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MARIO LUIGI TOZZI in via Trivero 16

Ho conosciuto Mario Luigi Tozzi (Lucera 1947-Torino 2014) nel 1969 all’Accademia Albertina di Torino, eravamo entrambi allievi del primo anno alla scuola di pittura del professor Piero Martina e da allora abbiamo spesso condiviso il percorso artistico e quello di vita, anche in compagnia dell’amico fotografo Tommaso Mattina.

Dal 1975 al 1980 siamo stati soci fondatori e artisti dello storico Studio 16/e che inaugurò a Torino mostre di artisti d’avanguardia dell’est Europa, allora poco noti, come Natalia LL, Radomir Damnjan, Endre Tot e Rasa Todosijevic (per citarne solo alcuni).

Nel corso della nostra avventura artistica abbiamo attraversato entrambi varie fasi di ricerca. Mario Luigi Tozzi ha iniziato con un lavoro concettuale basato sul ricordo e sulla memoria, recuperando vecchie lettere e fotografie ed esaltandone e consacrandone il loro potere evocativo.

Dopo varie esperienze legata alla scultura, realizzata con materiali diversi, negli anni Novanta del Novecento, ritorna alla pittura.

Mario Luigi Tozzi amava scrivere ma il suo rapporto con la scrittura, seppure molto fervido e poetico, era intimo e riservato e sarebbe auspicabile in un prossimo futuro condividerlo pubblicamente.

Siamo stati colleghi nell’insegnamento di Discipline Pittoriche nei vari licei del Piemonte e poi a Torino fino al nostro pensionamento, ma soprattutto grandi amici.

Le opere esposte in questa mostra fanno parte della serie di “Sconosciuti” che hanno caratterizzato la sua ricerca negli ultimi decenni.

Solo qualche volta le sue figure di “Sconosciuti” hanno una connotazione di genere, spesso sono indefiniti, come a voler rappresentare l’essere umano come tale, in tutta la sua essenza e la sua completezza di maschile e femminile, fusi insieme.

Una delle costanti che ricorrono nelle sue opere sono gli sfondi, il cielo, sempre presente e mutevole, con le diverse tonalità dell’alba e del tramonto e il contesto naturale.

Gli “Sconosciuti” sono quasi sempre inseriti in un paesaggio, un vento benevolo muove le loro capigliature e sono in piacevole contatto con la natura. Spesso sono accompagnati dalla presenza di uno o più animali che sembrano vivere in simbiosi con l’umano ed osservare con lo stesso sguardo lo spettatore, infondendo un senso di pacatezza e appagamento, solo raramente velato di malinconia. A volte appaiono anche oggetti e strumenti musicali, tanto cari a Mario perché anch’essi compagni di vita.

Il suo mondo pittorico non è altro che ciò che Mario Luigi Tozzi auspicava per sé e per gli altri, una condizione ideale di convivenza simbiotica del genere umano con la natura e il mondo animale, una visione ideale di fratellanza assoluta e di complicità, forte e palpabile, che sta a noi non spezzare ma vivere come una condizione naturale.

Sconosciuti, a volte sereni e a volte con un senso solo apparente di smarrimento che si interrogano e ci interrogano sul nostro paradiso perduto.

Santo Leonardo

 

L’iniziativa è curata dall’Associazione Volerelaluna, nata nel 2018, la cui struttura si articola sia a livello nazionale che a livello cittadino.

Dal giugno 2018 è attivo il sito www.volerelaluna.it, dedicato all’analisi culturale e politica per un approccio critico della realtà in cui viviamo. A livello locale le attività si svolgono nella sede torinese in cui sono aperti tre sportelli di consulenza gratuita in ambito legale,  sanitario e relativo alle problematiche della casa, gestiti con la collaborazione di esperti e professionisti dei settori. Nei suoi locali trovano spazio anche dibattiti, cineproiezioni, mostre artistiche ed una biblioteca.

 

 

 

Cospito: «restare umani» di Alessandra Algostino

La dignità della persona, intesa come suo «pieno sviluppo» (art. 3, comma 2, Costituzione) e come pari dignità sociale (art. 3, comma 1), è un principio imprescindibile e inviolabile: sempre e ovunque. La Costituzione pone al centro la persona, la sua dignità, i suoi diritti, la sua emancipazione, da garantire su un terreno di concretezza e di effettività, in una prospettiva di uguaglianza sostanziale e solidarietà; lo Stato e le istituzioni sono strumentali rispetto al progetto di emancipazione personale e sociale. Elemento primo della dignità è il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, quello che Bobbio definiva un diritto non bilanciabile, l’unico assoluto, ribadito con forza in tutti i trattati internazionali in tema di diritti umani, a partire dalla Convezione europea sui diritti dell’uomo (art. 3).

