirli.

*Maestro per vent’anni nelle scuole elementari ora con adulti migranti per corsi di italiano in Val Susa, poeta e scrittore di racconti. Fa parte del movimento No Tav da oltre vent’anni. I suoi articoli si possono leggere sulla pagina Facebook del Centro per l’Istruzione degli Adulti di Avigliana (Cpia5To). Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

Il mondo in una stanza di Lino Di Gianni

Quando ero a scuola,
ogni persona che veniva
da me, era un Universo
da scoprire
Una geografia umana
che mi arricchiva continuamente
Per esempio, mai avevo saputo
che in India si parlasse anche
il Punjabi
Ed ora eccolo lì, il mio amico,
paziente, che era venuto per
curare gli animali, in un agriturismo
Fece venire poi anche la moglie,
dall’ India, e la figlia giovane
Anche la moglie, con molta pazienza,
timorosa e gentile, venne ai corsi di italiano
Alla sera, andavano via in bici, al buio,
facendo chilometri su una statale
Io ero in ansia, gli dissi di procurarsi
dei giubbotti colorati rifrangenti
Glieli regalò il datore di lavoro
La ricchezza di quelle persone
per alcuni, era invisibile
agli occhi
per 20 anni ho insegnato ai bambini a Torino. Dal 1993, sono passato ad insegnare nei corsi di italiano per stranieri ( nella Valle di Susa: a Rivoli, Avigliana, Bussoleno). Da sette anni mi sono trasferito da Torino ad Avigliana, stanco di una tangenziale disumana, e contento di trovarmi a poter partecipare alle manifestazioni contro il Tav, un imbroglio mangiasoldi che priverà la Valle di Susa della sua integrità e delle sue acque.

26 maggio: riapre l’Uc con la Lezione Antonicelli

Uc e Compagnia Marco Gobetti riaprono al pubblico la sala storica di via Cesare Battisti 4b (Torino) lanciando la formula del doppio cast e quadruplicando così la possibilità di partecipazione del pubblico a uno spettacolo teatrale.

Nell’approssimarsi della Festa della Repubblica, il teatro torna in Uc con la lezione recitata FRANCO ANTONICELLI – L’inesorabile determinazione a vivere e migliorare il presente di Leonardo Casalino con Diego Coscia e Marco Gobetti (due repliche a testa, in alternanza).

Mercoledì 26 maggio, 4 repliche per studenti e cittadinanza, alle 10; 11,30; 19,45 e 21,15, ingresso a offerta libera. Posti limitati, richiesta la prenotazione via mail (specificando l’ora scelta e indicando un recapito telefonico): unioneculturale@gmail.com

Sono disponibili altre singole repliche nelle mattinate dei giorni successivi presso le scuole superiori di Torino che ne faranno richiesta. 

IL DOPPIO CAST | Lo spettacolo con doppio cast può garantire sino a quattro repliche giornaliere, a intervalli e a partire dal mattino oppure al pomeriggio/sera, senza soluzione di continuità; in questo modo, qualunque spazio teatrale può quadruplicare la quantità di pubblico consentita dalle norme vigenti. Oltre alle occasioni di lavoro per attori e tecnici, si intendono così aumentare le occasioni di partecipazione per gli spettatori limitati dai pur necessari contingentamenti e/o chiusure e/o paure diffuse, derivanti dall’emergenza epidemica. L’idea del doppio cast figura nel documento Politiche produttive illuminate, legato alla mappa sul “teatro che è stato e che sarà” realizzata dal gruppo Centimorgan, nell’ambito del progetto “Argo. Materiali per un’ipotesi di futuro”, promosso  dal Teatro Stabile di Torino.

LA LEZIONE RECITATA | La vita di Franco Antonicelli: la giovinezza sotto il regime, la scelta antifascista, la militanza nei movimenti liberali, la presidenza del CLN piemontese, l’attività di intellettuale a tutto tondo (insegnante, giornalista, letterato, organizzatore culturale, fondatore nel Dopoguerra, tra le altre istituzioni, dell’Unione Culturale, dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte, dell’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, del Centro studi Piero Gobetti), sino all’impegno politico e parlamentare nel gruppo della Sinistra indipendente. Una biografia esemplare, ispirata ai valori della Resistenza, della democrazia e del rispetto dei principi costituzionali, ripercorrendo la quale è possibile affrontare le principali tappe della storia del Novecento italiano.

