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Assemblea rete antirazzista militante per l’abitare

VERBALE DELLA RIUNIONE DELLA RETE ANTIRAZZISTA E MILITANTE PER L’ABITARE (RAMA) – Oltre la violenza strutturale
Magazzini sul Po’ (Torino),
Presenti
Jean-Louis Aillon (Ass. Fanon)
Ivano Casalegno (Ass. Arteria)
Francesca Carbone
Modou Beye
Monica Rossi (Tampep)
Alice (Collettivo Prendocasa Torino)
Maria Cristina Chiadò Florio (Articolo 10 ETS)

Altri partecipanti si sono aggiunti nel corso della riunione.
OBIETTIVO DELLA GIORNATA: focalizzare i punti importanti della proposta politica, che verranno poi discussi a settembre per consenso.
La riunione si apre con una contestualizzazione del problema dell’abitare a Torino da parte di Giustino – Volere la Luna.
Premessa: si tengono buone le considerazioni fatte nel corso dell’incontro del 14 giugno (v. verbale).
Torino come cartina tornasole disagio abitativo italiano.
I dati citati sono tratti dall’Osservatorio sulla casa del Comune di Torino, 2022:
15% popolazione torinese: migranti. Maggior rappresentati: Rumeni, Marocchini, Cinesi. 17439 alloggi di edilizia sociale, il 35% delle unità abitative torinesi.
10 febbraio 2020: pubblicata la graduatoria definitiva con 724 persone con punteggio minimo per la casa popolare (20 punti).
I non comunitari in graduatoria sono il 17% nel 1995 – 47% nel 2012 – 49% nel 2019 L’accesso in graduatoria non significa assegnazione di un alloggio. Nel 2021: il 34% delle
assegnazioni è destinato a cittadini extra- UE.
Nonostante la forte presenza di stranieri in graduatoria, il loro accesso alla casa è limitato rispetto agli italiani.
Ci sono stati sbarramenti normativi: certificato di impossidenza (straniero deve documentare attraverso atti formali del paese di provenienza di non possedere alloggi al
Paese).
Il diritto all’assegnazione di un alloggio avviene attraverso:
– il bando generale (sono ancora aperti i termini per la domanda –

Bando generale
per assegnazione Case Popolari, scadenza fine luglio 2023). C’è stata una proroga

a causa del criterio di accesso di 5 anni di residenza che è stato ritenuto illegittimo
(c’è una pendenza in corso).
– la procedura di emergenza abitativa (sfratto, casi gravi)
– la segnalazione dei servizi socio-assistenziali
A Torino si assegnano in media 530 alloggi all’anno. Al momento sono in atto 5000 sfratti
in esecuzione. A Torino ci sono circa 1000 alloggi popolari non adibiti per carenza di
manutenzione.
Dai dati ISTAT del 2022, cresce la povertà assoluta soprattutto per stranieri (1 su 3).
76% in affitto sono persone povere e straniere.
Tasso sovraffollamento medio in Italia 35,6% per famiglie in affitto.
C’è un problema con il certificato di idoneità alloggiativa. E’ certificata dal Comune ed è necessaria per l’accesso ad alcune prestazioni: ricongiungimento familiare,
prolungamento permesso di soggiorno. Questo certificato viene spesso negato.
Oggi sono stati pubblicati i dati dei costi dell’abitare: pare che Torino abbia i più elevati. (Martddì 19 settembre presso
CENSIS: difficoltà di accesso al mercato dell’allocazione anche in presenza di contratto di
lavoro.
Problema di qualità dell’abitare.
Si ragiona spesso troppo sull’emergenza abitativa e meno sull’aspetto strutturale.
Il patrimonio abitativo inutilizzato a Torino è importante.
Invito ad approfondire i temi della città e struttura urbana, caratteristiche della popolazione in relazione alla struttura urbana.
La riunione prosegue con una condivisione di spunti da parte dei mebri dell’assemblea per la proposta politica.
PROPOSTE DELL’ASSEMBLEA
– incrociare i dati delle utenze per capire quanti alloggi sono abitati, di chi siano gli alloggi e quale strategia attuare;
– limitare AirBnb con licenze (come in Portogallo);
– tassare gli alloggi che rimangono sfitti entro una certa temporalità;
– incentivare le persone che affittano a persone con disagio socio-economico;
– potenziare le assicurazioni pubblico/private (come Lo. Ca. Re.);
– studiare come si muovono le reti di connazionali dei migranti nel supporto reciproco;
– fare un accompagnamento sociale del conduttore (es. regole del condominio), ma anche del locatore. L’accompagnamento deve essere rivolto sia agli stranieri che agli
italiani;
– raccogliere esempi positivi di proprietari che hanno affittato a stranieri;
– promuovere una campagna culturale;
– incentivare l’autorecupero degli alloggi: es. Settimo Torinese, alloggio non disponibile
perchè necessita di lavori, si fa un bando e si individuano famiglie pronte ad investire
per i lavori e poi si lascia l’alloggio alla famiglia. L’autorecupero ha però dei limiti:

bisogna avere soldi da investire e può accedere chiunque anche esterno alla
graduatoria;
– il Comune dovrebbe lavorare con le agenzie immobiliari: non dovrebbero filtrare l’origine del conduttore;
– coinvolgere le associazioni di stranieri e comprendere direttamente con loro i loro bisogni;
– ridefinire il concetto di emergenza abitativa;
– chiedere una contropartita ai privati che costruiscono in edilizia convenzionata, es.
per gli alloggi costruiti in edilizia convenzionata (v. gli alloggi di edilizia convenzionata sfitti alla Spina) il Comune potrebbe chiedere di mettere a disposizione alcuni alloggi
da assegnare tramite servizi sociali. Ma c’è il problema che i restanti alloggi si deprezzerebbero non appena alcuni alloggi vengono assegnati a persone povere o migranti.
– premere perché la Regione dia attuazione alla legge che obbliga di installare i contatori dell’acqua in ogni abitazione. Il problema delle enormi e sproporzionate spese dell’acqua è spesso causa di sfratti.
– aggredire il vuoto: delle case popolari, edilizia convenzionata, mercato privato.
– giustificare le occupazioni come legittima pratica di appropriazione del vuoto e riconoscere i diritti a chi le abita (es. residenza)
– che si parli di abitare in Consiglio Comunale e non solo in eventi della società civile (in cui viene anche invitato Rosatelli a parlare)
– che il Comune ragioni sulla dimensione cooperativa, che ormai è diventata imprenditoriale. Considerare il ruolo delle cooperative edilizie: es. coop Di Vittorio ha monopolizzato i fondi del piano casa regionale. Sono stati costruiti migliaia di alloggi in edilizia agevolata semplice o sperimentale (accesso senza la quota sociale, ma la
cooperativa ha fatto entrare tutti ugualmente come soci);
– censire il patrimonio immobiliare degli enti pubblici e religiosi. Ci sono continui bandi
di vendita alloggi (bandi di alienazione) del Comune di Torino e INPS.
– uniformare gli indirizzi di residenza fittizia (Bottari di Ufficio Stranieri diceva che il Comune sta togliendo l’indirizzo Casa Comunale 3).
E’ stata inoltre rinnovata l’attenzione su alcuni problemi legati all’abitare:
– il problema della residenza per le persone in alloggio protetto (es. vittime di tratta), che implica l’impossibilità di avere una carta d’identità e di conseguenza il conto in
banca, necessario per lavorare regolarmente, con implicazioni per il computo degli anni di permanenza sul territorio al fine della richiesta della cittadinanza.
– il collettivo Prendocasa condivide i problemi su cui stanno facendo delle vertenze: i 5 anni di residenza che sono un grande freno; ottenere assegnazione diretta dallo
sfratto; legame tra mercato immobiliare e progressiva cementificazione: provare a imporre dei limiti al mercato immobiliare privato anche per interesse ecologico; contro gli sfratti senza preavviso;
– Recentemente molti proprietari non accettano più le garanzie di Lo. Ca. Re. (il numero di locatori che hanno accettato le garanzie è disponibile online sul loro sito).
Locare non è molto conosciuto dai non addetti ai lavori. Quanto tempo dopo viene corrisposto il budget? Locare funziona con il fondo Salvasfratti: il proprietario riceve
gli 8mila euro di morosità pregressa, ma il conduttore dopo l’anno rimane in condizione di marginalità e non riesce più a sostenere l’affitto.

Si rilevano due fronti della discussione: uno legato al miglioramento dell’accesso all’edilizia popolare e l’altro relativo agli stranieri residenti lavoratori con contratto.

Si rinnova l’invito ad aderire alla rete e a condividere gli indirizzi mail.
Verranno condivise queste proposte da finalizzare nell’incontro presso i Magazzini del Po alle ore 19 di martedì 19 settembre.

CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA TORINO PIAZZA CASTELLO ORE 15,30

“Fermiamo l’Autonomia differenziata”: 16 settembre or e 15.30 in piazza Castello a Torino

Presentazione del libro In cammino con gli ultimi.

Nato a Foggia il 5 giugno del 1952, Dino Frisullo ha salutato il mondo a Perugia, il 5 giugno del 2003. Osservando lo scorrere del tempo, sono appena 51 anni. Eppure, guardando quella che è stata la vita di un compagno instancabile come Dino Frisullo, sembra di precipitare in un’avventura lunga secoli. Dagli anni della gioventù, in Puglia, in prima fila nelle organizzazioni della nuova sinistra per passare all’instancabile impegno profuso nella causa dell’antirazzismo. Come non parlare, inoltre, della lunga amicizia con il popolo kurdo? Di tutto questo, e di tanto altro ancora i tutto questo, e di tanto altro ancora, parla “In cammino con gli ultimi”: un libro prezioso come la vita e le lotte di Dino Frisullo, militante comunista.

Strage di Brandizzo – Non chiamatele morti bianche di Marco Revelli

La tragedia di Brandizzo ripropone nella forma più brutale e cruenta, lo scandalo delle morti sul lavoro. E ancora una volta ci troviamo impotenti a ripetere le stesse frasi di deprecazione e di lutto che avremmo dovuto pronunciare ogni giorno, perché in realtà la serialità della strage non si è mai interrotta, implacabile come la cadenza di una macabra catena di montaggio è andata allineando le vittime quotidianamente, con una media di quasi tre al giorno (quest’anno sono già 450), un ritmo che supera il migliaio all’anno (sono stati 1080 nel 2022, il 16,5% in più rispetto al 2021…). Ci si potrebbe illudere che la dimensione della tragedia della scorsa notte, in qualche misura paragonabile all’analoga strage, ancora una volta torinese, della ThyssenKrupp, produca un soprassalto di coscienza e di attenzione. Che quel binomio tra lavoro e morte – tra l’attività indispensabile per vivere e la cancellazione brutale di quella vita stessa -, appaia una buona volta, nella coscienza pubblica, intollerabile. Ma sappiamo che non è così. Sappiamo per esperienza, per averlo misurato ogni volta, che la carica di emozioni comunicata da telegiornali e portali web, con il concentrato di particolari sensazionalistici, di dettagli obitoriali, di frammenti biografici rastrellati di corsa nei circuiti redazionali, è destinata a bruciarsi in fretta. Nel tempo istantaneo di una notizia, appunto. Poi tutto torna come prima. Come dice il proverbio, chi muore tace e chi vive (esclusi i congiunti più stretti) si da pace (soprattutto chi, decisore pubblico, in pace non dovrebbe sentirsi). Il lavoro, in particolare il lavoro manuale, quello più pericoloso e nocivo, torna ad essere un campo di battaglia avvolto dalla nebbia.

C’è, sulla questione della mortalità sul lavoro, una sorta di anestesia dei sentimenti, di rassegnata passività anche da parte di chi, per antica militanza, radici famigliari o impegno politico, al lavoro e alla sua centralità ha da sempre guardato, e oggi misura l’impraticabilità del terreno politico come campo di forze praticabile per un tema caldo, da “cose ultime”, come questo. Per certi versi, più della riflessione politica, o anche sindacale, è stata la letteratura a misurarsi con la drammaticità della situazione. L’unica, in fondo, a sfidare l’argomento per ogni altro tabù, della vita e della morte nell’epoca del declino industriale. In un paio di decenni si sono moltiplicate le voci, e le opere, su un tema che in passato non aveva mobilitato più di tanto gli scrittori. Penso a un testo forte, nella denuncia e nello scavo sulle cause, come Lavorare uccide di Marco Rovelli, il quale scava dentro a quel groviglio di appalti, subappalti, sub-forniture – che un ruolo non marginale deve aver giocato anche sulle morti di Brandizzo -, imprese personali e micro-imprese, svelandone l’impasto di carne e sangue che sta sotto la pratica di sfruttamento seriale. E lo fa intrecciando lo sguardo “di sistema” al racconto in soggettiva, restituendoci quello che le statistiche dell’Inail e dell’Istat non ci daranno mai, la sofferenza dei corpi messi al lavoro e gettati allo sbaraglio (si legga il passaggio sulla morte di Joubert, operaio migrante precipitato dal ponteggio, il quale “si scuote, sta per morire ma c’è una vita che si rifiuta alla morte con tutte le sue forze. Daniele e il compagno non riescono a tenerlo, tanta è la scossa della vita che recalcitra all’estremo. Joubert è aperto nel viso, e sputa sangue, e il torace è come scoppiato: ma non si riesce a tenerlo disteso a terra, bisogna legarlo, perché quando sputa i fiotti di sangue vuole rialzarsi, mettersi seduto”).