Garantire la dignità significa rispettare l’autodeterminazione: lo Stato non può ricattare, essere punitivo o vendicativo, per il rispetto del principio personalista ma anche in coerenza con la qualificazione della forma di Stato come democratica. Si punisce il fatto, non si affligge o stigmatizza la persona. La Costituzione non lascia adito a dubbi: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà» (art. 13, comma 4). All’art 41 bis sono collegate afflizioni, come, per limitarsi ad un esempio, quella attinente il divieto di cuocere cibi (dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale, sentenza n. 186 del 2018), che sono sproporzionate, irragionevoli, integrano trattamenti disumani o degradanti. In una democrazia non c’è alcuno spazio per «torture di Stato». L’art. 41 bis ci racconta dei rischi della normalizzazione e della dilatazione dell’emergenza: una norma temporanea nata per fattispecie specifiche, che si stabilizza nel tempo, si estende ad altri soggetti e contempla nuove restrizioni. La sua applicazione ad Alfredo Cospito, in quanto appartenente all’area anarchica, richiama quindi, ferma restando la punizione di specifici reati, l’utilizzo del diritto penale come strumento di criminalizzazione e repressione del dissenso, di militarizzazione della democrazia, nell’orizzonte di una neutralizzazione del conflitto e di una deriva autoritaria che cresce parallelamente a un modello egemonico vieppiù oppressivo e diseguale.

Torniamo alla Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» (art. 27, comma 3). Di nuovo: la dignità, sempre, e la sua declinazione in chiave emancipante e sociale. Sia chiaro: si ragiona di «pari dignità sociale» e di «rieducazione» (termine invero non felice) non come conformazione omologante alla società ma come riconoscimento a partecipare alla vita della società. Ça va sans dire che, in una democrazia pluralista, conflittuale, emancipante, la partecipazione è nel segno del proprio «pieno sviluppo», una partecipazione, dunque, certamente anche – se non soprattutto – dissenziente, che non prescinde dalla libertà di manifestazione del pensiero. Il discorso riguarda il 41 bis, ma anche l’ergastolo ostativo, incompatibile con la partecipazione, la dignità e l’emancipazione (profili di illegittimità sono stati rilevati in entrambi i casi dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo).

Alfredo Cospito, mettendo a rischio la sua vita ci ricorda come non esistono – non devono esistere – «vite di scarto» (Bauman). È un grido tragico, quanto mai attuale, in un mondo dove domina l’espulsione e la colpevolizzazione di coloro che vivono ai margini: poveri, migranti, “fragili”; dove la risposta alla diseguaglianza sono la necropolitica e l’aparofobia. Walter Benjamin scriveva: «La legislazione è creazione di potere e, in quanto tale, un atto di manifestazione diretta della violenza». Questa è una parte del discorso, perché il diritto è anche altro, è la tutela della dignità di tutti e sempre, in chiave emancipante.

Non lasciamo che attraverso il 41 bis e l’ergastolo ostativo si esprima una “violenza di Stato” ed esigiamo la democrazia disegnata nella Costituzione: a partire dal rispetto – imprescindibile e inviolabile – della dignità della persona, di tutte le persone e sempre. Salvare la vita di Alfredo Cospito è necessario, è «restiamo umani» (Vittorio Arrigoni), è democrazia.

L’articolo è stato pubblicato anche su il manifesto del 1 febbraio

STATI UNITI E CINA ALLO SCONTRO GLOBALE Strutture, strategie, contingenza di Raffaele Sciortino

Il mutamento della scena mondiale, rispetto alla fase ascendente della globalizzazione, a partire dalla crisi apertasi a ridosso del 2008 sta rimettendo in discussione il rapporto asimmetrico tra Usa e Cina, non visto limitatamente come relazione o scontro tra potenze, ma come perno degli assetti capitalistici dispiegati su scala planetaria degli ultimi decenni. L’urto che si profila all’orizzonte si staglia sullo sfondo di un caos crescente, che il conflitto ucraino rende ancora più drammatico.

