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Non sono musicisti professionisti. Non hanno una casa discografica alle spalle né ambizioni artistiche da inseguire
tratto dalla Fedeltà (settimanale Fossanese)
articolo di Agata Pagani 28 Giugno 2026 – 05:00
Quando l’indignazione diventa solidarietà
“Let Gaza live”, una canzone per la Palestina

Let Gaza live
Dietro il progetto ci sono Daria Risso, Luca Bergia e un terzo giovane del territorio tra Fossano e Centallo che, per ragioni legate alla sua attività nella cooperazione internazionale, preferisce mantenere l’anonimato. Una scelta dettata dalla necessità di non compromettere il proprio lavoro sul campo e la possibilità di operare in alcuni Paesi, continuando a svolgere attività umanitaria e di cooperazione.
L’obiettivo del collettivo è duplice: raccogliere fondi per sostenere le attività di HuDa, organizzazione palestinese che opera ad Al-Qarara, nei pressi di Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, e continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica su una crisi che, secondo i promotori, rischia di essere dimenticata troppo in fretta.
“Noi di Project m.i.l.a², come semplici cittadini con uno sguardo minimamente critico, abbiamo avvertito l’esigenza di riportare l’attenzione su Gaza, sulle morti, sulla distruzione, sui traumi e sulle attuali condizioni disumane in cui versa la gente martoriata da due anni di bombardamenti -, spiegano i tre giovani -. È così che è nata la canzone ‘Let Gaza live’, un appello per chiedere che si permetta il ritorno a una vita dignitosa nella Striscia di Gaza”.
Secondo il collettivo, l’enorme mobilitazione popolare che aveva portato migliaia di persone nelle piazze si è progressivamente affievolita, mentre sul territorio la situazione umanitaria continua a essere drammatica.
“La nostra sensazione è che la questione palestinese sia stata dimenticata troppo in fretta, mentre i gazawi continuano a vivere tra tende, macerie e fango. Per questo abbiamo avviato una raccolta fondi con la speranza di poter aiutare concretamente il popolo palestinese collaborando con HuDa, un’associazione interamente palestinese che fornisce beni di prima necessità e sostegno educativo e psicologico ai bambini”.
A dare forma musicale al progetto sono stati Marco “Tibu” Lamberti, Giovanni Risso e Pol Bergese degli Airportman, che hanno trasformato il testo in una composizione capace di unire denuncia e coinvolgimento emotivo. Il ritornello vede la partecipazione di Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione e della cantante Cecilia Franco, mentre una voce infantile di Andra aggiunge ulteriore intensità narrativa. Fondamentale anche il contributo di Malak, che ha tradotto il ritornello e il testo in arabo palestinese, interpretando le parole finali del brano.
Il cuore del progetto resta però il testo, lungo oltre sette minuti, costruito come una riflessione civile e politica sulla guerra, sulle vittime e sul ruolo della comunità internazionale.
A spiegare la scelta del rap è proprio l’autore del testo, che preferisce restare senza nome: “A me semplicemente piace scrivere e preferisco scrivere pezzi in rima. Di per sé non ho scelto di scrivere un brano rap, però è chiaro che un testo così lungo e strutturato in questo modo può stare solo su un genere come il rap. E forse anche perché il rap è il genere in cui il testo è la parte più importante”.
La scintilla creativa è nata dall’impatto emotivo delle notizie provenienti dalla Striscia. “Come credo sia successo a tante persone, sono rimasto profondamente colpito da tutto quello che è successo e continua a succedere al popolo palestinese. Mi è venuto spontaneo scrivere delle righe per provare a descrivere ciò che provavo assistendo agli orrori che tutti abbiamo letto e visto”.
Per Daria Risso, Luca Bergia e il loro compagno di viaggio, la canzone rappresenta soprattutto uno strumento per mantenere accesi i riflettori. “Siamo aperti a tutte le iniziative che riguardano situazioni in cui il diritto internazionale viene accantonato per interessi politici o personalistici. Continueremo a organizzare momenti pubblici, raccolte fondi e occasioni di confronto perché crediamo sia necessario continuare a parlare di Gaza e a sensibilizzare le persone”.
Un impegno che, sottolineano, non si esaurisce con la pubblicazione del brano. “A oggi non esiste ancora uno Stato palestinese riconosciuto da gran parte della comunità internazionale, la violenza continua e la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. Per questo sentiamo il dovere di non smettere di parlarne”.
“Let Gaza live” è disponibile su YouTube e rappresenta il primo tassello di un percorso che unisce musica, solidarietà e impegno civile, nella convinzione che anche una canzone possa contribuire a tenere viva l’attenzione su una tragedia che continua a consumarsi lontano dai riflettori. Per contribuire alla raccolta fondi a favore di HuDa è possibile cliccare qui.
Hanno però una convinzione forte: che di Gaza si stia parlando sempre meno mentre la sofferenza della popolazione continua. Da questa esigenza è nato “Let Gaza live”, un brano rap pubblicato su YouTube e promosso dal collettivo informale Project m.i.l.a², acronimo di Make international law act again.

Cura e critica dell’ordine di frontiera: il caso del Rifugio Massi di Oulx – di Giorgio Bono
Nel panorama delle migrazioni contemporanee, le pratiche di solidarietà rivolte ai migranti si
collocano frequentemente in uno spazio intermedio tra registro umanitario e registro politico. Nel
registro umanitario, la solidarietà si fonda principalmente sulla tutela immediata della vita e della
dignità delle persone migranti. L’intervento consiste nella risposta a bisogni urgenti: accoglienza,
alimentazione, assistenza sanitaria, orientamento e protezione, ossia forme di azione collettiva che
fondano la propria legittimità su valori universalistici e morali. In tale prospettiva, la solidarietà
appare come un’attività neutrale, centrata sulla sofferenza umana piuttosto che sul conflitto
politico. Tuttavia, come evidenziano gli studi sull’umanitarismo contemporaneo, la neutralità
costituisce spesso una rappresentazione parziale della realtà. Alcuni studiosi sostengono che
l’umanitarismo non opera mai al di fuori dei rapporti di potere, ma prende forma all’interno
di specifiche configurazioni politiche, istituzionali e morali. Anche quando l’intervento è
motivato dalla volontà di alleviare la sofferenza, esso seleziona problemi, individua soggetti
meritevoli di attenzione e stabilisce quali vite debbano essere protette con maggiore urgenza. Per
questa ragione, l’azione umanitaria produce sempre effetti politici, anche quando non si
presenta esplicitamente come azione politica.
Il concetto di «ragione umanitaria» (1) consente di descrivere il modo in cui i sentimenti morali
– in particolare la compassione per la sofferenza altrui – sono divenuti un principio
rilevante di legittimazione dell’azione pubblica. La ragione umanitaria non coincide soltanto con
l’attività delle organizzazioni non governative o con gli interventi di emergenza; essa indica un più
ampio linguaggio attraverso il quale istituzioni, amministrazioni, associazioni e cittadini definiscono
ciò che appare intollerabile e decidono come rispondervi. In questo quadro, la sofferenza non è
semplicemente riconosciuta: viene interpretata, classificata e trasformata in una base morale per
l’intervento. Questa prospettiva rinvia alla nozione di «economia morale» (2), con la quale viene
indicato l’insieme di valori, sentimenti e giudizi che orientano il modo in cui una società
comprende determinate situazioni e distribuisce attenzione, protezione e riconoscimento.
Nel campo delle migrazioni, l’economia morale non sostituisce i dispositivi giuridici e securitari, ma
li accompagna e ne modula l’applicazione. La figura del migrante può così essere rappresentata,
nello stesso tempo, come soggetto da controllare e come vittima da soccorrere. Non si tratta di
due logiche separate: compassione e repressione possono coesistere all’interno del
medesimo regime di governo.
Le società contemporanee attribuiscono un valore morale elevato alla preservazione della vita
biologica; tale principio, tuttavia, non si applica in modo uniforme. Le vite non ricevono la stessa
protezione, la stessa visibilità e lo stesso riconoscimento. L’umanitarismo interviene precisamente
nello spazio prodotto da queste disuguaglianze, cercando di salvare vite che le strutture politiche
ed economiche hanno esposto al pericolo, ma senza essere sempre in grado di trasformare le
condizioni che producono tale esposizione. La centralità morale della vita, la «biolegittimità»
(3), convive pertanto con una gerarchia concreta delle vite. Non è una denuncia morale
dell’umanitarismo né in una svalutazione delle intenzioni di chi presta aiuto. Al contrario, essa
prende sul serio la necessità e spesso l’urgenza dell’intervento. L’obiettivo è comprendere ciò che
la ragione umanitaria rende possibile e, nello stesso tempo, ciò che tende a oscurare. Traducendo
un’ingiustizia in sofferenza e una rivendicazione di diritti in domanda di compassione, il linguaggio
umanitario può depoliticizzare le cause della vulnerabilità. La questione non è dunque scegliere
tra soccorrere e contestare, ma interrogare le condizioni nelle quali la cura può limitarsi a
compensare gli effetti dell’ordine esistente oppure trasformarsi in una critica pratica di
quell’ordine.
