piero baral

A Pinerolo cerco di inserirmi in esperienze di gruppo. Così con un centinaio di altri ragazzi e ragazze che frequentano il Movimento studenti cattolici, negli anni precedenti la contestazione del ’68, scopro le tematiche dell’immigrazione, del Vietnam, dell’ecumenismo, della pace ecc. Accompagno per la prima volta al parco una ragazza, una domenica pomeriggio, e dopo pochi giorni le scrivo che ‘non ho tempo per costruire una storia con lei, ‘devo studiare’. In realtà non sono pronto per quella che è un’esperienza normalissima, ma per me sovrumana; inoltre non ho l’abitudine di chiedere soldi per me in casa mentre i miei coetanei o lavorano già o hanno più possibilità di spesa.
Nel 67-68 sono ad Agraria, facoltà toccata marginalmente dalla contestazione del ’68. Non studio, conosco invece Sandro Sarti, ex partigiano e attivo nella controinformazione sul Vienam e poi sulle lotte di Palazzo Campana. Si deve a lui l’idea della grande marcia sul Vietnam a T orino del 1967 , silenziosa e senza cartelli, ‘L’università non fa per me’, dovevo spiegarlo a mio padre che nonostante i pessimi risultati all’esame di stato mi aveva consigliato di studiare ancora perché ‘i diplomati fra un po’ saranno molti e non si troverà facilmente lavoro’. Purtroppo ho sprecato due anni che avrei potuto impiegare meglio cercandomi un lavoro invece di vivere sulle spalle dei genitori. Forse dovevo provare con una facoltà letteraria, ma certo non dedico tempo adeguato a studiare né ho un metodo. Di questo periodo mi ricordo come positiva soltanto la ricerca e la stesura di un dossier sui cinema parrocchiali uscito sul mensile di Pinerolo ‘XXV ora’. Ci misi sei mesi rubati allo studio. Faceva parte di un’ampia ricerca del mensile su ‘Il potere nella chiesa locale’.
In questo periodo riesco parzialmente a uscire dai miei blocchi psicologici e a tentare approcci con una donna, ma sono bloccato da timori vari per cui non concludo nulla, trascinando il rapporto fino alla fine del servizio militare e lasciandola poi senza spiegarle i miei problemi.
Al ritorno dalla ‘naia’ devo trovare un lavoro. Del servizio militare negli Alpini, con un antimilitarismo praticato in modo individuale, ricordo di aver subito vari episodi sgradevoli di nonnismo, il tempo sprecato, ma anche la mia resistenza e soddisfazione nelle marce in montagna. I miei genitori si aspettano che metta almeno a frutto il diploma di geometra, ma sta maturando una crisi di identità molto forte che ha radici varie e non confesso che a pochi. Mio padre mi dice in quel periodo: ‘fai quel che vuoi ma fallo bene’. Io però sono traumatizzato dalle vicende speculative, nell’edilizia a Perosa, di un fratello di mio padre – quindi concludo che il geometra io non lo farò mai; un secondo aspetto è la mia impreparazione e il timore di trovare ‘lungo’ in una esperienza di lavoro di tipo impiegatizio – ho sprecato gli ultimi due anni delle superiori e due ad Agraria . Più tardi capirò anche che se non sei preparato non hai resistenza politica, puoi cedere ai ricatti sul lavoro da parte della direzione. La verifica avviene alla Maiera di Pinasca, dove resisto un anno, senza impegnarmi a studiare per reggere un primo lavoro di contabilità.
Abbandono dopo un anno questo impiego, d’ora in poi non cercherò un’occupazione per cui mi venga richiesto il diploma. La mia scelta in famiglia viene vista con dolore da parte di mia madre e contrastata da parte di mio padre, con cui per tutta la vita mi confiderò pochissimo . ( Da allora saranno trent’anni di esperienze varie come operaio in molti settori. Vado in pensione nel 2002 come operaio di 5° livello -appena un livello sopra l’operaio comune della Luzenac – e ho oggi una pensione di 893 euro). Col primo lavoro e i primi soldi guadagnati prendo la patente di guida, ma è mio padre a insistere ¸ per me andava bene anche l’autobus e lo sgrido perché ha comprato una 500 nuova per me. La tratterò sempre male,
guidandola per anni in modo spericolato. Con l’auto e il lavoro riesco ad avere una prima reale autonomia. In montagna, la prima notte passata con amici ed amiche, eccomi iniziare una vita sessuale con una compagna, è il Capodanno del 1971. Però porto in questa storia frustrazioni e durezze dovute alla mia immaturità, sensi di colpa dovuti alla mia educazione cattolica, irrequietezze e infine nuove fantasie. Questo rapporto finirà quando comincio a frequentare, intorno al ’73, un’altra donna. ‘Mordi e fuggi’ potrebbe essere la sintesi di questa fase.Come diranno poi le femministe di tanti uomini, non riesco ad essere altro per lungo tempo che un ‘fascista’ con la donna, proprio mentre sperimento invece la prima vera formazione politica di sinistra partecipando al Circolo Operaio di None.
Con l’assunzione all’Indesit nel 1972, mi ritrovo presto come operaio ad una linea di macchine utensili, e dimostro alla direzione e ai compagni di essere un operaio poco affidabile. Niente a che vedere con la tradizione dell’operaio comunista professionalizzato che si riconosce nel lavoro e cerca di farlo bene per poter dire la sua nel sindacato e nel partito. Accumulo provvedimenti disciplinari e infrazioni sulle bollature, la mutua, la produzione… L’impegno che non metto nel rispettare le ‘regole’ sul lavoro lo metto invece nella politica, quegli anni sono densi di attività negli orari più strani, strappando tempo al sonno, cosicché reggo sempre meno i turni in fabbrica. Vivo di corsa, in un attivismo che oltre a farmi perdere poi il lavoro comincerà a logorarmi i nervi. Imparo al circolo operaio di None, specialmente da un compagno uscito dal PCI nei primi anni Sessanta, a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti .
Non studierò mai con metodo quello ed altri testi sacri della sinistra. Letti e riletti ma non assimilati. Incomincio ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI. Si possono riassumere come segue: – no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia; no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura ( però sarò l’unico del Circolo che non si sforzerà di riprendere a studiare, preferendo dedicarmi invece a una trentennale variopinta attività di informazione politica o sindacale di base, impegno per me alla lunga più faticoso ma anche ‘divertente’.) .