Da un lato, il capitalismo cinese in ascesa ha in teoria ampi margini di sviluppo ma la coesistenza non conflittuale con l’Occidente imperialista si sta rivelando una strada sempre meno praticabile. Sul fronte opposto, l’egemone mondiale nello svolgere una funzione ordinativa a tutt’oggi indispensabile a scala internazionale – suggellata dal dollaro moneta mondiale – opera un prelievo sempre più oneroso e destabilizzante per il capitalismo nel suo insieme.

Nessuno dei due contendenti può rinunciare alla partita. La contraddizione specifica di fase è tra la necessità, speculare e opposta per Cina e Stati Uniti, di conservare la globalizzazione e la spinta a mettere in atto strategie che finiranno per minarla. Con ciò, si arriverà ad una vera e propria de-globalizzazione? È realistico pensare al passaggio a un ordine multipolare sostitutivo del caos montante? Siamo di fronte ad una sfida egemonica da parte cinese o piuttosto ad un nodo sistemico nella dinamica intrecciata di mercato mondiale, assetti geopolitici e rapporti di classe?

 

Il Prof. Guido Ortona discuterà con l’autore il nuovo volume di Raffaele Sciortino «Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze» (Asterios, 2022).

 

Per ulteriori approfondimenti sulla pubblicazione consultare le pagine web:
http://effimera.org/tra-lanno-della-tigre-dacqua-e-lanno-del-coniglio-dacqua-di-stefano-lucarelli/

https://www.asterios.it/catalogo/stati-uniti-e-cina-allo-scontro-globale

Contro il 41 bis ad Alfredo Cospito e l’ergastolo ostativo

Abbiamo voluto portare il dibattito sulla lotta di Alfredo dentro l’accademia, nell’ateneo della città sede del processo in cui si vuole riqualificare il fatto di reato – due ordigni dimostrativi in luoghi deserti che non hanno ferito né volevano ferire alcuna persona – da strage ‘comune’ da cui la condanna a vent’anni (!) a strage ‘politica’, punita con l’ergastolo: anziché il diritto penale del fatto, il diritto penale del nemico.

Alfredo Cospito è il primo anarchico sottoposto al regime speciale dell’art 41bis della legge di ordinamento penitenziario, il “carcere duro” che sospende le normali regole di trattamento e massimizza le afflizioni della detenzione sino a renderla una deprivazione sensoriale: l’isolamento in celle di 2x3m con solo due ore di permanenza fuori in gruppi di massimo quattro persone, un solo colloquio al mese con i soli familiari con vetro divisorio a tutt’altezza e sotto controllo audio e video, una sola telefonata di dieci minuti al mese a cui si ha diritto dopo i primi sei mesi ma solo in sostituzione del colloquio, visto di controllo sulla corrispondenza, divieto di ricevere e inviare libri da e verso l’esterno, limitazioni sugli oggetti. Restrizioni di stampo custodialistico a cui le storture del dibattito pubblico c.d. “antimafia” hanno permesso di entrare nell’ordinamento – prima temporaneamente, poi strutturalmente – senza che nella società suonasse l’allarme per deroghe così plateali al principio di umanità della pena.

È di questi “abomini repressivi”, come li ha definiti Alfredo all’udienza di dicembre nelle dichiarazioni effettuate “prima di tacere per sempre”, che l’avvocato Flavio Rossi Albertini, la Prof.ssa Alessandra Algostino e il Prof. Gianfranco Ragona, hanno discusso davanti ad un’aula gremita da più di 350 persone.

https://unito.webex.com/recordingservice/sites/unito/recording/0696efc383b6103bafff005056819912/playback

 

L’anno che finisce e quello che verrà, di Livio Pepino

Sta per andarsene un anno orribile. Come pochi altri nella vita della mia generazione.