Oppure si prenda La fabbrica del panico, di Stefano Valente, dove la morte operaia è narrata in chiave lirica, nell’intimità del rapporto padre-figlio, attraverso la lunga agonia del genitore operaio della Breda Fucine di Sesto San Giovanni vittima dell’amianto, con la descrizione di quel corpo, un tempo vigorosa forza-lavoro che si rimpicciolisce e dissecca, come in fondo l’energia di quella classe che aveva rivendicato il potere di “dirigere tutto”, e si ritira in silenzio (“Mio padre avanza in mutande e maglietta, il plaid, che non riesce a scaldarlo, sulle spalle. E trema, dal freddo, dalla fatica. Le gambe piegate, la pelle, cascante, che ballonzola sulle ossa non più ricoperte da uno strato di carne e muscoli. […] Dei settanta e passa chili di mio padre ne sono rimasti una quarantina. […] È sfibrato. La sua stanchezza è immensa, fuori di misura. Il corpo, troppo piccolo in confronto alla testa, è ormai sul punto di frantumarsi”).

E poi c’è Lavoro da morire. pubblicato nel 2009 da Einaudi con 11 pezzi brevi di autori diversi, da Murgia a Bajani, a Avoledo. Tra loro c’è un breve saggio di Antonio Pascale, il quale prende spunto da una domanda che ci impegna tanto più oggi – intendo oggi 30 agosto 2023, il giorno di Brandizzo – perché lì, sulla falsariga di Susan Sontag, ci si pone il problema di come ci si debba comportare davanti al dolore degli altri. Al cospetto delle immagini di una tragedia come era stata allora quella della ThyssenKrupp (consumatasi pochi mesi prima), o appunto come è quella sui binari di Brandizzo. E la risposta, valida ieri come adesso, è che mentre tutto sommato si è elaborato un linguaggio adeguato per narrare l’evento dando accesso alla dimensione del luttuoso (pur con tutto il suo armamentario retorico: il dolore, le frasi fatte, i commenti macabri), al contrario ci mancano gli strumenti per gestire il “dopo”, assicurare vicinanza ai feriti, consolare i sopravvissuti, prendere provvedimenti per evitarne il ripetersi. “Noi siamo un Paese che ama rimuovere – vi si legge -. … Per un po’ di tempo non si parla d’altro, tutti i nostri politici dicono parole di cordoglio e fanno promesse… Poi invece il tema scompare del tutto e solo di tanto in tanto qualcuno ricorda, ma ormai è una voce in affanno, c’è un altro problema più grosso e più emotivo. Siamo un popolo che preferisce il sentimentalismo al sentimento, la dichiarazione morbosa di intenti all’analisi del problema. E questo è il risultato”.

Per resistere a tutto questo bisognerebbe, questa è la formula di Pascale, che dà il titolo al suo contributo, «trasformare il trauma personale in dolore collettivo», offrire assistenza un’assistenza sociale, politica, culturale, ma anche linguistico-narrativa che accompagni questo passaggio e permetta di elaborare il lutto, unitamente a «una rigorosa opera di prevenzione». Operazione che in altri tempi, quando esisteva una comunità “operaia” – una soggettività collettiva politica e sociale aggregata, a proteggere l’individuo con la propria empatia – era stata possibile, ma che ora, nelle poca dell’individualizzazione radicale, e della solitudine sociale, appare terribilmente ardua.

Una cosa però si potrebbe fare. Non per emendarci dai nostri vizi atavici, che sono terribilmente coriacei, ma almeno per dare una ripulita al nostro modo di stare di fronte a tutto ciò, partendo da una cosa che almeno controlliamo come il linguaggio. Quantomeno, per favore, smettiamola di usare, parlando della strage del lavoro, l’espressione “morti bianche”. Carlo Soricelli, straordinaria figura di operaio poeta, ha scritto una profondissima poesia, anche questa composta in occasione della strage della Thyssen, intitolata appunto Morti bianche, la quale recita: “Ma non è il bianco dell’innocenza/ non è il bianco della purezza/ non è il bianco candido di una nevicata in montagna/ E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli/ che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto/ occhi spalancati dal terrore … E’ un bianco che copre le nostre coscienze/ e il corpo martoriato di un lavoratore/ …Bianco ipocrita che copre sangue rosso/ e il nero sporco di una democrazia per pochi”.

Strofe quanto mai necessarie, che nello strappare un velo d’ipocrisia, rendono giustizia a una realtà troppo spesso negata. Perché l’espressione morte bianca evoca l’immagine di un esodo incruento, di una morte senza spargimento di sangue, in qualche misura una morte “senza autore” come le morti per assideramento (l’espressione nacque appunto per descrivere in guerra i morti congelati uccisi dal freddo e non dal “nemico”). E invece queste sono morti spaventosamente sanguinose, con corpi dilaniati, bruciati, schiacciati. E con responsabilità spesso taciute, inconfessate e inconfessabili, quasi mai seguite da sanzioni adeguate (nessuna tragedia, né quella della Thyssen, né quella dell’Eternit, né quelle, seriali, dell’Ilva di Taranto hanno visto i rispettivi processi concludersi con condanne men che simboliche).