Questa prospettiva permette di leggere l’azione del sistema di volontariato al rifugio Massi di
Oulx dentro una duplice tensione. Da un lato, l’accoglienza attenua concretamente le
conseguenze delle politiche di deterrenza e colma, almeno temporaneamente, le insufficienze
dell’intervento istituzionale. Sotto questo profilo, essa rischia di funzionare come una
compensazione umanitaria di un ordine di frontiera che rimane sostanzialmente immutato.
Dall’altro lato, proprio la cura dei corpi affaticati, feriti o esposti al freddo rende
materialmente visibile la distribuzione diseguale della protezione e mostra che la vulnerabilità
non è una qualità naturale dei migranti, ma l’esito di decisioni politiche, percorsi obbligati e
dispositivi di controllo. Il punto decisivo riguarda allora il modo in cui la persona migrante
viene riconosciuta all’interno della relazione di aiuto. Se l’intervento si limita a rispondere alla
sofferenza immediata, il migrante può essere rappresentato esclusivamente come vittima
vulnerabile. Quando, invece, l’accoglienza comprende ascolto, informazione, orientamento,
rispetto delle scelte e riconoscimento della capacità di agire, la cura può sottrarsi almeno in
parte alla riduzione umanitaria del soggetto al suo corpo. A Oulx, l’assistenza materiale può
così diventare anche restituzione di voce e di autonomia, mantenendo aperto il passaggio dalla
compassione alla rivendicazione di diritti.
Attraverso le pratiche quotidiane di accoglienza si rendono visibili gli effetti concreti delle politiche
di controllo delle frontiere e restituisce allo Stato l’immagine delle proprie contraddizioni: tra tutela
dei diritti umani e pratiche di esclusione, tra retorica umanitaria e deterrenza, tra solidarietà
istituzionalmente celebrata e solidarietà concretamente sospettata. L’accoglienza ai migranti a
Oulx mostra la distanza tra diritti dichiarati e diritti garantiti. In questo senso, esso non
rappresenta soltanto un luogo di assistenza, ma un dispositivo sociale rivelatore.
L’ibridazione tra registro umanitario e registro politico non deve dunque essere interpretata come
una semplice sovrapposizione di linguaggi diversi, ma come una caratteristica costitutiva della
solidarietà contemporanea ai confini europei. Nel caso di Oulx, essa si manifesta come una
continua tensione tra assistenza immediata e critica dell’ordine di frontiera, tra etica della
cura e contestazione delle disuguaglianze che producono la vulnerabilità migrante. Il valore
politico di queste pratiche non deriva automaticamente dalla loro intenzione morale: dipende dalla
capacità di non ridurre il migrante a vittima, di riconoscerlo come soggetto e di collegare la
protezione della vita alla rivendicazione di diritti. È proprio questa tensione a fare del sistema di
volontariato per migranti a Oulx un osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni
contemporanee della solidarietà e del governo delle migrazioni.
Note:
(1) Fassin, D. (2012). Humanitarian Reason: A Moral History of the Present. Berkeley:
University of California Press. L’espressione «ragione umanitaria» indica un modo di governare
fondato sulla mobilitazione pubblica dei sentimenti morali.
(2) Fassin, D. (2005). «Compassion and Repression: The Moral Economy of Immigration
Policies in France». Cultural Anthropology, 20(3), 362–387. L’articolo analizza la coesistenza di
pratiche repressive e concessioni motivate dalla compassione.
(3) Fassin, D. (2009). «Another Politics of Life Is Possible». Theory, Culture & Society, 26(5),
44–60. Il concetto di biolegittimità rinvia al valore morale attribuito alla preservazione della vita,
senza implicare che tutte le vite ricevano uguale protezione.
Un filo collega Ceuta al colle del Monginevro – Oulx cambia il sistema di accoglienza dei migranti — DI Giorgio Bono
Le immagini sono impressionanti: migliaia di persone, in gran parte giovanissime, entrano
in acqua e, nuotando attorno agli scogli che delimitano il confine tra Ceuta e il Marocco,
cercano di raggiungere l’Europa.
Sono immagini che incutono paura. Mostrano la comparsa improvvisa di molte persone
straniere all’orizzonte, dirette verso di noi, verso le nostre case, le nostre famiglie, i nostri
beni. È la prospettiva degli abitanti di Ceuta, che vedono avvicinarsi migliaia di giovani
marocchini percepiti come una potenziale minaccia per loro e, più in generale, per tutti noi.
Ma esiste anche un’altra prospettiva: quella delle persone che si gettano in mare per
raggiungere la riva opposta. Tra loro, 84 persone sono morte nel tentativo di arrivare in
Europa. Migliaia di ragazzi fuggono dal Marocco, un paese autoritario che negli ultimi anni
ha investito molto nella propria economia, soprattutto nel settore delle infrastrutture, ma nel
quale persistono forti differenze tra chi vive nelle città e chi vive al di fuori dei centri
urbani, così come tra anziani e giovani. Partono perché intravedono la possibilità di uscire
dalla propria condizione e aspirare a una vita migliore.
In alta Val di Susa, al colle del Monginevro, ogni anno migliaia di uomini, donne, ragazzi e
bambini tentano di attraversare il confine, raggiungere la Francia e proseguire verso la
propria destinazione in Europa. Passano accanto a noi e ai turisti che affollano la montagna,
d’estate e d’inverno, con il sole e con la neve. Non incutono ancora lo stesso timore dei
ragazzi marocchini, perché sono numericamente meno; le ragioni che li spingono a superare
quella barriera non sono diverse: anche per loro l’obiettivo è una vita migliore.
Dal 2018, a Oulx, un sistema di accoglienza offre ai migranti in transito un approdo sicuro:
un luogo in cui riposare, rifocillarsi e prepararsi a riprendere il cammino. Da dove
provengono le persone che transitano da Oulx? I dati dell’ultimo mese restituiscono questo
quadro:

A luglio le partenze dei migranti diretti verso il confine francese hanno registrato un lieve
calo rispetto al mese precedente e alla media del periodo. Continua invece a crescere il
numero dei paesi di provenienza: nel mese ha raggiunto quota 56, confermando il carattere
fortemente internazionale della rotta alpina in Val di Susa.
L’analisi delle provenienze conferma la prevalenza del Sudan, teatro di una sanguinosa
guerra civile, seguito da Eritrea ed Etiopia. Il confronto tra i dati di luglio 2026 e quelli dei
dodici mesi precedenti mostra inoltre che Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea sono i paesi che
hanno registrato gli incrementi più significativi.

Il monitoraggio puntuale delle partenze verso il confine e la rilevazione dei respingimenti
costituiscono strumenti indispensabili per osservare e comprendere l’evoluzione del
fenomeno migratorio in Val di Susa.
Nel frattempo, il sistema di accoglienza dei migranti sta attraversando una profonda crisi, da
sempre punto di riferimento essenziale per il flusso migratorio in Val di Susa. Dopo otto
anni, la Fondazione Talità Kum, proprietaria dell’immobile e responsabile della gestione del
Rifugio, ha annunciato l’uscita dalla gestione della struttura, mentre i volontari si preparano
a costituire una associazione per provare a garantire la continuità degli interventi.
All’origine della crisi c’è soprattutto la mancanza di finanziamenti pubblici. La gestione del
Rifugio costa circa 800 mila euro all’anno: quasi la metà è destinata al personale, circa 100
mila euro alle utenze, mentre la parte restante serve a coprire i costi di gestione. Negli ultimi
15 mesi la struttura ha accolto oltre 18 mila persone.

«Ciò che più mi ferisce è il fatto di essermi ritrovato con il cerino in mano, senza percepire
interesse da parte di sindaci e istituzioni1», ha dichiarato don Luigi Chiampo, presidente
della Fondazione Talità Kum. «Oggi la gestione del Rifugio non è più sostenibile da parte
nostra. La Fondazione esce dal progetto, da qualsiasi continuità lavorativa e partecipativa2».