Una guerra mondiale (per numero di paesi direttamente o indirettamente coinvolti) sta mietendo decine di migliaia di vittime, distruggendo un intero paese e provocando una catastrofe ambientale. È una guerra, per di più, destinata a proiettarsi in un futuro in cui sono in gioco non solo le sorti dell’Ucraina e (forse) della Russia ma gli equilibri geopolitici che caratterizzeranno il mondo nei prossimi decenni con cambiamenti epocali, a partire dal ruolo della Cina e di altri colossi emergenti. E non è una guerra isolata. Ci colpisce in modo particolare perché è nel cuore di un’Europa che ha conosciuto decenni di pace (con la sola tragica eccezione della ex Jugoslavia) ma, nel mondo, i conflitti dimenticati o rimossi sono decine, in Kurdistan, in Palestina, nello Yemen, nel Myanmar per citare solo i più noti. Ci stiamo abituando e la guerra diventa normale, parte del paesaggio planetario e delle rubriche fisse dei telegiornali. E, con l’abitudine, sono riemersi – incomprensibilmente solo con riferimento all’Ucraina – lo spettro del nazionalismo, la retorica della guerra giusta, il mito della “vittoria finale”. Ciò ha diviso, nel nostro Paese, quel che resta della sinistra. Così, compagni di sempre hanno letteralmente indossato l’elmetto e impugnato le armi proclamando che non c’è trattativa o compromesso possibile, anche se tutti sanno che la guerra finirà – dopo decine, o forse centinaia, di migliaia di morti evitabili – con un compromesso analogo a quello che si sarebbe potuto raggiungere nove mesi fa.

E non ci sono solo la guerra e, al suo fianco, la violazione dei diritti civili, diffusa più che mai anche in Europa (e nei Paesi con essa alleati). Ci sono, per continuare nel linguaggio bellico, una questione ambientale e una questione sociale esplosive. La crisi climatica e ambientale è sotto gli occhi di tutti: basta aprire una finestra, scorrere il bollettino delle temperature, leggere i giornali (che descrivono, anche qui considerandoli eventi naturali e all’ordine del giorno, fenomeni atmosferici estremi che distruggono vaste aree di un mondo che si modifica sotto i nostri occhi distratti). A fronte di ciò, capi di governo e leader mondiali dichiarano, a parole, la propria consapevolezza e determinazione ma, in concreto, non ci sono interventi significativi, a meno di considerare tali le inutili proclamazioni conclusive di conferenze internazionali sempre più stanche e ripetitive, incapaci di rinunciare al mito della crescita infinita, delle risorse illimitate, dell’energia a ogni costo, delle grandi opere inutili, del dio mercato. Non meno grave la (connessa) crisi sociale. Ovunque, nel mondo, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. Il patrimonio netto dei 10 miliardari più ricchi si è più che raddoppiato (+119%), in termini reali, dall’inizio della pandemia, superando il valore aggregato di 1.500 miliardi di dollari, oltre 6 volte lo stock di ricchezza netta del 40% più povero, in termini patrimoniali, dei cittadini adulti di tutto il mondo (https://volerelaluna.it/materiali/2022/01/21/la-pandemia-della-disuguaglianza/). È il trionfo della disuguaglianza. Ma non è solo un fatto quantitativo. «Tutto – come ha scritto papa Francesco – entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”». Il rischio è quello descritto con lucidità da Luigi Ferrajoli: «È del tutto inverosimile che otto miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità» (Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli, 2022).

Intanto, mentre sul piano individuale non ci siamo ancora ripresi dallo shock della pandemia (che ha svelato la nostra vulnerabilità e insicurezza, quando vivevamo nell’illusione che le scoperte scientifiche e le tecnologie ci avessero reso invincibili e padroni dell’universo), su quello collettivo sperimentiamo, ovunque, il deperimento degli istituti della democrazia a cui siamo stati abituati con la fuga dei cittadini dal voto (e conseguente riproposizione, pur rivisitata, dell’antico “governo dei meno”), l’accantonamento dei parlamenti a vantaggio dei governi (che, a loro volta, si dichiarano impotenti di fronte allo strapotere delle multinazionali private), l’insediamento all’est e all’ovest, nel guscio vuoto degli istituti della rappresentanza, di regimi autoritari (definiti appunto, con evidente ossimoro, “democrazie autoritarie”).