Forse dovremmo definirle “crimini di pace”, come è stato suggerito. Morti che, per il loro numero, e per alcuni aspetti della catena di cause che le hanno provocate, sono simili a quelle dei conflitti bellici. Per i numeri: Carlo Soricelli, che dopo la pensione da metalmeccanico si è dedicato alla cura di un sito web – l’ “Osservatorio nazionale di Bologna” il quale, unico in Italia, monitora tutti i morti sul lavoro dal 1° gennaio 2008  registrandi i morti per giorno, mese e anno della tragedia, per identità, età, professione, nazionalità – calcola che da allora le vittime sfiorino le 20.000. E per le modalità: la CGIL piemontese, a commento della strage di Brandizzo, denuncia la pratica sempre più diffusa del subappalto, che disperde in catene eterogenee di subfornitura responsabilità e gradi di attenzione. In contesti organizzativi di quel tipo l’”errore di comunicazione”, su cui s’indaga in questo caso, è sempre in agguato. E poi ci sono i tempi sempre più stretti nella giostra delle committenze, che finiscono per coinvolgere lo stesso lavoratore nella sequenza di eventi che lo può distruggere, a cui si aggiunge il ricorso a tecnologie più attente al sistema delle cose che non agli uomini (i dispositivi di sicurezza delle Ferrovie, apprendiamo oggi, rilevano i movimenti dei treni ma non la presenza di persone sul loro percorso). Come in guerra, anche qui non si trova un unico responsabile ma un insieme sistemico di concause il cui esito finisce per essere letale. Eliminarne, o quantomeno ridurne, i crimini implicherebbe l’assunzione preliminare del valore della vita come prioritario, su orgoglio nazionale o profitto aziendale, vittoria di un esercito o successo di un’impresa.

Graziana, Susan, Azzurra e un ministro colpevole, di Nicoletta Salvi Ouazzene

Questa lunga estate calda che sembra averci messo tutti alla prova, si è colorata di vera tragedia nella sezione femminile del carcere delle Vallette in cui è rinchiusa anche Cecca, l’attivista Notav.

Una dopo l’altra, tre donne si sono tolte la vita: Graziana nel mese di giugno, Susan e Azzurra il 9 e il 10 agosto. Senza dimenticare Angelo, la quarta vittima nel mese di luglio.

I suicidi delle donne fanno maggiormente scalpore perché fino ad adesso sembrava che l’autolesionismo le coinvolgesse di meno: l’anno scorso sul numero totale di 84 eventi suicidari in tutta Italia 3 sono state le vittime donne. Che tre siano le vittime nel giro di due mesi nella stessa sezione non può non raccontarci di una situazione estremamente drammatica e di meccanismi che non funzionano.

Che il carcere delle Vallette sia conosciuto come il carcere delle vergogna e presenti numerose criticità, come testimonia l’osservatorio dell’associazione Antigone oltre che ad un processo per torture a carico di un ex direttore e numerosi agenti penitenziari, non è una novità.

E’ una novità che la sezione femminile, che finora si era contraddistinta per l’attivismo delle donne, conosciute in tutta Italia col nome “le ragazze di Torino” che da anni chiedono soluzioni dignitose alle pessime condizioni carcerarie attraverso scioperi della fame o del carrello, appelli e raccolte firme, ora sia così attraversata dalla mancanza di speranza.

Ma forse non ci dovremmo sorprendere perché proprio l’esperienza delle voci inascoltate, degli appelli caduti nel vuoto, delle pratiche nonviolente snobbate dai politici di turno, potrebbe aver contribuito a quella mancanza di speranza che ha chiuso l’orizzonte per sempre a Graziana, Susan e Azzurra.

Ognuna di loro proveniva da una storia e una situazione diversa ma quello che accomuna le loro morti è la mancanza di speranza: speranza nel potersi ricostruire una vita, speranza di rivedere il proprio figlio, speranza di poter riattivare il percorso di cura interrotto da una carcerazione punitiva e tardiva. Quella speranza che è stata uccisa in primis dalle istituzioni, da un sistema carcerario che non è in grado di “occuparsi delle persone” e delle loro fragilità, che le tratta come numeri e soprattutto come delinquenti a cui negare dignità e bisogni umani.

Una speranza che manca totalmente all’intero sistema carcerario: manca alle guardie capaci solo di rinchiudere in isolamento chi è in difficoltà, ai medici (pochi, quando ci sono e se ci sono) che somministrano una quantità esagerata di psicofarmaci, ai Tribunali di Sorveglianza che somministrano permessi e libere uscite con estrema difficoltà, guardando più all’aspetto punitivo che alle necessità riabilitative. Un sistema siffatto non può che produrre malessere e morte.

Cecca dal carcere non scrive molto, non è il suo stile, ma comunica tantissimo: fa pervenire richieste di materiali utili alla sezione (di recente abbiamo inviato 8 ventilatori necessari alla sezione e aiuti economici a donne che ci indica per la loro indigenza), segnala le situazioni critiche che sono da comunicare alla Garante delle persone private della libertà in modo che si possa attivare.

Ci chiede, soprattutto, di raccontare: raccontare che ormai nella sezione un terzo delle donne soffre di disturbi psichiatrici, che vengono imbottite di psicofarmaci, che non vi sono invece interventi professionali. Le donne sofferenti vengono osservate dalle guardie carcerarie invece che da personale specializzato.

Solo in questa settimana Cecca ha utilizzato la sua telefonata per chiedere aiuto per una co – detenuta: il sabato sera le è stata comunicata la morte del figlio di 23 anni a causa di un tragico incidente, la donna ha ovviamente reagito con un urlo di dolore ed è quindi stata messa in isolamento, in attesa che il magistrato di sorveglianza le firmasse il permesso di uscita per “motivi di lutto”. Ma il magistrato di sorveglianza lunedì non firma, manca un documento, il certificato di morte, nonostante che foto e nome del ragazzo siano su tutti i giornali locali.

La chiamata di Cecca mette in moto quel tam tam di solidarietà che esiste qui fuori, la situazione viene immediatamente segnalata alla Garante che si attiva e preme sulle istituzioni. Nonostante questo il permesso arriverà solo il mercoledì sera e la donna potrà uscire dall’isolamento e riabbracciare la sua famiglia giovedì.

Se non è “istigazione al suicidio” questo.

Peggio ancora ha fatto solo il ministro Nordio che si è precipitato alle Vallette il giorno dopo il duplice suicidio. Ha parlato con i vertici del carcere, con i garanti, è andato a visitare le celle vuote delle due donne. Quando le altre donne, quelle vive e palesemente traumatizzate, gli hanno chiesto di potergli parlare si è negato. E’ scattata qui la protesta, spontanea ed immediata, le donne hanno iniziato a battere sulle sbarre e ad urlare, seguite a ruota nelle sezioni degli uomini.