Il Rifugio è nato nel 2018, quando l’aumento dei passaggi lungo la frontiera alpina ha reso
necessario trasformare le prime esperienze spontanee di solidarietà in un progetto
organizzato. Da allora, in costante collaborazione con la rete del volontariato, ha offerto alle
persone migranti un letto, pasti caldi, docce, equipaggiamento per la montagna, assistenza
sanitaria di base e informazioni sui rischi dell’attraversamento verso la Francia.
Secondo don Chiampo, la crisi non è soltanto economica: «Sul tema accoglienza l’aspetto
politico è sempre determinante. Il problema non è mai economico, ma di riconoscimento: se
a livello istituzionale si riconosce una valenza, l’aspetto economico diventa una semplice
conseguenza3».
La mancanza di risorse non rappresenta soltanto un problema contabile: segnala il
progressivo arretramento delle istituzioni rispetto alla responsabilità di garantire
un’accoglienza adeguata lungo la frontiera. Il conseguente ridimensionamento operativo è
stato inevitabile: da marzo il Rifugio ha sospeso l’apertura diurna e, dal 1° luglio, l’accesso
alla struttura è consentito soltanto dalle 20 alle 8.
1 Rifugio Massi, l’addio della fondazione – luna nuova – 24 luglio 2026
2
idem
3
idem
L’uscita di Talità Kum dalla gestione del Rifugio non comporta però automaticamente la
chiusura definitiva di ogni forma di accoglienza. Il volontariato, che nel modello precedente
svolgeva una funzione complementare e relazionale, è ora chiamato a garantire una parte
sempre più ampia delle attività. La rete dei volontari ha deciso di provare a costituire un
nuovo soggetto associativo, capace di raccogliere competenze, risorse e disponibilità, senza
nascondere le difficoltà e l’incertezza del futuro.
Da quando il Rifugio ha progressivamente ridotto gli orari di apertura, la rete dei volontari
garantisce l’accoglienza nei pressi della stazione ferroviaria di Oulx. Sono stati installati due
container: uno destinato all’assistenza sanitaria e legale, l’altro alle attività dei volontari.
Gazebo e tavoli vengono montati ogni mattina e smontati la sera per distribuire pasti,
bevande e materiali, oltre a fornire informazioni. I turni sono garantiti dalle 6.30 alle 22.
Il passaggio dal Rifugio al presidio in stazione, però, non rappresenta un semplice
cambiamento logistico. L’accoglienza si trasferisce da uno spazio stabile e protetto a un
presidio all’aperto, più fragile e dipendente dalla disponibilità quotidiana dei volontari. È
una soluzione che durante l’estate consente di garantire almeno i servizi essenziali, ma che
rischia di rivelarsi insufficiente con il ritorno del freddo e della neve.
Oulx si trova così di fronte a un passaggio decisivo. Il modello costruito negli ultimi otto
anni, fondato su operatori professionali, volontari e contributi pubblici, si sta dissolvendo.
Al suo posto emerge un sistema più fragile, affidato soprattutto alla mobilitazione della
società civile.
Il futuro dell’accoglienza a Oulx dipenderà dalla capacità di trasformare questa
mobilitazione in un progetto sostenibile, che non potrà mai sostituire l’esistenza di un
servizio strutturato. La sfida non consiste nel tenere aperto un edificio, ma nel ricostruire
una responsabilità collettiva attorno alla frontiera. Una responsabilità che non può ricadere
esclusivamente su chi, giorno dopo giorno, monta un gazebo, prepara un pasto o offre
assistenza dentro un container nei pressi della stazione ferroviaria, ma che dovrebbe
chiamare in causa le istituzioni e l’intero territorio sul significato politico e umano
dell’accoglienza.
Giorgio Bono – volontario sistema accoglienza migranti a Oulx
Oulx e il Rifugio Fraternità Massi: un anno di migrazioni sulla frontiera alpina italo-francese — di Giorgio Bono
l confine alpino tra Italia e Francia, e in particolare il tratto che attraversa l’alta Val di Susa, non è mai stato soltanto una linea tracciata sulle carte geografiche. Per secoli ha rappresentato uno spazio di relazioni, attraversato da persone, merci e culture, dove gli scambi e la prossimità territoriale hanno spesso prevalso sulle logiche di separazione imposte dagli Stati. Nelle Alpi occidentali, la vita delle comunità locali è stata a lungo caratterizzata da forme di mobilità legate al lavoro, al commercio e alla gestione delle risorse, più che all’idea di una frontiera come barriera.
Negli ultimi dieci anni questo territorio ha assunto una nuova centralità, entrando stabilmente nel sistema delle principali rotte migratorie europee. Il corridoio Oulx–Claviere–Briançon è diventato uno dei luoghi simbolo delle migrazioni contemporanee, uno spazio in cui si intrecciano mobilità umana, dispositivi di controllo e pratiche di solidarietà. Per le persone in transito, il confine non rappresenta soltanto il passaggio da uno Stato all’altro, ma un’esperienza segnata da incertezza, rischio e attesa, all’interno di un regime di frontiera sempre più selettivo e orientato alla sicurezza.
La direttrice Oulx–Claviere–Monginevro–Briançon si è così consolidata come uno dei principali corridoi migratori alpini. Si tratta di una rotta particolarmente esposta ai rischi ambientali: durante l’inverno neve, ghiaccio e temperature rigide rendono l’attraversamento difficile e talvolta pericoloso. A queste condizioni si aggiunge il rafforzamento dei controlli di frontiera, che contribuisce ad aumentare la complessità del percorso. La frontiera alpina appare quindi come uno spazio nel quale vulnerabilità, controllo istituzionale e solidarietà civile convivono e si confrontano quotidianamente.
In questo contesto si inserisce l’azione del Rifugio Fraternità Massi di Oulx e della rete di volontari che negli anni è diventata un punto di riferimento essenziale per le persone in transito. L’intervento si fonda su un approccio pragmatico orientato alla tutela immediata delle persone e alla risposta ai bisogni più urgenti generati dal viaggio. Accoglienza notturna, distribuzione di indumenti e beni di prima necessità, assistenza sanitaria di base e supporto logistico costituiscono forme di aiuto finalizzate soprattutto a ridurre i rischi dell’attraversamento e a garantire condizioni minime di sicurezza lungo il percorso.
A partire dal 2015 e, con maggiore intensità, dal 2017, il confine alpino italo-
francese è stato interessato da un significativo incremento dei flussi migratori.
Le persone che percorrono questa rotta provengono prevalentemente dall’Africa subsahariana, dal Nord Africa, dall’Asia meridionale e dal Medio Oriente. Molti hanno già attraversato il sistema di accoglienza italiano e scelgono di proseguire verso la Francia nella speranza di trovare migliori opportunità lavorative, ricongiungersi con i familiari già presenti oltreconfine o raggiungere contesti percepiti come più favorevoli sotto il profilo delle tutele sociali e dei servizi.
Nonostante la rilevanza assunta dal fenomeno, poche persone sono realmente consapevoli dell’entità e della dimensione umana dei transiti che ogni giorno interessano Oulx. Dopo aver ricevuto dai volontari assistenza, informazioni e supporto essenziali, centinaia di persone riprendono il cammino verso il confine francese. Rendere visibile questa realtà rappresenta il principale obiettivo delle presenti note: non soltanto quantificare il fenomeno, ma comprenderne l’evoluzione nel tempo, le trasformazioni e le tendenze emergenti. In questa prospettiva, la pubblicazione periodica dei dati raccolti dai volontari può costituire uno strumento prezioso per documentare una delle principali dinamiche migratorie che interessano oggi l’arco alpino.
I dati relativi al mese di maggio 2026 mostrano che 968 persone hanno lasciato il Rifugio Massi e Oulx per dirigersi verso la Francia. Oltre l’70% delle persone proviene dal Sudan, mentre quote più contenute riguardano cittadini marocchini, eritrei, algerini, sud-sudanesi, etiopi. Sono inoltre presenti persone provenienti da numerosi altri paesi dell’Africa, dell’Asia meridionale e dal Medio Oriente.