Se, poi, guardiamo al nostro Paese la situazione è segnata – oltre che dagli elementi sin qui descritti – da una deriva politica e culturale senza precedenti nella storia repubblicana. Per la prima volta abbiamo un Governo dalle esplicite ascendenze fasciste che, come ha sintetizzato da ultimo Francesco Pallante «mentre, a parole, si autoproclama difensore della nazione intera, nei fatti opera a smaccato beneficio soltanto delle parti “amiche”, favorendo l’ingiustizia tributaria, ammiccando all’evasione fiscale, sostenendo le regioni già ricche, dimenticando la sicurezza sui luoghi di lavoro, aumentando le occasioni di sfruttamento, propugnando l’autoritarismo nei confronti dei più giovani, contrapponendo studenti meritevoli e immeritevoli, operando per la privatizzazione della sanità, annullando le politiche per la casa, reprimendo l’immigrazione con la negazione di ogni umanitarismo, osteggiando i diritti civili vecchi (la libertà di associazione) e nuovi (la libertà di autodeterminazione della propria sfera sessuale e vitale)» (https://volerelaluna.it/commenti/2022/12/19/meloni-la-retorica-della-nazione-e-il-neoliberismo-autoritario/). Inutile insistere oltre data l’evidenza dei fatti, pur minimizzati – ed è un ulteriore segnale della deriva che stiamo vivendo – dall’establishment politico, mediatico e culturale.

È in questo contesto che sta arrivando il nuovo anno. Non arriverà – è facile prevederlo – l’anno evocato, tempo fa, da Lucio Dalla in cui «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno» e «ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno». Sarà, al contrario, un anno difficile nel quale le tendenze emerse nel 2022 proseguiranno e si consolideranno ulteriormente. Eppure non è consentito cedere alla rassegnazione e allo sconforto. Le difficoltà e la regressione che stiamo vivendo non sono ineluttabili ma frutto di scelte e di comportamenti individuali e collettivi. In una parola, di una cultura. A qualcuno potrà sembrare strano ma, negli anni a venire, lo scontro sarà sempre più sul piano culturale e comportamentale, cioè là dove si annidano i presupposti e le motivazioni delle scelte economiche, politiche, sociali, ambientali. E, qui, nella grande storia, facciamo capolino noi con la nostra piccola storia. Piccola ma importante. Cosa può fare in questo contesto una realtà come Volere la Luna? La strada è tracciata da tempo: «proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici» (dallo statuto di «Volere la luna»). Si tratta di consolidare quegli obiettivi, di allargare la nostra comunità a tutte e tutti coloro che vorranno continuare a sostenerci in questo percorso difficile ma affascinante, di creare alleanze e collaborazioni ovunque possibile. Basterà? Non nei tempi brevi, ma a medio termine contribuirà ad avviare cambiamenti significativi. L’importante è tenere la barra dritta, non accettare aggiustamenti e compromessi al ribasso e continuare, nonostante tutto, a volere la luna.

 

Per tutto il periodo natalizio,  fino al 3 Gennaio, Torino spiegherà ai suoi cittadini cos’è l’apartheid israeliano.

Buonasera,
dopo Firenze, che nel settembre scorso grazie agli attivisti della Rete – Firenze per la Palestina ha realizzato una campagna di sensibilizzazione attraverso l’affissione di manifesti alle pensiline delle fermate dell’autobus, anche Torino dice NO all’apartheid israeliano con la stessa modalità.
Qui di seguito trovate il comunicato di INVICTAPALESTINA che ha deciso di replicare la Campagna.
In allegato trovate le foto.
Vi ringraziamo anticipatamente per la diffusione.
Cordialmente,
Angela Mori
(per conto di Invictapalestina)
Comunicato Stampa
Per tutto il periodo natalizio,  fino al 3 Gennaio, Torino spiegherà ai suoi cittadini cos’è l’apartheid israeliano.
Grandi schermi luminosi posti alle fermate dell’autobus mostreranno un messaggio chiaro e semplice sul sistema di oppressione messo in atto da Israele nei confronti dei palestinesi.
I manifesti affissi invitano ad approfondire l’argomento attraverso i QR CODE che in pochi secondi permettono di visualizzare un video eccezionale e il rapporto che denuncia l’apartheid: entrambi realizzati da AMNESTY INTERNATIONAL
Grazie alla Rete – Firenze per la Palestina che ha dato via al progetto, a Matteo Olivieri che ne ha curato la grafica, alle nostre integrazioni, alla matita di Gianluca Costantini e ai generosi contributi economici arrivati da tutta Italia al nostro gruppo INVICTAPALESTINA, altre tre città,  sono in attesa di continuare l’esperienza  riproposta a partire da oggi 21 dicembre  a TORINO.
Un progetto realizzato per non DIMENTICARE ma per continuare a DENUNCIARE “il crudele sistema di dominazione” israeliano che si chiama APARTHEID.
INVICTAPALESTINA