Per oltre un’ora, noi che ci trovavamo fuori dai cancelli e i giornalisti presenti, abbiamo udito le grida e le battiture, i fischi. Una volontaria che le ha incontrate il giorno dopo ci dirà: “poverette erano tutte senza voce per il grande gridare”

Se non è “istigazione al suicidio” anche questo.

La procura, che ha aperto due fascicoli per le morti di Susan e di Azzurra dovrebbe prendere in considerazione chi sono i reali colpevoli.

Il ministro è ripartito senza una soluzione sensata, soprattutto senza dare l’idea che a qualcuno del governo interessino le condizioni della sezione femminile del carcere di Torino e di nessun altro carcere in Italia. Lasciamo pure che si ammazzino.

Lasciamo pure che monti la violenza di giorno in giorno.

Non osiamo pensare dove vogliano arrivare e con quali scopi.

Quello che resta a noi, società civile, attivismo e associazionismo è continuare a presidiare quelle mura, non far sentire nessuno da solo, rassicurare che la loro voce viene ascoltata. Ascoltata e diffusa nella società, per contribuire a decostruire la mentalità ossessivamente punitiva che accetta di barattare la propria “sicurezza” con così tanta tragedia umana.

Cecca è in attesa di sapere, verso metà settembre, se potrà usufruire della detenzione domiciliare per i restanti 5 mesi che le restano da scontare. Non vi sono certezze in merito agli esiti, nonostante la legge qui vige il pensiero ossessivo punitivo.

Qui si uccide la speranza

Nicoletta Salvi Ouazzene – Mamme in Piazza per la Libertà di dissenso

articolo apparso su Pressenza del 25/08/2023

Aumento biglietti GTT: una scelta incomprensibile.

Apprendiamo della volontà dell’Amministrazione di procedere ad un aumento dei biglietti del trasporto pubblico dagli attuali 1,70€ ad una cifra variabile tra  1,90€ e 2,00€.
Una decisione, dettata dalla forte sofferenza economica di GTT, ma che rischia di generare risultati opposti a quelli desiderati, spingendo chi può all’utilizzo dell’auto privata.

Il servizio di trasporto pubblico che serve la città di Torino e tutti i Comuni della prima cintura non brilla certo oggi per efficacia: la scelta della sostituzione di mezzi su rotaia con bus, l’assenza in gran parte della città di corsie preferenziali protette, la soppressione di alcune linee storiche e il taglio di corse hanno reso l’utilizzo del servizio pubblico una scelta residuale, spesso praticata quando non esistono altre alternative. A giudicare da quanto raccontato sui bilanci dell’azienda pubblica che lo gestisce, il servizio non è nemmeno efficiente, non arrivando a coprire i suoi costi attraverso la bigliettazione.

Ciò che più colpisce è la pervicacia con cui, su un tema fondamentale come quello della mobilità urbana si persegue un modello di “navigazione a vista”, privo di qualsiasi strategia ambientalmente sostenibile a medio e lungo termine. Mentre nelle città Europee si procede verso “aree metropolitane” dotate di un sistema di TPL capillare, efficace e a costi contenuti, in Italia e a Torino si perpetuano scelte politiche di indirizzo dei trasporti che vanno verso mega opere, obsolete e anacronistiche, che continuano a penalizzare i pendolari, a penalizzare chi resta in città respirando aria malsana.

“In questa situazione – dichiara Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – ci risulta incomprensibile la scelta di aumentare i prezzi di biglietti ed abbonamenti, a fronte di un servizio che mantiene intatte le sue criticità e le sue inefficienze. Comprendiamo perfettamente le esigenze di bilancio, ma riteniamo che far pagare un’errata programmazione all’utenza porterà a risultati controproducenti. Molti cittadini, potendolo fare, sceglieranno l’utilizzo dell’auto privata contribuendo a peggiorare la situazione esistente. Solo chi non potrà fare diversamente, la parte di cittadinanza già in fortemente colpita dalla congiuntura economica sfavorevole in cui siamo impantanati da anni, resterà “fedele” al TPL. Su di essi verrà scaricato il costo della crisi GTT: una scelta inaccettabile. Non dimentichiamo che Torino è da anni maglia nera a livello nazionale e fra le peggiori città europee per i dati sulla qualità dell’aria e il disincentivo all’utilizzo del mezzo pubblico non potrà che influire in maniera negativa su questi dati. La scelta, inoltre, sembra in forte contrasto con la lotta ai cambiamenti climatici ed alla manifestata volontà da parte dell’amministrazione di arrivare alla neutralità carbonica entro il 2030. L’impressione che ne deriva è che agli ambiziosi obiettivi fissati non seguano azioni concrete per il loro perseguimento, che anzi ogni tanto si vada in direzione ostinatamente contraria”.

Se il problema, come da resoconti giornalistici, è un problema di cassa, stupisce infine la scelta di non variare il costo dei parcheggi nelle zone blu: contribuirebbero ad aumentare gli incassi ottenendo il risultato parallelo di un disincentivo all’utilizzo dell’auto privata, in una Città che ha uno dei tassi di motorizzazione pro capite più elevati a livello nazionale, con 660 autovetture ogni mille abitanti. Stupisce inoltre la scelta di lavorare esclusivamente sui ricavi: studi effettuati sul TPL torinese sembrano dimostrare che una revisione del servizio potrebbe generare risparmi operativi per importi molto superiori ai 5 milioni di euro richiesti dal bilancio GTT, con un aumento sensibile della qualità del servizio.

Per tali ragioni Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e i circoli torinesi e della prima cintura chiedono all’amministrazione di fare un passo indietro su questa decisione, procedendo ad una pianificazione di un nuovo TPL che possa essere efficace nel rendere un servizio alla cittadinanza ed efficiente nel centrare gli obiettivi di bilancio.

“Le difficoltà del bilancio di GTT sono innegabili e vanno prese seriamente, ma questa ipotesi di rafforzamento dei conti, come denunciato anche da CGIL CISL e UIL, va nella direzione sbagliata, quella di rendere meno vantaggioso l’uso dei mezzi pubblici.
L’ultimo bilancio depositato da GTT, relativo all’esercizio 2021, evidenzia per esempio ricavi per 34 milioni per i parcheggi: perché non stiamo discutendo dell’indicizzazione di queste tariffe?…
Alice Ravinale, Consigliera comunale a Torino, Capogruppo di Sinistra Ecologista

Da circa 2 settimane i lavoratori delle cooperative di trasporto e montaggio mobili subappaltatrici di Mondo Convenienza sono in sciopero.