“Dalla memoria alla Storia – Esperienze di viaggio nel passato”, di Salvatore Tripodi

“Dalla memoria alla Storia – Esperienze di viaggio nel passato”, di Salvatore Tripodi

EDIZIONI MILLE

172 pagine

COD: ISBN 978-88-87780-863

Il viaggio tra storia e memoria raccoglie anni di progettazione di­dattica, cultura e amore per la storia, luoghi della memoria da Torino ai santuari dell’umano dolore, i lager e i campi di sterminio nazisti che l’autore ha raccolto con certosina capacità di fare ordine e chia­rezza nei ricordi di una vita di docente anche e soprattutto attraverso la relazione con gli amici, i colleghi, gli studenti. Percorsi didattici ed esperienze educative, la ricerca del metodo storico come sigillo di una esperienza mai elitaria ed accademica ma come prassi propedeu­tica per un senso civico e civile fondamentali per una co­munità de­mocratica sono il mantra di Tripodi, con il suo coraggio, la sua pas­sione e la sua simpatia. Ebbi la fortuna e l’onore nel 2011 di parteci­pare ad uno dei viaggi del Treno della memoria con Salvatore Tripo­di. Da quel momento è iniziata un’amicizia che dura ancora oggi.

Il mito della civiltà contemporanea fa risalire l’inizio del meravi­glioso progresso umano alla scoperta dell’agricoltura. Gli uomini avreb­bero inventato l’agricoltura per far fronte alla crescita della popola­zione e, così facendo, divennero sedentari e costruirono vil­laggi e poi città… Parlare di storia, alimentare la memoria del passa­to per comprendere il presente e costruire il futuro è la cifra profon­da e saggia del presente volume di Salvatore Tripodi.

Insegnante, cittadino attivo, sindacalista, formatore, viaggiatore e soprattutto amico ha raccolto una vita, la sua, che mai è stata caratte­rizzata dall’io personale e solitario, ma sempre dal noi plurale e aper­to. Tutto parte da un bellissimo titolo che esprime quasi un deside­rio che mai potrà essere compiutamente esaudito, “visitare” il passa­to.

Oltre la polarità ma in una logica nuova di dialogo per spezzare la logica della contrapposizione memoria-oblio, Tripodi con le testimo­nianze degli eroi della Resistenza nei lager a confronto con le giovani generazioni compie un miracolo civico di restituzione di libertà, de­mocrazia e dignità alla storia, anche nei passaggi tragici del Nove­cento.

Siamo dunque alla presenza di un racconto di racconti, una rac­colta di esperienze e di vite e volti che va ben oltre le distorsioni sem­pre più accelerate della temporalità, in cui un più radicale ossimoro tra una memoria quella tardo moderna avvertita come “debole” in­termittente, svuotata dei suoi contenuti identitari, è disegnata piutto­sto sulle superfici effimere di una comunicazione elusiva e per defi­nizione mutante.

Nel volume in maniera forse inconsapevole ma autentica si de­nuncia e si supera in modo radicale una memoria espansa alla sua massima potenza, pervasiva e debordante come “una virtù ipertrofi­ca” (l’espressione già ricordata all’inizio è dello storico Charles Ma­ier). Essa è realtà oppressa da una tendenza negativa che tende a mu­sealizzare in modo amorale, a perpetuare una pratica commemorati­va narcisisticamente compiaciuta e auto indulgente: una tenden­za, insomma morbosa alla canonizzazione liturgica della memoria, spe­cie nelle pieghe più tragiche della evoluzione della ci­viltà umana.

Proprio su un tema in cui il silenzio e la condanna eterna sarebbe­ro i significati teleologici più evidenti nel saggio di Salvatore Tripodi si pone attenzione nei diari di viaggi ad Auschwitz che per tanti anni (scolastici) ha seguito con la passione civica e morale di un maestro, l’ascolto dei giovani e delle loro coscienze. Più ci si allontana da quel tempo e i testimoni diretti scompaiono più difficile è distinguere lo stermino del nazismo da altre aberranti stragi della storia dell’umani­tà dall’antichità ad oggi. C’è dunque un rifiuto di una per­versa indu­stria della memoria, come sembrerebbero provare i nume­rosi studi e musei dell’Olocausto soprattutto nel mondo americano impront­ati in taluni casi a una spettacolarizzazione edificante della sofferenz­a.