Fonte dati: rete del volontariato al Rifugio Massi – elaborazione dati: Giorgio Bono
La netta prevalenza delle persone provenienti dal Sudan non rappresenta un elemento casuale. Il colpo di Stato del 2021 e, soprattutto, la guerra civile esplosa nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) hanno provocato una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. Milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, mentre il collasso delle infrastrutture civili, dei servizi sanitari e dell’economia ha prodotto un vasto movimento di profughi e richiedenti protezione internazionale. Una crisi che può apparire lontana trova una manifestazione concreta e visibile a pochi chilometri dalle nostre case, lungo i sentieri che conducono al Monginevro e a Briançon.
Se si amplia lo sguardo all’intero periodo compreso tra maggio 2025 e maggio 2026, emerge un quadro ancora più significativo. Le rilevazioni effettuate quotidianamente dai volontari registrano oltre 16.000 partenze verso il confine francese, confermando come Oulx sia diventata uno dei principali punti di osservazione delle migrazioni contemporanee in Europa occidentale.

Fonte dati: rete del volontariato al Rifugio Massi – elaborazione dati: Giorgio Bono
Due elementi appaiono particolarmente rilevanti. Il primo riguarda la continuità del fenomeno: le partenze si susseguono durante tutto l’arco dell’anno, pur con variazioni stagionali, confermando che il transito alpino non costituisce un episodio occasionale ma un fenomeno strutturale e consolidato. Il secondo riguarda la dimensione internazionale dei flussi: ben 53 nazionalità diverse risultano rappresentate nelle rilevazioni. Un dato che evidenzia come il corridoio alpino sia inserito in reti di mobilità globali che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa.
Particolarmente significativa è inoltre la presenza di minori stranieri non accompagnati. Le rilevazioni mostrano che migliaia di ragazzi hanno attraversato Oulx nel corso dell’ultimo anno, affrontando il viaggio senza la presenza di familiari adulti. Si tratta di uno degli aspetti più delicati e meno conosciuti della migrazione lungo la frontiera alpina. Dietro ogni dato statistico si celano percorsi individuali complessi, progetti migratori costruiti nella ricerca di sicurezza, stabilità e opportunità future.

Fonte dati: rete del volontariato al Rifugio Massi – elaborazione dati: Giorgio Bono
L’analisi dell’andamento mensile evidenzia infine una notevole capacità di adattamento dei flussi migratori alle condizioni esterne. Le variazioni osservate nel corso dell’anno sembrano riflettere non soltanto fattori climatici, ma anche cambiamenti nelle politiche di controllo, nelle pratiche di respingimenti alla frontiera e nelle condizioni geopolitiche dei Paesi di origine.
Osservare ciò che accade a Oulx significa osservare, in una dimensione locale, processi che hanno origine ben oltre il confine alpino: conflitti armati, crisi politiche, disuguaglianze economiche, trasformazioni dei regimi di mobilità e delle politiche migratorie europee. In questo senso, la frontiera tra Italia e Francia si configura come un osservatorio privilegiato delle connessioni che legano fenomeni globali e realtà territoriali. Oulx è diventata uno dei luoghi in cui le grandi dinamiche delle migrazioni contemporanee assumono un volto concreto, intrecciandosi ogni giorno con le storie di chi è in cammino verso l’Europa.
L’obiettivo di queste note non è soltanto documentare il numero delle persone in transito, ma contribuire alla comprensione delle dinamiche che ne influenzano l’evoluzione nel tempo. Il monitoraggio sistematico dei dati raccolti dai volontari rappresenta uno strumento prezioso per leggere le trasformazioni dei flussi migratori, individuare tendenze emergenti e restituire visibilità a una realtà che, pur svolgendosi quotidianamente lungo i sentieri della frontiera alpina, rimane spesso ai margini dell’attenzione pubblica.
Gli sdraiati ci salveranno – di: Andrea Bagni
Si è parlato molto dei giovani e delle giovani per il voto sul referendum costituzionale. Disimpegnati, apatici cronici – che si impegnano e vanno a votare. Sorpresa. A me è tornato in mente un brano del romanzo Sabato di Ian McEwan del 2005. Il figlio risponde al padre che mi pare gli chieda come mai non è in piazza per la guerra in Iraq. Theo, il figlio, risponde: «Quando ci ostiniamo ad occuparci dei massimi sistemi, della situazione politica, del surriscaldamento dell’atmosfera, della povertà nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva. Se invece ridimensiono il pensiero, avvicino lo sguardo – concentrandomi, che so, sulla ragazza appena conosciuta, oppure la canzone che vogliamo fare con Chas, o la giornata di snowboard il mese prossimo –, diventa tutto bellissimo. Perciò d’ora in poi il mio motto sarà: solo pensieri su scala ridotta». Ho pensato anche al libro di grande successo di Michele Serra, Gli sdraiati. Solo una vita serenamente passiva e progetti da divano. Telecomando cellulare e popcorn.
Ma sono gli stessi giovani, così lontani dalla politica, che hanno riempito le strade per Gaza e la Flottiglia; che hanno votato in massa per difendere la Costituzione con il referendum, e prima ancora anche per i quesiti sul lavoro della Cgil? Sì, è passato un po’ di tempo ma sono loro. Sembra un paradosso. Perché le ragazze e i ragazzi che incontriamo sono davvero disincantati rispetto alla dimensione tradizionale della politica. E si sentono anche impotenti di fronte al disastro del mondo. Non solo i giovani peraltro. L’impotenza è un sentimento di massa, come il disincanto. Non si crede più nei governi o nelle opposizioni, nel sicuro avvento del sole dell’avvenire. Che lo Stato, le Leggi, le Istituzioni possano cambiare la tua vita, meno che mai. Però quel disincanto e quel senso di impotenza nei giovani non producono affatto disimpegno. Anzi. È casomai la generazione di mezzo che scompare dai radar: i giovani e i vecchi li trovi nei luoghi della polis. Hanno il desiderio e anche la pratica della comunità.
Ho trovato una riflessione su questo agire senza certezze nel piccolo magnifico libro di Franco Marcoaldi, La Disperanza. Si racconta che in auto verso una gelateria di Orbetello, il giovane Leo dichiara di punto in bianco: «La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire “sperare in un mondo migliore”. […] Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore. […] Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me. […] Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia». La gentilezza. Mi ha fatto venire in mente la mia nipote di sette anni che mi ha detto chi sono per lei i super-eroi – come il nostro amico Filippo che, anestesista, è andato con Medici Senza Frontiere a Gaza. «Nonno ecco, sono quelli che fanno una cosa che gli sta molto a cuore, e la fanno con gentilezza». La gentilezza come una pratica rivoluzionaria, tessitura di umanità.
Dunque la generazione che si sente impotente e non spera in un futuro radioso, nelle magnifiche sorti e progressive, è tutt’altro che disimpegnata. Scende in piazza di fronte all’ingiustizia e al genocidio, va anche a votare per la Costituzione. A Firenze riempie gli appuntamenti di lotta e di letteratura della ex Gkn – altra pratica conflittuale e amorosa di comunità. Quello che colpisce i nonni come me, è il rapporto che queste ragazze e ragazzi hanno con la rappresentanza. Zero, proprio zero. Nessuna fiducia, non si aspettano niente. Chissà perfino se vanno a votare per le politiche – se lo fanno penso sarà solo per scegliere il male minore, il meno peggio. Il mondo della politica istituzionale a me sembra per loro lontanissimo. Quindi nessuno si azzardi a pensare che quelli saranno tutti voti per il centrosinistra nel 2027. Sarebbe un disastro annunciato. Forse ha fatto eccezione, ha superato questo baratro, il Governo Conte due, nella prima fase della pandemia. L’appuntamento delle 18 era una scadenza collettiva, intercettava un sentimento diffuso anche fra i miei studenti. Più o meno quel “nessuno si salva da solo” che – di nuovo – produceva il senso di una comunità e il valore dello spazio pubblico. Di cura e di relazione.
Si potrebbe pensare che sia compito della politica colmare la distanza, magari a partire da un programma elettorale adeguato, e certo non è sbagliato. Ma il messaggio dovrebbe essere radicale e i messaggeri sono radicalmente non credibili, così consumati dai politicismi, indesiderabili. A me sembra che adesso quella disaffezione dalla rappresentanza sia un dato irreversibile. Quasi un tratto ontologico di questo protagonismo giovanile. Il punto però è che quella mancanza di speranza nello Stato e nella Politica può essere una ricchezza. Non c’è il sole dell’avvenire ma neanche qualcuno o qualcosa cui affidarsi che ti faccia aspettare fiducioso. Nessuna o nessuno a cui delegare o al cui esercito appartenere.