AAA si cercano volontariə.
Come forse sapete, da circa 2 settimane i lavoratori delle cooperative di trasporto e montaggio mobili subappaltatrici di Mondo Convenienza sono in sciopero.
ARCI Torino li sta supportando preparando pranzi e cene.
*Si cercano volontariə automunitə per il trasporto dei pasti da Torino al presidio a Settimo Torinese*.
Il pranzo si ritira intorno alle ore 12 presso uno dei circoli Arci di zona Torino nord che se ne occupano, la cena si ritira per le ore 19
Per chi fosse disponibile, i riferimenti organizzativi sono Marco (3343249585) e Valentina (388 059 5671)

PASSAGGIO DA CASA A CASA, NON DA CASA A CELLA ! Importante iniziativa antisgomberi dell’Unione Inquilini

APPELLO PER LO STOP ALLA PDL BISA.
La Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sta per accingersi a votare una proposta di legge, la n. 566 prima firmataria l’on. Bisa della Lega, che criminalizza il diritto alla casa, calpestando i diritti umani e la Costituzione del nostro Paese.
Per questo lanciamo un fortissimo appello alle organizzazioni sociali, del volontariato, a tutta la società civile, alle autorità locali e alle forze politiche progressiste, per intervenire subito per evitare che venga scatenata da questo Governo l’ennesima caccia al povero.
Questa proposta di legge, avente oggetto nominale norme per reprimere le occupazioni di “domicilio altrui”, attraverso gli emendamenti di relatore e maggioranza vuole colpire invece proprio “l’occupazione o detenzione illegittima di alloggio di proprietà altrui”.
Si pongono così sullo stesso piano i pochi casi di occupazione della prima casa, che non hanno bisogno di nuove fattispecie di reato per essere affrontati e risolti immediatamente, alle occupazioni per necessità di case popolari, colpevolmente non assegnate, alle occupazioni di immobili in disuso pubblici e privati, persino agli sfrattati con sentenza esecutiva.
Questo testo estende e generalizza, invece che cancellare, l’articolo 5 della Legge Lupi, in quanto impone, su semplice deposito di denuncia e parere favorevole del Procuratore della Repubblica, il distacco delle utenze, una gravissima violazione dei diritti umani in quanto interviene, addirittura senza una sentenza, per impedire alle famiglie, anche con minori e malati, di poter accedere ai servizi essenziali per la sopravvivenza.
Questo testo è per molti altri versi incostituzionale, ad esempio il demandare alle forze di polizia il potere di accertamento e sgombero, che, invece, è materia di esclusiva pertinenza del potere giudiziario.
Questo testo è frutto di una narrazione tossica, concimata da anni di martellante propaganda, che trasforma il precario della casa in “furbetto”. Una narrazione che cerca di capovolgere il criterio di legalità, deresponsabilizzando le istituzioni che devono, a termini di legge, garantire il diritto alla casa e il passaggio di casa in casa per tutte le persone che vivono la difficoltà di provvedere a garantirsi un tetto adeguato.
Questo Governo sta cercando di boicottare il diritto all’abitare, rendendolo un problema di ordine pubblico per cercare di nascondere le proprie insolvenze.
Un Governo che ha azzerato il fondo sociale affitti e quello per la morosità incolpevole, aggiungendo benzina all’incendio degli sfratti che già divampa.
Un Governo che non ha previsto alcun finanziamento per l’edilizia residenziale pubblica, anziché rispondere alle 650 mila famiglie in lista di attesa di una casa a canone sociale, con un diritto certificato dai comuni, ma che rimangono senza risposta.
Ci sono circa 50 mila alloggi ERP vuoti e non assegnati, lasciati deperire. Chi risponde di questa illegalità e dello sperpero del danaro pubblico che il degrado comporta?
Vengono emesse ogni anno tra 40 e 50 mila sentenze di sfratto, di cui il 90% per morosità. Chi risponde dell’illegalità delle violazioni dei diritti umani ratificati dall’Italia, del diritto alla casa, alla salute, dell’“omissione di soccorso”, quando famiglie con redditi che darebbero diritto a un alloggio ERP, minori, malati terminali, vengono quotidianamente sfrattati, senza l’intervento pubblico, obbligatorio per legge, necessario a garantire il passaggio da casa a casa?
Se questa proposta di legge dovesse essere, approvata e applicata, immediatamente, nel nostro Paese, occorrerebbe trovare posto nelle carceri per almeno 50 mila nuclei familiari, almeno 200.000 persone, inclusi i minori. Tutti, secondo il centrodestra, da trattare come delinquenti incalliti, da incarcerare con pena da due anni a sette anni.
Per tutte queste ragioni chiederemo l’intervento dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite e alle Istituzioni del nostro Paese, garanti della Costituzione e della tenuta della coesione sociale.
Intanto, solleviamo il sipario.
Non permettiamo che il Governo, sotto silenzio e senza i riflettori di un dibattito che coinvolga la società civile e tutti i soggetti impegnati a risolvere la crisi abitativa strutturale dell’Italia, faccia passare norme ferocemente persecutorie nei confronti dei più poveri con aspetti fortemente illiberali, oltre che illegali, tali, perché violano i diritti umani stabiliti da trattati e convenzioni internazionali, firmati dal nostro Paese e ratificati dalle leggi votate dal Parlamento.
Adesioni in aggiornamento
– Silvia Paoluzzi, Unione Inquilini – referente tavolo diritto alla casa Agenda Sociale RNP
– Giuseppe De Marzo, responsabile delle poltiche sociali Libera
– Alex Zanotelli
– Angela Ronga, Casa Internazionale delle Donne
– Carlo Cellamare, Professore ordinario di urbanistica presso l’Università “La Sapienza” di Roma
– Giovanni Russo Spena, Giuristi Democratici
– Walter De Cesaris, segretario nazionale Unione Inquilini
– Link Coordinamento Universitario
– Stefano Zuppello, presidente Vas
– Toni Pellicane, Antonella D’Accardi, Luigi Patti, A.Si.D.A. 12 Luglio Palermo
– Cesare Ottolini, Coordinatore globale dell’Alleanza Internazionale degli Abitanti
– Misha Maslennikov, Oxfam
– Giustino Scotto d’Aniello, referente sportello casa dell’associazione “Volere la Luna”
– Elena Mazzoni, segretaria fed. Roma-Castelli-Litoranea Partito della Rifondazione Comunista.
aderite e diffondete
ufficiostampa@unioneinquilini.it – unioneinquilini@libero.it

TORINO. IL TAGLIO DI UN’ALBERATA CONTRO OGNI LOGICA. Di Fabio Balocco

La vicenda del taglio dell’alberata di corso Belgio a Torino, taglio deliberato (scusate il bisticcio di parole) dal Comune e che doveva concretizzarsi in questi giorni (https://lavialibera.it/it-schede-1400-alberi_non_si_tagliano_a_torino_la_protesta_contro_il_piano_del_comune?), ha un significato che va ben al di là del “piccolo” fatto in sé. Riassumiamo la vicenda.