Al contrario, nei racconti dei diari e nel confronto durante e dopo il viaggio c’è la consapevolezza di costruire coscienze sagge, critiche e li­bere di nuovi testimoni che non hanno vissuto ma hanno ascoltato i testimoni di quel tempo e visto le tracce della barbarie umana. Non dunque un “eccesso di memoria” ripiegato patologicamente su se stessa, segno della caduta di un progetto di futuro, un ritirarsi, rassegnato e spento, dall’agire politico, ma un memento, una presa di coscienza profonda, che tocca le viscere dell’essere uomini per il bene e contrapporsi al male che è sempre presente e in potenza ancora in ipotesi devastante come allora.

Giovanni Pistoi scrive  a Salvatore Tripodi

Gent.mo Prof. Tripodi,

due parole soltanto: una per scusarmi, l’altra per ringraziarla. La morte improvvisa di un carissimo amico mi aveva impedito di partecipare alla presentazione della sua ultima pubblicazione. Un successivo accavallarsi di altri problemi non mi ha consentito di scendere a Torino dalla mia sorella Chiara che è riuscita a farmi pervenire il suo prezioso libro soltanto domenica scorsa. Ho così finalmente potuto leggere queste “esperienze di viaggio nel passato” (dalla memoria alla storia) con tutta l’attenzione e il rispetto che meritano.

Grazie davvero per questo dono di intelligenza.

La memoria non serve solo  a conservare lo spessore di eventi passati. È dovere di tutti tenere vivo con ogni mezzo, soprattutto nelle nuove generazioni che non hanno più nessuna memoria nè diretta nè raccontata, l’interesse e la partecipazione alla difesa di valori autentici (come quelli che ad esempio ispirarono la Resistenza) affinchè certi orrori verificatisi in passato non si ripetano più; valori primari da difendere, primo fra tutti quello di una libertà che persegua la giustizia, la solidarietà, la fratellanza, la pace… per continuare a credere che un mondo diverso, più onesto, più pulito, sia ancora possibile; un mondo in cui il nemico comune sia ancora una volta l’egoismo, la corruzione, la sporcizia, la violenza del troppo denaro, l’arroganza del più forte; un mondo dove la solidarietà autentica, l’amicizia e, soprattutto, la dignità e il rispetto di ogni uomo prevalgano davvero e finalmente sui vincoli di qualsivoglia appartenenza. Per questo, solo per questo, ricordare rimane un dovere.

Caro Professore, il libro dimostra ampiamente quanto i suoi ex allievi/allieve (i “nuovi testimoni”) abbiano tratto beneficio dalla sua esperienza educativa arricchita in anni di progettazioni didattiche. Non mi resta che complimentarmi per il suo grande lavoro augurandole ogni bene. Con un solo rammarico: non aver avuto, il sottoscritto, quando più di cinquant’anni fa era ancora giovane studente, un insegnante di storia come Lei.

Con stima,

Giovanni Pistoi

Ennio Pistoi

dal libro “Dalla memoria alla Storia – Esperienze di viaggio nel passato”, di Salvatore Tripodi pagg. 36-37

Ennio Pistoi nasce a Roma il 20 maggio 1920 da una famiglia di origi­ni toscane. Suo padre Silvio, ferroviere, nel 1927 per motivi di lavoro si trasferisce a Torino con la moglie Concetta e i figli Luciano1, Mario e Ennio. Quest’ultimo è ufficiale di complemento prima a Trieste e successivamente in Croazia; nel settembre del 1942 prende parte alla spedizione in Russia. Riesce a sopravvivere alla drammatica ritirata del Don e di conseguenza viene rimpatriato il 15 giugno 1943.

Dopo l’8 settembre del ‘43 sceglie di partecipare all’organizzazione della prima formazione partigiana Valle di Lanzo. Il 19 settembre 1944 rientra a Torino con una formazione autonoma, insieme ad altri quat­tro uomini libera, senza alcun spargimento di sangue, 148 detenuti nel Carcere Giudiziario Militare di via Ormea destinati alla deporta­zione in Germania2. La sua attività nella Resistenza continua all’in­terno del SIMNI (Servizio Informazioni Militari del Nord Italia) dove ricopre vari incarichi di comando occupandosi principalmente della rete informativa clandestina radiofonica. A causa della sua attività antifascista viene arrestato tre volte. La prima subito dopo l’attacco al Carcere Militare: rimane nel quarto braccio del Carcere Le Nuove di Torino, nel reparto destinato ai prigionieri politici, fino al 25 dicem­bre 1944. Tre giorni dopo vie­ne cattura­to dal­la Deci­ma Mas e trattenuto pres­so la ca­serma Monte Grappa fino al 14 genna­io 1945.