Imparo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione. – Imparo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale. – (Per restare alla riflessione sulle mie contraddizioni personali, non avrò grandi miglioramenti nel rapporto con la donna; al primo matrimonio, nel primo anno della Fiat , arrivo impreparato e controvoglia. Ma ho bisogno di uno status e pagherò la scorciatoia, ‘infatti finisce male. Dovrò aspettare di avere 40 anni per avere finalmente una storia solida e duratura che continua ancora oggi. Per anni però sono sordo ai richiami e dedico un tempo insufficiente alla condivisione degli impegni famigliari, e solo con la pensione comincio a equilibrarmi. E mi accorgo con stupore che in realtà non era così difficile questo passo, bastava avere delle priorità diverse per evitare sofferenze e discussioni).
Non migliora molto il mio rapporto col lavoro, con la tecnica. Resterò così per buona parte della vita scisso tra teoria e prassi, e questo contribuirà allo scoppio dell’esaurimento seguito al licenziamento dalla Fiat. Più complesso è spiegare il mio disinteresse verso il lavoro sindacale tradizionale , ritenuto da me noioso o burocratico. Anch’io in fondo delegavo a chi ‘sapeva’, e non ho fatto passi avanti con l’ingresso in Alpcub
nel 1995. (Grandi spazi di democrazia non c’erano nemmeno negli anni ’70 all’interno dei sindacati a meno che non fossero imposti da lotte vivaci. In CGIL sono stato per vent’anni. Uscii nel 1994 e prima di Alp proponevo un’associazione di inchiesta, confronto e sostegno alle parti più vivaci presenti fra i lavoratori, senza preoccupazione per le differenze di ‘maglietta’ sindacale. In attesa di tempi migliori di forti lotte e magari di un sindacato a venire, ‘di classe’. Invece i più scelsero di fondare un sindacato territoriale di base e mi accodai. ) Un simile disinteresse e una simile ‘delega a chi ha voglia’ ho provato verso l’impegno nelle amministrazioni comunali. La mia esperienza nei partiti è stata in totale di 3 anni In Fiat ci arrivo dopo una esperienza come manovale edile. Fuori della disciplina del lavoro politico di gruppo sperimentato all’Indesit di None, rifluisco su posizioni meno coerenti, isolato orami da anni dopo il licenziamento dall’Indesit . Intanto ha cominciata a gelarmi i nervi e a limitarmi lo spazio l’attività della lotta armata. Non è sufficiente a darmi sostegno il rapporto rarefatto e scomodo per la distanza territoriale con il Coordinamento di Borgo S.Paolo a Torino e il confronto limitato con reduci dal Circolo di None.
La Fiat è un gigante malato che contesto in modo disordinato e senza prospettive. Non faccio il tifo per le BR o Prima Linea, ma so che fanno presa su molti. Mi tengo fuori dei giri sospetti, ma la fabbrica in quegli anni è un brulichio di teorie politiche e di comportamenti che la direzione Fiat tiene d’occhio a distanza e su cui infine interviene a ottobre del 1979. Il PCI aveva da tempo promosso il questionario sul terrorismo. In tre a Rivalta avevamo firmato un testo contro il questionario che invitava a interrogare invece i lavoratori sui delegati sindacali imboscati, sullo scollamento tra sindacati e lavoratori. Questo testo, e la ‘freddezza’ dei bollettini interni delle Presse che curo, mi guadagna il posto fra i 61 ( oltre alla autoriduzione in produzione).
La mia reazione al licenziamento dopo tre anni di Fiat è breve e limitata. Conosco cadute nello sconforto, fino all’angoscia dopo il licenziamento della Fiat del 1979. Sono in sostanza l’anello debole dei 61 in genere organizzati in vari gruppi. Firmo da solo un ultimo volantino – ‘la Fiat mente’- , in cui scrivo al plurale ma con molte posizioni personali; poi tutto mi scoppia nella testa e nei nervi. Avevo pensato per tempo a una repressione in arrivo, proponevo un comitato di difesa, ma sottovalutavo il mio isolamento politico alle presse. In quei tre anni passati a Rivalta non mi riconosco in nessuna delle organizzazioni politiche presenti in fabbrica – e fra i 61. Ero un iscritto alla CGIL che non frequentava le sedi sindacali ma parlava solo nelle assemblee e criticamente. Dicevo che ero un apprendista-comunista. Lo affermo ancora oggi, anche se con più modestia di allora e continuo a pensare che lo zio Karl, ha dato strumenti seri al movimento operaio di tutto il mondo , nonostante fosse un borghese, ‘ebreo’, e poco fedele alla moglie, ( e studiasse il Capitale vivendo con i soldi dell’amico industriale).. Il comunismo è più che mai attuale e già presente in molti aspetti del capitalismo mondiale sempre più in crisi. La lotta di classe non si è estinta. Non sto a dilungarmi su questo (…)
Mi è stato detto verso i cinquant’anni: ‘Non ti sai perdonare’, come commento alla mia abitudine in famiglia e con altri, di ripensare e ammettere errori, furbizie, scorciatoie illusorie dovute alla mia debolezza, Questa abitudine a rimeditare in pubblico è però recente e iniziata con la fase finale dell’esaurimento. In fondo il mio cammino nella vita non è stato né lineare, né coerente come qualcuno superficialmente scrive. L’esaurimento seguito al licenziamento ha favorito una rottura importante nella mia vita. Dopo una crisi profondissima, ne sono uscito con fatica e con calma, digerendo le molte elaborazioni irrazionali e di destra provocate dalla malattia. I pazzi dicono la verità- mi disse un giorno Vittorio Morero, cui leggevo per telefono poesie satirico-allucinate .
Durante la malattia ho fatto i conti con la morte, che temo come sofferenza ma accetto come esito naturale della vita umana. Ho lasciato disposizioni di funerale laico privato, e di cremazione. Non mi aspetto niente di speciale dopo la morte, ma rispetto chi crede senza integralismo.