Il Comune di Torino è destinatario di fondi europei nell’ambito del Programma Operativo Nazionale “Città Metropolitane 2014-2020”, che «individua nelle aree urbane i territori chiave per cogliere le sfide di crescita intelligente, inclusiva e sostenibile poste dalla Strategia Europa 2020». Lasciamo perdere qualsiasi considerazione sul termine “sfide” che oramai accompagna qualsiasi innovazione (in negativo, ovvio) dell’economia liberista, e vediamo l’uso che il Comune vuol fare di questi fondi. L’amministrazione ha inteso procedere con quella che ha chiamato “Manutenzione Straordinaria Forestazione Urbana”. Essa prevede interventi su parchi e boschi collinari, su parchi fluviali di pianura e sui viali urbani.

Riguardo a questi ultimi, la delibera afferma: «L’intervento riguarda la riqualificazione delle banchine alberate con introduzione di nuove specie arboree di due importanti viali di Torino (corso Belgio e ccorso Umbria) entrambi caratterizzati dalla presenza di un doppio filare di aceri (Acer negundo) il cui stato attuale è in condizioni di criticità». Ma la singolarità del testo è che afferma apoditticamente che gli alberi sono da tagliare perché sono in condizioni di criticità, ma non vi è alcun rimando a un documento che attesti tale criticità. Sembra una cosa di poco conto, ma in realtà questo modo di operare testimonia la diffusa prassi adottata dalle amministrazioni pubbliche a qualsiasi livello e altresì lo stacco tra potere pubblico e cittadinanza. Procedere a un’operazione importante come l’eliminazione di una alberata che esiste da più di settant’anni per sostituire gli esemplari maturi con alberelli alloctoni, noccioli e biancospini (non ci crederete ma è così, anche noccioli e biancospini al posto di aceri), senza consultare la cittadinanza che lì ci vive e addirittura senza giustificare il taglio, celandosi solo dietro la parola “criticità”, denuncia tutta l’arroganza del potere. Non è strano quindi che vi sia stata una piccola sollevazione popolare, che ha impedito di iniziare il taglio, previsto per il giorno 26 giugno ((https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/23_giugno_26/torino-in-corso-belgio-ci-si-prepara-alla-battaglia). Un folto gruppo di residenti e di rappresentanti di alcune associazioni ambientaliste ha fatto letteralmente muro, anche salendo sugli alberi e incatenandosi ai tronchi, con un rimando involontario al movimento indiano Chipko.

Alla vicenda, chiaramente, si può dare anche un’altra lettura, ma quella che mi preme di più questa è proprio questa, ossia il disprezzo, quando ci sono dei soldi da far girare, del dialogo con gli abitanti e questo da parte di qualsiasi formazione politica. In Val di Susa, con il TAV, ne abbiamo avuto ampia dimostrazione. L’altra lettura è quella del greenwashing, cioè dello spacciare come ecologico qualcosa che di ecologico non ha nulla, anzi che danneggia ambiente e territorio. Nel caso di specie, come con i fondi del PNRR, ciò accade anche per colpa dell’Europa, la quale non controlla che gli euro che essa destina vadano effettivamente nella direzione di un miglioramento della qualità della vita.

Del resto, che le giunte torinesi non abbiano particolare sensibilità per le condizioni di salute dei cittadini (https://volerelaluna.it/territori/2023/06/28/un-nuovo-piano-regolatore-per-torino-e-il-verde/) è testimoniato, oltre che da questa operazione di sedicente riforestazione, dall’eliminazione a breve del Giardino Artiglieri di Montagna, dalla cittadella dello sport che si vorrebbe realizzare al Parco del Meisino, dalla vicenda irrisolta del bosco di corso Principe Eugenio dove sorgeva l’Istituto Buon Pastore (https://volerelaluna.it/territori/2022/08/19/torino-eliminare-il-verde/) e dagli ospedali che si vorrebbero delocalizzare nel Parco della Pellerina (https://volerelaluna.it/territori/2023/06/07/torino-il-parco-della-pellerina-e-a-rischio/). Unica nota positiva della vicenda, la mobilitazione popolare. Il contrasto alle operazioni liberiste che stanno distruggendo l’ex Belpaese è sempre più demandato a comitati spontanei e piccole associazioni. Le grandi non sono neppure più tali.

Articolo pubblicato anche sul sito nazionale di Volere la luna.

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: “Piste o peste”; “Disastro autostrada”; “Torino. Oltre le apparenze”; “Verde clandestino”; “Loro e noi. Storie di umani e altri animali”; “Il mare privato”. Come unico autore: “Regole minime per sopravvivere”; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; “Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni”; “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo”. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

 

UN NUOVO PIANO REGOLATORE PER TORINO, E IL VERDE ? di Valter Giuliano

Torino avvia la procedura per il nuovo Piano Regolatore e si avvarrà niente meno che di Amanda Burden, responsabile della Bloomberg Foundation, per ritrovare un’anima e soprattutto un filo che imbastisca un comune protagonismo tra centro e periferie. E perché meglio fruisca dei suoi quattro corsi d’acqua: così dalle prime dichiarazioni. Stante l’emergenza clima, le cui origini antropiche sono messe in dubbio solo più da un residuale manipolo di mercanti di dubbi, c’è da immaginare che al centro delle nuove progettazioni ci sarà anche l’adeguamento del Piano di resilienza climatica, con la strategia che si prefigge di attenuare gli effetti del riscaldamento, sia in termini di difesa dai previsti due mesi di temperature insopportabili sia dalle bombe d’acqua che già si sono manifestate in tante parti del nostro territorio metropolitano. Se nel primo caso occorre guardare all’aumento della vegetazione per temperare il calore e offrire zone di refrigerio, nel secondo bisognerebbe cominciare magari a prevedere piazze allagabili – sull’esempio di Rotterdam – per assorbire le piene dei fiumi.