Infine l’8 apri­le è arresta­to dalle SS te­desche e co­notto nel famiger­ato primo bra­ccio delle Carceri Le Nuo­ve di Torino. Riesce a evitare fortu­nosamen-te la fucilazione e viene li­berato il 27 aprile.

Dopo la guerra ricopre la carica di segretario torinese e provincia­le della Democrazia Cristiana, ma si ritira dalla politica verso la fine degli Anni Cinquanta. Lavora per oltre venticinque anni come diret­tore commerciale alla Bertello di Borgo San Dalmazzo. Per diversi anni è presidente del Centro Studi Giorgio Catti e dell’Associazione Partigia­ni Cristiani, sezione provinciale di Torino, e dedica il suo tem­po libe­ro a testimoniare i valori ideali della Resistenza, in particolare ai più giovani, incontrandoli nelle scuole e nei luoghi della memoria. I suoi racconti di vita sono stati raccolti in un libro3. Muore a Torino il 5 febbraio 2009.

1. Luciano Pistoi (Roma 1927- S. Maria Novella,1995). Militante del PCI, ar­restato per volantinaggio nel 1944, partecipa alla Resistenza. Nel dopoguerra la­vora nella redazione de l’Unità (quotidiano comunista) e diviene famoso critico d’arte e gallerista di primo piano.2. Una targa posta in via Ormea il 18 novembre 2015 ricorda l’episodio che vide Ennio Pistoi protagonista.

3. E. Pistoi, Nonno Ennio racconta – Perché parlare di Resistenza ai giovani, Ed. L’Arciere, 1997.

Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti

Dal XVIII secolo una variegata umanità di donne e di uomini è giunta negli Stati Uniti per cercare lavoro e fortuna. Questo libro racconta la storia di quella parte di loro che, pur trovandosi a vivere in un contesto che esalta il successo individuale, ha cercato di lottare collettivamente per i diritti del lavoro e per quelli civili. Una vicenda appassionante e tragica di lotte sociali i cui protagonisti hanno fatto la miglior storia degli Stati Uniti, una storia importante da conoscere e valorizzare.

In allegato al libro si possono trovare alcuni aspetti specifici statunitensi che compendiano il testo:
– l’emigrazione italiana e le sue caratteristiche sociali e politiche
– la specifica contrattazione sindacale statunitense
– la filmografia progressista
– la cinematografia a carattere sociale (sono censiti una novantina di film)
– i brani di alcune canzoni di lotta del lavoro
– una bibliografia di opere di saggistica e narrativa (che comprende un centinaio di libri).

 

Ezio Boero è nato nel 1954 a Torino.

Si avvicina alla politica attiva dal 1968 presso il IV Istituto Tecnico Comm. Aderisce nel tempo a Democrazia Proletaria, Rifondazione Comunista, Sinistra Critica.
Oggi è iscritto ad associazioni ambientaliste e umanitarie e alla C.U.B. (Confederazione Unitaria di Base).

Nel 1974 è nel Collettivo Universitario Studentesco di Scienze Politiche; nel 1977-79 redattore di Radio Città Futura di Torino; una ventina di anni delegato sindacale di reparto poi rappresentante CGIL nell’azienda dove lavorava; nel 1994 tra i costitutori di ALLBA (Associazione Lavoratrici e Lavoratori Bancari e Assicurativi).

Tra i promotori dei Comitati per la Difesa del Parco Sempione e Dora Spina Tre. Su queste esperienze di quartiere ha scritto Governance urbana e conflitti territoriali in una Circoscrizione torinese

Ha pubblicato:

  • La Spina 3 di Torino, Trasformazioni e partecipazione: il Comitato Dora Spina Tre, Impremix Edizioni Visual Grafika, 2011
  • Da cittadella industriale a Spina 3: una riconversione incompiuta in Postfordismo e trasformazione urbana, IRES Piemonte, 2016
  • Racconti torinesi da leggere in tram, StreetLib, 2017
  • Granata. Una storia di Resistenza, StreetLib, 2019
  • Racconti inopinatamente decontestualizzati, StreetLib, 2019
  • Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti, StreetLib, 2019

info: ezioboero@libero.it