COTTINO GASTONE

Nato a Torino l’8 febbraio 1925, Gastone Cottino è stato partigiano, con il nome di battaglia “Lucio”, nella Brigata Sap “Mingione”. Docente di diritto commerciale e preside della facoltà di Giurisprudenza nella Università di Torino, è stato consigliere comunale ed è tuttora uno degli intellettuali più lucidi e rigorosi della sinistra cittadina.

da La Repubblica  edizione 24 aprile 2022

Cottino, accademico ed ex partigiano: “Giusto che gli ucraini combattano l’invasore russo ma la Resistenza fu altra cosa”

Il professor Gastone Cottino
Il professor Gastone Cottino 
Nel ‘43 un popolo che si era abbeverato al nefasto latte del fascismo si ribellò contro il razzismo e la pretesa superiorità di alcune razze su altre. Alimentare la guerra con le armi significa rischiare un conflitto mondiale: siamo sicuri che la diplomazia stia facendo tutto il

“Spero che non sia un 25 Aprile di polemiche, ma non credo. Spero che queste polemiche non vengano usate a livello strumentale per denigrare la Resistenza e per mettere in discussione l’Anpi e i suoi valori”. Gastone Cottino, 97 anni, partigiano, nome di battaglia “Lucio”, durante la guerra di Liberazione apparteneva ai gruppi dei Giovani Liberali. Professore ordinario di Giurisprudenza all’Università di Torino, è un accademico dei Lincei, infaticabile e lucido testimone della Resistenza.