Sappiamo bene che, tra gli strumenti di cui si dispone, il verde pubblico è forse il più potente ed efficace. Torino è nota per le sue alberate e gode di una riserva di natura che è la sua collina, sottratta qualche decennio fa all’assalto della speculazione edilizia che aveva cominciato a divorarla e poi, grazie soprattutto all’azione della Pro Natura Torino, pian piano restituita alla fruizione pubblica non solo con i parchi ma anche con una tenace e puntuale attività di recupero dei sentieri. La pedonalizzazione della collina è stata possibile grazie alla collaborazione con il Comune, con il Club Alpino Italiano e con altri gruppi di volontari. Tutti riuniti in un apposito Comitato spontaneo partito dal basso, che ha svolto un capillare monitoraggio dei tracciati (tratti dei quali a volte inglobati nelle proprietà nonostante la vigente servitù di passaggio) seguito dal recupero e dalla manutenzione dei sentieri oggetto di apposizione di specifica segnaletica e successivamente illustrati con la redazione di apposite carte e guide descrittive. Questo polmone verde non è tuttavia in grado, da solo, di dare una risposta efficace alla domanda di natura di Torino che è scivolata all’ultimo posto nella classifica del verde nei capoluoghi di Regione e, secondo i dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, registrerebbe solamente un’incidenza del 33,33% di verde rispetto al totale dell’area urbana.

Molti anni fa Gianpiero Vigliano architetto e urbanista già presidente di Italia Nostra, osservava come la nostra città, a differenza delle grandi capitali europee non disponesse di un parco sufficientemente ampio a servizio del verde cittadino. Continua ad essere così. Ora un segnale positivo giunge con la riorganizzazione del Valentino e la sua rinaturalizzazione che lo libererà, in parte, dall’asfalto. Ma, nel contempo, il resto del centro città resta povero di verde fruibile. Proprio il cuore della città è, per contro, quello in cui l’aria pulita sarebbe più necessaria che mai, intasato com’è di veicoli che lo trasformano, in certe ore, in una vera e propria camera a gas che toglie il respiro e che pone la nostra città, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, tra quelle più inquinate d’Europa. Con riflessi sulla salute (60 mila decessi stimati in Europa) che per le cure costano duemila euro l’anno a ogni torinese (https://volerelaluna.it/territori/2022/08/19/torino-eliminare-il-verde/).

L’unica area verde espandibile di discrete dimensioni, quella della Pellerina, è oggi al centro del progetto per un nuovo ospedale (https://volerelaluna.it/territori/2023/06/07/torino-il-parco-della-pellerina-e-a-rischio/). La decisione, che sembra ormai presa, interesserà, peraltro, un territorio che proprio secondo il Piano di resilienza climatica, è storicamente soggetto ad allagamenti con frequenza elevata, dunque più adatto, semmai, a farne a una cassa di espansione, in caso di piene, per la confinante Dora Riparia. Anche il parco del Meisino è stato al centro di un progetto affrettato per cui una parte del verde naturale avrebbe dovuto fare spazio a impianti sportivi (https://volerelaluna.it/territori/2023/03/16/torino-lassalto-ai-parchi/).

L’ipotesi sembra scongiurata mentre è solo rimandato l’intervento sulle alberate in Vanchiglietta. Lì incombe la motosega, per sostituire aceri americani ultracinquantenari (sacrificati sulla base del discutibile concetto – sostenuto dal Piano Forestale Nazionale – di fine ciclo) con peri cinesi ornamentali (https://lavialibera.it/it-schede-1400-alberi_non_si_tagliano_a_torino_la_protesta_contro_il_piano_del_comune?).

In questi ultimi due casi la giustificazione che muove gli interventi è la disponibilità di specifici finanziamenti che occorre onorare. Ma sarebbe forse opportuno modificare i progetti, proprio alla luce di mutate necessità di resilienza alla crisi climatica, per far sì che portino ad azioni in linea con le esigenze di offrire, soprattutto ad anziani e bambini, spazi di ombra per rinfrescarli da estati che si annunciano sempre più calde.

L’opportunità del nuovo Piano regolatore dovrà consentire un ampio ripensamento del tessuto urbanistico cittadino. Certamente sarà impegnativo immaginare, con creatività, una connessione più stretta e intelligente con i corsi d’acqua che la attraversano e che subiranno inevitabilmente fenomeni di crisi idrica da governare al pari delle alluvioni. Ma ancor più esaltante sarà dare un futuro alle aree industriali dismesse o in via di abbandono – che ne sarà di Mirafiori a cominciare dalla parte acquisita dagli enti pubblici? – che non si può pensare di riprogrammare unicamente nella direzione di reiterate superfici edificate e occupate da asfalto. Proprio da lì sarà possibile individuare tanti nuovi spazi di naturalità in cui il verde svolga le sue funzioni sociali e salutari. Altrettante, necessitano di bonifica – si pensi, innanzitutto, alla ex Thyssen –, con investimenti di disinquinamento del suolo non più rinviabili.

Sono queste le opportunità che ci aspettiamo emergano dalla discussione per la redazione del nuovo strumento pianificatorio che dovrà essere in grado di programmare un futuro nel quale Torino recuperi posizioni nelle classifiche, prima richiamate, del verde pubblico e dell’inquinamento atmosferico. Sono queste le sfide da affrontare e possibilmente vincere per dare un contributo al programma Nex Generation UE. E per offrire ai torinesi di domani una città in cui sia ancora piacevole vivere e lavorare.

Articolo pubblicato sul sito nazionale di Volere la luna il 28 giugno 2023.

Valter Giuliano, giornalista professionista, Accademico dell’agricoltura, è stato presidente nazionale della “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore alla cultura della Provincia di Torino. È consigliere comunale di Ostana, dove ha fatto nascere il “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. Già direttore di “ALP”, ha fondato e diretto “Passaggi e Sconfini”. Direttore responsabile di “Natura e Società” e di “ Obiettivo Ambiente”, dirige “Segusium. Arte e storia della Valle di Susa”.