ROMPERE LA GABBIA EUROATLANTICA PER FERMARE LA GUERRA INTERNA E QUELLA ESTERNA

– Mercoledì 14 dicembre, ore 18.00
– Via Trivero, 16 (Volerelaluna)
Interverranno:
Giacomo Marchetti, Rete dei comunisti
Guido Ortona, economista e docente
Paolo Prieri, Presidio Europa del Movimento No Tav
BDS Torino
Cambiare Rotta Torino
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ROMPERE LA GABBIA EUROATLANTICA PER FERMARE LA GUERRA INTERNA E QUELLA ESTERNA
Mentre i suoi aguzzini lo condannavano nel tribunale speciale Antonio Gramsci dichiarò con coraggio e lungimiranza: “Il fascismo porterà il paese alla rovina, spetterà ai comunisti ricostruirlo”.
Nel momento peggiore, uno dei più lucidi dirigenti comunisti non lanciava solo la sfida ai suoi nemici che in quel momento disponevano delle chiavi della sua cella, ma indicava il ruolo generale dei comunisti nella ricostruzione di un paese e della sua società in rottura e alternativa al quadro esistente. Il ruolo dei comunisti nella Resistenza, nella ricostruzione del dopoguerra e nella stagione dell’antagonismo di classe degli anni Settanta li hanno visti all’altezza della situazione.
Le conseguenze della restaurazione capitalista a livello mondiale, la controrivoluzione globale, la dissoluzione delle esperienze statuali socialiste, venti anni dell’egemonia globale del capitalismo, hanno riportato all’indietro la ruota della storia, fino a quando la storia si è rimessa in marcia riproponendo e accentuando tutte le contraddizioni irrisolte e i limiti del Modo di Produzione Capitalista.
I punti di caduta dell’intero sistema dominante hanno visto intrecciarsi sia la crisi irrisolta dell’economia capitalista dagli anni Settanta a oggi, sia la rottura della mondializzazione realizzata negli ultimi trenta anni come tentativo di fuoriuscita dalla crisi del Modo di Produzione Capitalista. La tendenza alla guerra come scenario terminale della crisi è tornata ad essere una possibilità reale a ottanta anni dalla Seconda Guerra Mondiale.
Siamo dentro un salto di fase storica, una rottura della storia che richiede una conseguente analisi della nuova realtà e una assunzione di responsabilità soggettiva da parte dei comunisti, anche in un paese integrato nella catena imperialista occidentale come l’Italia.
Nei paesi a capitalismo avanzato dell’Occidente – e tra questi l’Italia – sono ben visibili recessione economica e sociale, ricorso alla guerra, infarto ecologico, perdita di credibilità come classi dirigenti e modelli dominanti, che stanno rimettendo in discussione la realtà che abbiamo conosciuto negli ultimi trenta anni.
Dal 1992 gran parte della società italiana ha pagato il prezzo dell’ aspetto economico del “vincolo esterno” sancito dall’adesione al Trattato di Maastricht e poi dai trattati europei successivi e sempre più vincolanti. In pratica, in nome dell’unificazione europea, i gruppi capitalisti più forti hanno consapevolmente scatenato “una guerra all’interno” contro le classi popolari e i settori più deboli dello stesso capitalismo italiano.
Con la guerra in corso in Ucraina adesso la società italiana sta pagando anche il prezzo dell’aspetto politico e militare del “vincolo esterno” rappresentato dall’adesione alla Nato e la subalternità agli USA, scatenando “una guerra all’esterno”, per ora contro la Russia ma di cui la prima sperimentazione è stata la guerra in Jugoslavia.
Incalzati dalla crisi economica, dalla frammentazione del mercato mondiale e dai rischi di guerra, questi due aspetti del “vincolo esterno” sono stati costretti a sincronizzarsi nel Blocco Euroatlantico e i fronti della guerra all’interno e della guerra all’esterno si sono unificati. Le conseguenze sul nostro paese le stiamo vedendo ormai chiaramente: odioso aumento delle disuguaglianze sociali, economia di guerra, militarismo, liquidazione della democrazia rappresentativa, devastazione ambientale, regressione civile e ideologica.
In sostanza l’avventurismo delle classi dirigenti sta riportando il paese alla rovina. Diventa dunque necessario impedirglielo rimettendo in campo una alternativa complessiva di sistema, quella che noi definiamo come socialismo.