 

Professor Cottino, pensa che si debba mantenere un’equidistanza tra Russia e Ucraina?
“Guardi, lo voglio dire per prima cosa. Bisogna condannare ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Ucraina. Senza tentennamenti. È la prima questione da sottolineare. La Russia ha aggredito e gli ucraini sono stati aggrediti. Definiamo bene i ruoli senza ambiguità”.

 

Gli ucraini sono dei partigiani?
“Anche quella ucraina è una Resistenza, stanno difendendo il loro Paese e le loro case da un’aggressione, ma è una Resistenza diversa rispetto ad altre e soprattutto è una Resistenza diversa rispetto a quella che ha portato alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo”

 

Perché è diversa?
“Perché nel ’43 un popolo che si era abbeverato al nefasto latte del fascismo si è ribellato. E in quel popolo c’ero anch’io. Abbiamo deciso di reagire, di ribellarci, di ricercare la libertà, la democrazia, l’uguaglianza dei popoli e la pace. Ci sono state tante Resistenze in diversi Paesi, ma quella vissuta dall’Italia è stata differente. Non è paragonabile. Abbiamo lottato contro un modello di società basato sul razzismo, sulla superiorità di alcune razze sulle altre, sulla violenza e la prevaricazione, un modello che voleva solo fare schiavi. E tra i valori fondanti dell’Anpi c’è la ricerca della pace e il ripudio della guerra. Un valore che fa parte anche della Costituzione italiana”.

 

Lei è d’accordo con la posizione espressa a livello nazionale dall’Anpi di non dare armi all’Ucraina?
“Nessuno di noi ha la verità in tasca, ma mi trovo pienamente d’accordo con la posizione espressa dalla stragrande maggioranza dell’Anpi. Ci potrà essere qualcuno che non la pensa così. Liberissimo, ma io mi ritrovo con il pensiero generale dell’associazione. E credo che bisognerebbe rileggersi l’articolo 11 della Costituzione italiana”.

 

Un Paese che viene attaccato come fa a difendersi senza armi?
“Non ci si rende conto dei rischi che stiamo correndo a livello europeo e globale. Qui si rischia di nuovo una guerra mondiale. Non vorrei che si tornasse ad un patriottismo sbagliato e a un bellicismo pericoloso. Le persone hanno paura: io non guardo i sondaggi, ma questa volta lo si capisce anche dai sondaggi che la gente ha paura. Dobbiamo evitare l’escalation, ma l’escalation non si evita fornendo armi all’Ucraina”.

 

Qual è l’alternativa?
“Siamo convinti che sia stato fatto tutto a livello diplomatico, di mediazione, per far cessare il conflitto e riportare il confronto ad un livello civile? Sostenendo questa situazione l’effetto sarà solo quello di innalzare il livello della guerra. Le reazioni politiche dure e le sanzioni sono giuste. È necessario un intervento dell’Onu, dell’Unione europea. Peccato che l’Unione europea non riesca a trovare un accordo nemmeno sul no al gas nei confronti di Putin”.

 

L’Anpi non rischia di ritrovarsi isolata?
“Questa per fortuna non è solo una posizione dell’Anpi, che è finita ingiustamente sul banco degli imputati, ma pure di papa Francesco. Io non sono un credente, ma potessi lo abbraccerei. Lo ripeto, questa guerra potrebbe avere sviluppi imprevedibili. Fermiamola in tempo. Non diamo retta a chi vuole alzare la tensione, agli Stati Uniti. Non vorrei che in Ucraina si arrivi ad una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. Bastano i pretesti. E sui pretesti i peggiori politici si buttano. Lo abbiamo visto già con Putin, quanto sia stato facile per lui usare il pretesto dell’allargamento della Nato verso Est dopo il crollo dell’Urss. Una condizione che Gorbaciov aveva posto, ma che è stata ignorata”.