Aveva scritto Marco Revelli in un saggio bellissimo di venti anni fa, Oltre il Novecento, che il futuro sarebbe stato non di militanti ma di volontari, e oggi sono Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans che emozionano. Quello che accende la partecipazione delle ragazze e dei ragazzi mi sembra una dimensione etica profonda, di politica esistenziale. Un sentimento di intollerabile ingiustizia, il bisogno di esserci individualmente con gli altri per gli altri. Non si aspettano che cambi il mondo perché sono scesi in piazza, e però le riempiono lo stesso le strade. Perché non puoi farne a meno. Perché il mondo e la sua violenza sono entrati in quella “scala ridotta” dei pensieri, nel senso che sono diventate ferite personali. Il telecomando ti fa vedere bambini che muoiono di fame, barche affondate, persone a testa bassa piegate nell’umiliazione dei potenti. E nel Mediterraneo non ci sono taxi, solo grandi cimiteri di mamme e neonati. E tutto ci tocca e ci riguarda. Non si può chiedere a questo slancio, che nasce da un sentimento, continuità e organizzazione. Di nuovo, ne è ontologicamente lontano. E tuttavia esiste, e immette nel tessuto discorsivo della società le sue parole e la sua etica. Non garantirà vittorie elettorali, forse, però educa e diffonde civiltà umana.
Questo esserci comunque, anche senza grandi certezze o facili speranze, scalda il cuore. Ha un che di leopardiano. Non ci sono paradisi alla fine, vite eterne da conquistare; siamo tutti gettati in un mondo privo di senso soprannaturale e senza eternità. Ma in questo essere “ginestre” orfani di dio siamo fratelli e sorelle. E possiamo dare senso al mondo con quello che facciamo nel mondo noi stessi, per come ci aiutiamo a vicenda. Per come siamo sensibili alla sofferenza e sentiamo certe ferite come nostre. Non c’è bisogno di avere fede nella rivoluzione per essere rivoluzionari. Importa vivere intensamente – e con gentilezza – il nostro presente individuale e collettivo. Di individualismo comune. Come ha scritto Albert Camus (citato da Marcoaldi): «Mi rivolto dunque siamo».
Ho l’impressione che sul piano del voto politico, questa generazione sia condannata a quello che una volta di chiamava “voto d’opinione”. Cioè senza appartenenza. Forse l’epoca delle forti appartenenze è finita con il Novecento e la storia dei partiti comunisti. Allora essere membri di un partito dava una sorta di orientamento universale, una chiave di lettura del mondo. Il principio e il fine di ogni agire politico. A me allora sembrava un po’ una chiesa, però funzionava e faceva storia. Tuttavia oggi nessuna teleologia mi pare più possibile. Oggi forse conta più il percorso che la meta. Più i compagni di viaggio e il paesaggio che si incontra che l’obiettivo definito da raggiungere. Il paesaggio sono gli essere umani, le guerre, l’ambiente che devastiamo, le migrazioni che imprigioniamo per non riconoscere noi stessi in quella fragilità, in quel desiderio disperato e appassionato di vita.
Non so bene che può fare la politica istituzionale per questo mondo giovanile – e non solo giovanile. Intanto quello che ha scritto il 26 maggio Gaetano Azzariti su il manifesto: «In fondo, oggi, non è difficile interpretare le “passioni elementari espresse dal popolo” in sede referendaria. Esse sono quelle che la nostra Costituzione ha scritto alle origini della nostra Repubblica, e che sono state progressivamente abbandonate e sostituite da altre. Le piazze le hanno ribadite, protestando contro tutte le guerre e riaffermando il principio pacifista, ribellandosi alla concentrazione dei poteri dei nuovi “re” (No Kings) e rivendicando il protagonismo del demos, inorriditi dal genocidio dei popoli e a favore dei diritti umani, opponendosi alle misure di esclusione dei “diversi” e invocando processi di integrazione tra i popoli». Provarci almeno a interpretare quelle passioni. Praticare da subito una sorta di etica radicale del linguaggio per una politica radicale. Che garantisca la vita sul pianeta, la pace, spazi pubblici, reti di relazioni radicalmente antiautoritarie. Relazioni in cui essere intere e interi. Con il diritto alla gioia e al piacere.
Sui cartelli delle ragazze alle manifestazioni del Friday For Future il lavoro del femminismo appariva chiaro. “Le stagioni sono più irregolari del mio ciclo”, “C’è più foresta sulle mie gambe che nell’intero pianeta”, “Se si sciolgono i ghiacciai come lo facciamo il mohito”, “Sopra i 40 gradi solo i super alcolici”, “La crisi climatica è più reale dell’orgasmo delle vostre mogli”… In fondo il femminismo è l’unica rivoluzione che nel Novecento si è realizzata. E ancora agisce. La vita politica oggi è personale oppure non è niente, si perde nell’iperuranio del chiacchiericcio mediatico.
Questa moltitudine di ragazze e ragazzi, che appare e scompare dalla sfera pubblica, ma esiste, è lontanissima dall’immaginarsi membro di un partito che dovrebbe conquistare lo Stato, per poi cambiare il mondo dal potere. Ma forse è capace di produrre spostamenti molecolari. È capace di resistenza, esodo, diserzione, per fare comunità altrove. Magari a partire dai propri divani. Sono gli sdraiati che ci salveranno.
La Torino di Tonino Miccichè – di Diego Giachetti
Il libro di Angelo Capretti e Piero Lanfranco (Tonino Miccichè dal sud alla metropoli torinese, Edizioni Colibrì, 2025) pubblicato in occasione del cinquantenario della sua morte, avvenuta il 17 aprile 1975 al quartiere la Falchera di Torino, ucciso da una guardia giurata, è parte di altre iniziative commemorative promosse l’anno scorso in collaborazione con il Centro studi Piero Gobetti.
Originario di Pietraperzia, comune in provincia di Enna, diciottenne giunse nel settembre 1968 a Torino, una città che prometteva benessere e lavoro, ma in realtà offriva fatica, emarginazione e solitudine. Come altri e altre visse le comuni vicende degli emigranti nelle città del nord, trascinati da un repentino quanto caotico e disordinato processo di inurbamento, indotto dal “miracolo” economico geograficamente disomogeneo. Un percorso che accompagnò la sua personalità, adeguatamente richiamato dagli autori, senza cedere alla memorialistica e/o all’immagine “eroica” dell’individuo, ma restituirla al movimento collettivo composto da operai, studenti, donne, oppressi in rivolta contro ruoli che li volevano subordinati al potere in fabbrica e nella società in generale. La sua vicenda quindi è opportunamente inserita all’interno dell’agire collettivo dei movimenti sociali e di classe che percorsero la città della Fiat, per cogliere come lo sviluppo della coscienza individuale proceda di pari passo con quella collettiva costruendo un comune vocabolario motivazionale. In tal senso, la sua biografia diventa sintesi rappresentativa e esemplare di una parte di storia della prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, con particolare riferimento alla città di Torino, vissuta dal punto di vista di un emigrante. La sua vicenda acquisisce un senso compiuto solo se inclusa nella storia dei movimenti di classe, operai e metropolitani degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Movimenti che hanno aperto a nuove prospettive di vita collettiva e individuale.
Dopo vari lavori, nel 1970 fu assunto alla Fiat e collocato alle officine meccaniche di Mirafiori, “buttato” dentro una storia della lotta di classe che dopo la repressione vallettiana dell’immediato dopoguerra aveva appena conosciuto il riscatto dell’autunno caldo del 1969, passando per i “fatti” di Piazza Statuto del luglio 1962, descritti riprendendo un’intervista a Luciano Parlanti. Inevitabile in quel contesto l’incontro con la politica da parte del giovane operaio avvenuta tramite il contatto coi gruppi della nuova sinistra appena formati (Lotta Continua e Potere Operaio), sorti proprio nei mesi più intensi della lotta per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici nel 1969. Opportunamente gli autori richiamano quella stagione di lotte e tratteggiano l’origine dei gruppi della sinistra rivoluzionaria richiamando le lotte studentesche universitarie e la breve ma importante azione dell’Assemblea operai e studenti.
Se la lotta operaia aveva ricomposto la classe, quelle sociali riorganizzavano il proletariato in una simbiosi tra dentro e fuori la fabbrica per prendersi la città, secondo la sintesi fatta dall’appena nata Lotta Continua alla quale Tonino Miccichè aveva aderito. L’incontro coll’azione del movimento fu coinvolgente, rapì tutta la vita, richiamò il dovere di schierarsi rischiando di pagare di persona in un periodo in cui, nel promuovere la lotta dentro e fuori le fabbriche, si riscontrava non solo un crescente clima di intolleranza e violenza fascista, ma anche una preoccupante compenetrazione tra settori dello Stato e gruppi dell’estrema destra. L’emergenza era tale che stimolò la costituzione del Comitato Unitario Antifascista, luogo d’incontro e confronto tra tutte le forze politiche di sinistra, “vecchia” e “nuova”, i sindacati, i giovani e “vecchi” militanti antifascisti, che in breve tempo poté contare su 33 comitati presenti nei quartieri, scuole fabbriche di Torino e in alcune città della provincia.
Nel 1973 fu licenziato dalla Fiat in seguito all’arresto per il fallito attacco, il 27 gennaio di quell’anno, alla sede del Movimento Sociale Italiano che costò 19 ordini di cattura nei confronti di militanti di Lotta Continua, quasi tutto il gruppo dirigente locale, di cui cinque eseguiti. Tra gli arrestati figurava anche Tonino Miccichè che verrà scarcerato e messo in libertà provvisoria il 9 maggio 1973. Per Lotta Continua divenne responsabile dell’intervento nel “settore casa” e, assieme a Daria Basso, si unì ai cittadini della Falchera, appena si sparse la voce dell’occupazione delle case.
Chi emigrava al nord per trovare lavoro lasciava la propria casa, affetti e amicizie. Se capitavano a Torino trovavano alloggi di fortuna nelle soffitte del centro storico, dove poteva capitare che i letti fossero usati da due persone, secondo i diversi turni di lavoro, in attesa di accedere alle case popolari, quartieri ghetto lontani da quelli della Torino bene: Falchera era uno di questi, uno dei tanti ghetti costruiti nella città, impreparata all’afflusso migratorio provocato dalla caotica crescita economica. I gruppi della nuova sinistra torinese che operavano fuori e dentro la fabbrica, sostenevano la costruzione di comitati di lotta per organizzare l’occupazione di edifici con case vuote o sfitte, dando vita ai primi spontanei comitati di quartiere. Un movimento di lotte urbane che attraversò la città dal 1968 al 1976 al quale il libro dedica due capitoli specifici.
Le pratiche per l’assegnazione delle case popolari erano lente e discutibili, sempre più famiglie si trovarono strette nella morsa di affitti esorbitanti per alloggi fatiscenti. A Falchera centinaia di famiglie operaie arrivarono da tutta la città e si organizzarono per occupare e amministrare le case non ancora assegnate, con un forte protagonismo femminile raccontato in un denso capitolo. Miccichè divenne uno dei coordinatori delle occupazioni alla Falchera, figura riconosciuta e stimata. Trattava con le autorità, organizzava, assieme al comitato di quartiere, l’assegnazione degli alloggi alle famiglie di occupanti, provava a mediare i problemi quotidiani che nascevano dalla convivenza di tante persone, assegnatari e occupanti.
Proprio la disputa con una guardia giurata che si era presa un box auto in più oltre a quello già assegnatogli, fu la causa scatenate dell’omicidio. Il comitato per la casa voleva usarla per fare le sue riunioni. Sorse un contrasto dall’esito drammatico: il 17 aprile 1975 la guardia giurata si avvicinò al gruppo di persone estrasse una pistola e sparò in fronte a Tonino Miccichè uccidendolo. Il processo per omicidio volontario si tenne il 2 febbraio 1978, l’autore del delitto fu condannato a 19 anni di carcere, ridotti in appello a 13. Un esito processuale non pienamente condivisibile, perché, ricordano gli autori, la giustizia non riconobbe l’essere stato un omicidio dovuto anche a motivazioni politiche.
La sua morte avvenne nei giorni in cui, alla vigilia del trentesimo anniversario della festa della liberazione, il 16 aprile 1975 a Milano Claudio Varalli, militante del Movimento Studentesco fu ucciso da un fascista. Il giorno dopo sempre a Milano, nel corso di una manifestazione di protesta antifascista, Giannino Zibecchi, studente universitario, morì investito da una camionetta dei carabinieri. A Torino il 18 aprile, alle nove del mattino un numeroso contingente di studenti, proveniente dai vari istituti e scuole in sciopero, si radunò a Palazzo Nuovo e partì in corteo, raggiunse piazza Castello, imboccò via Garibaldi al grido di “corso Francia 19”, sede del Msi. Gli aderenti alla Fgci, circa 2000 studenti, in un corteo di circa 10.000 persone, abbandonarono il corteo. Giunti in piazza Statuto, una parte mosse verso corso Francia dove era ubicata la sede del MSI, protetta da un cordone di polizia. Seppur contrastati dalle forze dell’ordine con lancio di lacrimogeni, come riferiva il Questore, un gruppo riuscì a raggiungere i locali della Federazione devastandoli. Era la risposta dell’antifascismo torinese, titolava il quotidiano Lotta Continua del 19 aprile, “nel nome di Varalli, di Zibecchi, di Miccichè”. Nuovi incidenti tra polizia e dimostranti e nuovi morti e feriti quello stesso giorno. A Firenze, Rodolfo Boschi, militante del PCI fu ucciso da un agente, a Roma Sirio Paccino fu ferito a colpi di pistola da attivisti del MSI, riferivano le cronache.
Il 21 aprile 1975 un lungo corteo funebre, rabbioso e commovente, partì da piazza Crispi per raggiungere piazza San Giovanni dove, fra gli altri, parlò Guido Quazza a nome del Comitato Unitario Antifascista. Un discorso breve, asciutto, toccante: «La realtà torinese ti mostrò subito che la vecchia Resistenza chiedeva una nuova Resistenza, per una lotta sola, la lotta dei proletari contro il capitalismo, la lotta dei proletari contro la sua arma estrema, il fascismo. In questa lotta sei caduto. Ora ci lasci la lezione più alta, la lezione della morte. Grazie caro Tonino. Nel salutarti, prendiamo solenne l’impegno di continuare, vecchi e giovani insieme, in una unità sempre più vasta, sempre più forte, la tua, la nostra battaglia». Poi la salma fu trasferita al suo paese natale, Pietraperzia, dove il 23 aprile si svolse il funerale.
Il libro di Capretti e Lanfranco sarà presentato venerdì 5 giugno alle 18.30 al Centro Gobetti con la partecipazione di Diego Giachetti, Alberto Pantaloni, Marco Scavino, Giulia Novaro e Marco Revelli.

Un monaco in viaggio con la Flotilla di redazione

La Flotilla è di nuovo in viaggio verso Gaza, dopo che, la notte tra il 29 e il 30 aprile, la marina israeliana ha
intercettato 22 imbarcazioni in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600
miglia nautiche dalle coste palestinesi e sequestrato i passeggeri sbarcandoli sull’isola di Creta, salvo due – il
brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek – deportati in
Israele con l’accusa di «affiliazione a un’organizzazione terroristica» e trattenuti in carcere per 10 giorni
prima di essere espulsi ( https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/05/11/quella-notte-su-una-nave-della-
flotilla/ ).
Lo scorso anno, tra la fine di agosto e i primi di ottobre, la precedente spedizione della Global Sumud Flotilla
aveva catturato l’attenzione mediatica del mondo ( https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/08/28/global-
sumud-flotilla-salpare-per-gaza-contro-il-silenzio-del-mondo/ ) prima di essere brutalmente interrotta dalla
stessa marina israeliana con una operazione di vera e propria pirateria e l’arresto e il sequestro dei
partecipanti ( https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/09/26/gli-attacchi-alla-flotilla-sono-un-reato/ ). Ne
era seguita, nel mondo e in Italia in particolare, una mobilitazione quasi senza precedenti, soprattutto di
giovani e giovanissimi che avevano invaso le piazze e bloccato le città dando origine a un movimento che
tuttora perdura.
A quella spedizione aveva partecipato, tra gli altri, Claudio Torrero, filosofo e insegnante torinese impegnato,
dopo una militanza giovanile nel movimento del ‘77, in un lungo percorso spirituale che lo ha portato, nel
2018, a diventare monaco buddhista assumendo il nome di Bhante Dharmapala. Della sua esperienza
complessiva (quella religiosa e quella sulla Flotilla) Torrero ha parlato, a Volere la Luna, il 19 novembre
2025 in un interessante e partecipato incontro dal titolo “Una voce dalla Freedom Flotilla. Verso l’inferno di
Gaza e ritorno)”. Qualche mese dopo quei due viaggi paralleli sono diventati un libro: “Sull’arca e dentro la
balena. Un monaco in viaggio con la Flotilla”, pubblicato da Interdependence.
È particolarmente attuale segnalarlo oggi, riportando l’efficace presentazione della quarta di copertina: “Nel
2025 un monaco parte da Otranto per unirsi alla Flotilla, la spedizione civile che tenta di raggiungere Gaza
per portare aiuto e testimonianza di pace. Il suo diario diventa una meditazione sulla paura, sul coraggio e
sulla fede, attraversando il mare e la storia fino al ventre della balena – simbolo del male ma anche
dell’introspezione più profonda. Un libro che non divide, ma invita a guardare in faccia il dolore del mondo
per ritrovare la rotta dell’umano”.
Trivero 16: mensa pop, primo bilancio a tre mesi dall’apertura di Enzo Di Dio e Mauro Valle
Trivero 16: mensa pop, primo bilancio a tre mesi dall’apertura
di Mauro Valle e Enzo Di dio
Premessa
Volere la Luna significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, pensare, agire, cooperare e aggregarsi tenendo fermi i valori di un solidarismo radicale.
Tre sono gli obbiettivi primari: contrastare le disuguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Non limitarsi a proclamare i propri valori ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici (dallo statuto di “Volere la Luna”).
In questo contesto nasce “Trivero 16: mensa pop”, non un luogo di assistenza ma un progetto di solidarietà e di partecipazione, dove sia possibile consumare un pasto caldo e gradevole, insieme, costruendo comunità. Chi può pagare (quanto può e se vuole) lo fa, e chi non può, consuma il pasto gratuitamente. Ma la mensa è anche un luogo dove è possibile fermarsi a fare quattro chiacchiere.
Un po’ di storia
All’epoca del pandemia Covid nella Circoscrizione 4 si costituiva Snodo n.4, rete informale di associazioni ed enti che raccoglievano derrate alimentari, distribuite nella casa di quartiere (+Spazio4) in via Saccarelli 18 o a domicilio. Volere la Luna ha collaborato alla raccolta e alla distribuzione di pacchi alimentari nel quartiere e successivamente alla distribuzione dei pacchi nel salone polifunzionale. Dal febbraio 2021 con il progetto “Pasti sospesi” in collaborazione con l’Associazione dei Sardi “Antonio Gramsci”, Volere la Luna provvedeva alla distribuzione di pasti a domicilio. Ma l’”emergenza alimentare” nel quartiere è ancora attuale nonostante la fine della pandemia, nella Circoscrizione 4 sono infatti attivi una mensa sociale ed alcuni punti di distribuzione di pacchi alimentari.
La povertà alimentare: una realtà nella nostra città
“Il cibo è un bisogno primario e, al tempo stesso, un diritto fondamentale riconosciuto a livello internazionale. Nonostante ciò, l’accesso ad un’alimentazione sana, adeguata e culturalmente appropriata rimane ancora oggi un traguardo lontano per molte persone in Italia. La povertà alimentare, lungi dall’essere un problema marginale, si manifesta come una delle forme più tangibili e quotidiane di deprivazione materiale e disuguaglianza, capace di incidere sulla salute, sulla dignità e sulla partecipazione sociale degli individui.
Nel corso degli ultimi due decenni, crisi economiche ricorrenti, trasformazioni del mercato lavoro, dinamiche migratorie, cambiamenti climatici e, infine, la crisi socioeconomica scaturita dalla pandemia da Covid-19 hanno contribuito ad aggravare le condizioni di chi fa esperienza di povertà alimentare, rendendola un fenomeno sempre più complesso e stratificato. In Italia, e nelle città in particolare, la povertà alimentare non si presenta solo come mancanza di sufficienti quantità cibo, ma come difficoltà ad accedere a un’alimentazione adeguata, in modo stabile e attraverso esperienze di approvvigionamento non
stigmatizzanti” (Veronica Allegretti, Introduzione de “La povertà alimentare a Torino”, Unito, 2025). Nella ricerca sopracitata vengono illustrati i risultati di un’indagine quantitativa condotta tra il 2021 e il 2022 dall’équipe di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana.
I ricercatori hanno raccolto 205 interviste presso 26 associazioni torinesi, utilizzando un questionario che esplorava le dimensioni materiali, sociali e socio-emotive del fenomeno. L’indagine ha rilevato come la povertà alimentare a Torino si manifesta come una deprivazione complessa, interconnessa soprattutto con la mancanza di risorse economiche, la povertà abitativa e l’esclusione sociale. I risultati hanno messo in luce
profili di vulnerabilità emergenti, anche tra chi possiede alti titoli di studio ma soprattutto fra coloro che hanno lavoro a basso reddito, cosiddetti working poor.
Nella Torino dei grandi eventi, dalle ATP Finals alle Olimpiadi 2030, la povertà esiste ed investe i bisogni più elementari come la spesa alimentare che è sensibilmente diminuita. Inoltre sono sempre di più i senza fissa dimora, giovani e vecchi, italiani e stranieri, donne e uomini (a Torino ne sono stati individuati 1.036, di cui 372 in strada – ISTAT 2026) Ed insieme alla povertà economica, aumenta la solitudine: in Città quasi il 40 per cento delle famiglie è costituito da un solo componente (nel 20 per cento dei casi ultrasessantenne).
Una lettura territoriale della povertà a Torino: indicatori socio economici nei quartieri
Per valutare il contesto Torinese della povertà prendiamo come riferimento la mappa della Città di Torino, analizzando l’indice di deprivazione socioeconomica per i diversi quartieri che compongono l’area metropolitana. I valori riportati nella figura 1 fanno riferimento all’anno 2023, con un range che varia da zero (più depriv
ato) a cento (meno deprivato).
I dati relativi della situazione socio economica di alcuni quartieri:
| Quartiere | Indice socio-economico | |
| 1 | Centro | 86.95 |
| 6 | S. Donato | 45.06 |
| 14 | Parella | 25. 71 |
| 15 | Le Vallette | 10.06 |
Il quartiere Centro è quello con l’indice socio economico migliore di tutta la Città, mentre Vallette è il peggiore: sembra di tornare alla Torino degli anni ’60 del secolo scorso. I quartieri S.Donato e Parella sono quelli che costituiscono la Circoscrizione 4, Parella è dove ha sede Volere la Luna con indice tra i più bassi della città (meno di un terzo del Centro).
La mensa popolare di via Trivero 16: alcuni dati
La mensa popolare nasce il 19 gennaio 2026, è aperta il lunedì, il mercoledì ed il venerdì dalle 12.30, si avvale di un cuoco professionista, due coordinatori e 45 volontari (dotati di certificazione HACPP), senza i quali non sarebbe stato possibile realizzare il progetto.
La cucina della mensa è stata realizzata nel piano rialzato della palazzina, su progetto di Architettura Senza Frontiere Piemonte, ed è stata sostenuta dai fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese che hanno permesso l’acquisto delle attrezzature e dall’associazione ASSEFA sezione di Sanremo che attraverso una cospicua donazione ha contribuito a ultimare i lavori e acquisire gli impianti necessari.
I generi alimentari vengono reperiti attraverso accordi e collaborazioni con enti ed associazioni impegnate nel recupero di cibo ed attive contro gli sprechi, come il Banco Alimentare, la Fondazione Fiore della Pace, l’Associazione Casa della Speranza, l’Associazione Casa del Migrante, l’Associazione Antonio Gramsci, l’Associazione Eco delle Città, il progetto Fooding di ARCI, il mercato di Corso Svizzera ed alcuni commercianti di orto-frutta della zona, ma anche attraverso acquisti diretti utilizzando i fondi che si ricavano dalle donazioni alla mensa.
Gli attuali fruitori sono 47, tra questi due nuclei famigliari, che sono stasi segnalati da: – 13 Polo inclusione sociale distretto Nord-Ovest;
– 1 Associazione 3° Settimana;
– 8 Associazione Relamondo;
– 3 Casa del Migrante;
– 3 Parrocchia Divina Provvidenza,
– 3 Parrocchia S. Anna;
– 9 Associazione Safe House (i due nuclei famigliari)
– 5 da conoscenze
Sono 14 le donne, l’età media è 48.5 anni (da 34 anni 🡪 83 anni), 13 gli stranieri (6 peruviani, 5 slavi, 2 marocchini). I pasti sono circa 40 per turno (fruitori + volontari).
E’ in corso una collaborazione con l’associazione Raimbow for Africa per fornire 40 box alimentari per persone senza fissa dimora (il mercoledì).
Cosa faremo da grandi
E’ in corso di organizzazione un corso di “cucina consapevole”, in collaborazione con il Servizio di Igiene, Alimentazione e Nutrizione dell’ASL Città di Torino per la preparazione di cibi per una dieta corretta anche con poche risorse ed è in via di definizione un progetto di ricerca con Unito (Dipartimento di Culture, Politica, Società) su povertà grigia e povertà alimentare.
In relazione al progredire della richiesta di aiuto alimentare sarebbe importante riuscire ad aumentare i giorni di apertura della mensa a cinque giorni alla settimana, limitandoci ai soli pranzi ed escludendo i festivi, garantendo il pasto ad almeno 40 – 45 fruitori. Dipenderà soprattutto se ci saranno nuove disponibilità di volontari. Ma noi vogliamo la luna e quindi ce la faremo.
Questo 25 aprile – di: Livio Pepino
Ogni 25 aprile ha una sua specificità, anche se non sempre l’impatto è rilevante come quello del 1994 che segnò la ripresa (momentanea) della sinistra dopo la vittoria elettorale di Berlusconi. Quest’anno non è tempo di festa. Da festeggiare c’è, infatti, assai poco con la situazione nazionale e internazionale in cui siamo immersi. È tempo, piuttosto di analisi e di messa a punto di una reazione adeguata contro lo status quo. Come in altri periodi della nostra storia. Ricordo il 1960, quando il ciclo di lezioni organizzato a Torino da Franco Antonicelli su antifascismo e resistenza, fu – come è stato detto – la preparazione per una ulteriore lezione: quella dei moti del luglio, a Genova, contro il programmato congresso del Movimento sociale italiano. Ebbene, quest’anno, il 25 aprile ci richiama a tre questioni, fondamentali nell’ormai lontano 1945 e di nuovo di prepotente attualità: la liberazione dal fascismo, la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini e l’adozione della Costituzione repubblicana, frutto della Resistenza.
Il fascismo, sconfitto 81 anni fa, si ripropone nella società, nella politica e nelle istituzioni. Ci sono delle diversità, come inevitabile dato il mutato periodo storico e il cambiamento del contesto, ma la sostanza è la stessa: il militarismo, il culto della guerra e della nazione, il disprezzo per la cultura, la vocazione autoritaria, la teorizzazione della disuguaglianza, il rifiuto del diverso e dei migranti, l’organizzazione dello Stato in base a cordate parentali e amicali. Troppo spesso, negli ultimi anni, ciò è stato sottovalutato e, anche dopo la vittoria delle destre nelle elezioni del 2022, molti “cattivi maestri” hanno continuato a sostenere che eravamo di fronte a un semplice, fisiologico cambio di governo. Non era così ed oggi, seppur tardivamente, cresce la consapevolezza che siamo di fronte al tentativo di instaurare, di nuovo, un “regime reazionario di massa” per usare parole di Antonio Gramsci. Lo dimostrano, nonostante il doppiopetto indossato dagli improbabili nuovi gerarchi, la continua umiliazione del Parlamento (che si vorrebbe nuovamente ridotto ad “aula sorda e grigia”), il perseguimento di un contatto diretto e senza mediazioni del capo con il popolo (praticato dalla presidente del Consiglio in attesa di formalizzarlo con l’introduzione del premierato assoluto), l’azzeramento dei meccanismi di controllo e dei relativi poteri (che ha avuto la manifestazione più eclatante nella “riforma della giustizia”, respinta solo dal voto popolare), il tentativo di occupare i luoghi della cultura e di riscrivere la storia, le politiche economiche di favore nei confronti dei poteri forti (maldestramente occultate da un populismo verbale privo di contenuti), le leggi di contrasto dell’immigrazione fondate sull’identità nazionale e sulla razza (vere “leggi razziali” del nuovo millennio, secondo una lucida definizione di Gastone Cottino), la repressione capillare del dissenso con abbandono di alcuni tratti dello Stato di diritto, la non nascosta ammirazione per i campioni internazionali dell’autoritarismo (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump). Alcune forti resistenze sociali, le grandi mobilitazioni dell’autunno scorso e, in ultimo, la vittoria del no nel referendum hanno momentaneamente bloccato quel disegno ma è ormai chiaro ai più che una seconda legislatura a trazione Fratelli d’Italia sarebbe devastante e, anche grazie all’esperienza accumulata in questi anni, porterebbe alla fine della forma di Stato disegnata dalla Costituzione del 1948. A ciò – e alla necessità, come obiettivo primario, di evitare una nuova vittoria della destra nelle elezioni del prossimo anno – ci richiama questo 25 aprile.
La Liberazione segnò, nel 1945, anche la fine della guerra voluta da Hitler e Mussolini. La conclusione del conflitto e le devastazioni (materiali e morali) da esso prodotte portarono al bando della guerra: nel diritto internazionale, nell’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nel sentire diffuso degli uomini e delle donne. Ciò non ha eliminato le guerre nel mondo ma le ha, in qualche misura, limitate per quattro decenni e, soprattutto, ha prodotto la loro diffusa condanna da parte dell’opinione pubblica mondiale. Con il nuovo millennio – e oggi più che mai – lo scenario si è ribaltato: la guerra è tornata ad essere strumento ordinario di definizione dei conflitti tra gli Stati, la forza ha sostituito il diritto e soppiantato gli organismi internazionali, è stata di nuovo sdoganata la possibilità di uso delle armi nucleari, il genocidio viene praticato impunemente e su larga scala da Israele nei confronti del popolo palestinese (cancellando il “mai più” proclamato dall’umanità sulla porta di Auschwitz), la corsa alle armi cancella ovunque le conquiste dello Stato sociale. Tutto ciò, oltre ad essere praticato, è teorizzato da politici e capi di Stato (a cominciare dal presidente degli Stati Uniti che vorrebbe, per di più, essere insignito del Nobel per la pace). E il veleno si diffonde. Anche nel nostro Paese intellettuali considerati progressisti deplorano il decadimento dello spirito bellico prodotto da decenni di pace e, replicando il delirio dei futuristi, considerano la guerra come “igiene del mondo”. Da qualche tempo il mondo – i giovani soprattutto – ha cominciato a reagire. In questo contesto di reazione si colloca questo 25 aprile che propone alcuni imperativi irrinunciabili: il ripudio della guerra, il valore assoluto della pace, il rifiuto di ogni forma di riarmo e l’impegno a negare l’appoggio a qualunque forza politica che lo pratichi e lo sostenga.
La Costituzione del 1948 è il portato della Resistenza: per questo la si celebra il 25 aprile. Oggi essa è sotto attacco, svuotata dei suoi valori, delegittimata nel suo significato, picconata nella prassi e con reiterate proposte di modifica. Ad essere attaccati sono i diritti sociali fondamentali (dalla salute al lavoro), il diritto al futuro delle nuove generazioni (con la negazione di fatto della crisi climatica) e le libertà politiche (con provvedimenti legislativi che minano le basi dello Stato di diritto spingendosi a prevedere come delitti l’espressione del dissenso e la resistenza passiva). Questo attacco è plasticamente rappresentato dall’approvazione, proprio alla vigilia del 25 aprile, della legge di conversione dell’ennesimo decreto sicurezza che, più ancora dei suoi precedenti, straccia letteralmente la Costituzione (tanto da provocare un esplicito richiamo del presidente della Repubblica, di cui è ben nota la prudenza nell’esercizio del potere di verifica della conformità costituzionale delle leggi). Non basta. Ad essere messo in discussione è – come già detto – lo stesso assetto istituzionale previsto nella Carta del 1948: con la legge di modifica dell’ordinamento della magistratura, la realizzazione dell’autonomia regionale differenziata e la proposta di istituzione del premierato assoluto. La prima modifica è stata cancellata, come noto, dal voto referendario; la seconda è stata in buona parte devitalizzata dalla Corte costituzionale; la terza è stata messa in stand by dalla sconfitta referendaria ma non è difficile prevedere che la manovra si riproporrà attraverso nuove strade. In questa situazione il 25 aprile, in continuità con l’univoca indicazione del voto referendario, richiama alla necessità di una difesa senza se e senza ma della Costituzione repubblicana.
Questo deve essere il 25 aprile del 2026.