Le parole della madre di Ilaria Alpi:

Le parole della madre di Ilaria Alpi:
“Con il cuore pieno di amarezza come cittadina e come madre ho dovuto assistere alla prova di incapacità data, senza vergogna, per ben ventitré anni dalla Giustizia italiana e dai suoi responsabili, davanti alla spietata esecuzione di mia figlia Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin. Al dolore si è aggiunta l’umiliazione di formali ossequi da parte di chi ha operato sistematicamente per occultare la verità e i proventi di traffici illeciti.” Luciana Alpi (Parole di 5 anni fa).
Ilaria e Miran sono stato uccisi 28 anni fa a Mogadiscio.

IL DISERTORE di Boris Vian

IL DISERTORE
In piena facoltà,
dannato presidente,
le scrivo la presente
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice, terra terra,
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
dannato presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
E sì, ce l’ho con lei,
sia detto per inciso,
che quello che ho deciso
è che diserterò.
Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
hanno pianto insieme a me.
Mia madre e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia,
qualcuno mi ha rubato
mia moglie, il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.
Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Se è necessario il sangue,
dannato presidente,
il vostro è caldo e ardente,
andate a darne un po’!
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercami,
mi troveranno armato
e mi difenderò!
Il disertore di Boris Vian, traduzione del poeta Giorgio Caproni

De Bello di Piergiorgio Longato

De bello

 

Mamma li Russi!

Mamma li Russi!

Sono spietati,

assatanati.

 

Son sempre uguali,

come animali,

dentro di loro

– diciamo in coro –

 

son comunisti

e stalinisti:

non cambiano mai,

opprimono assai

 

popoli e genti,

duri e violenti

nel soffocarne

senza pietà

le libertà.

 

Veri assassini

mangiabambini:

vanno fermati,

vanno stoppati

 

se no si rischia

che poi finisca

come nell’Iraq

di Saddam Hussein …

                                                                  Ma veramente

                                                                  in Mesopotamia

                                                                  non mi risulta …

                                                                  Erano quelli

                                                                  che hanno esportato

                                                                  la democrazia …

Ma che sbadati

che siamo stati!

Noi pensavamo

all’Afghanistàn …

                                                                  Sono spiacente

                                                                  ma in quel Paese

                                                                  dopo vent’anni

                                                                  se n’è fuggita

                                                                  tra morti e macerie

                                                                  la démocrazia

                                                                  piu’ grande del mondo …

 

E’ vero, è vero,

era la Libia

che l’Armata Rossa

con le armi occupò …

                                                                  Aridaje!

                                                                  Le forze armate

                                                                  dell’Occidente

                                                                  libero e giusto

                                                                  hanno portato

                                                                  pace e giustizia

                                                                  in quel Paese …

 

Beh, questa volta

ne siamo certi

giu’ nei Balcani

rossi cosacchi

hanno sganciato

missili e bombe

su intere città

 

                                                                  Getto la spugna,

                                                                  bandiera bianca:

                                                                  missili atomici

                                                                  messi ai confini

                                                                  per provocare

                                                                  quello ch’è stato.

                                                                  Ma non c’è traccia

                                                                  di tutto ciò,

                                                                  giornali e tg

                                                                  che ad una voce

                                                                  cantano in coro:

                                                                  Mamma li Russi!

                                                                  Mamma li Russi!

 

 

                                               Altro contesto,

                                               la Guerra Fredda,

                                               ma poco mancò

                                               che una minaccia

                                               poco diversa

                                               non scatenasse

                                               l’Irreversibile,

                                               l’Irreparabile,

                                               l’Inconcepibile,

                                               l’Irrecuperabile.

 

 

Note.

1)   Ogni riferimento a fatti avvenuti in passato è puramente voluto.

 

Marzo 2022

Il villaggio operaio in Italia: il caso di Villar Perosa

Politecnico di Torino Facoltà  di  Architettura   Anno accademico: 1999/2000   

Il villaggio operaio in Italia: il caso di Villar Perosa

Relatore: prof. Pio Luigi Brusasco       Candidata: Alessandra Godino

indice

Introduzione

 I Gli antecedenti in Europa

II I villaggi operai in Italia

III Il paternalismo a Villar Perosa

IV Il villaggio operaio di Villar Perosa

Bibliografia

“EPITAFFIO” DI PIERGIORGIO LONGATO

                                     Epitaffio*

                                 

                                     L’eterno riposo

                                           allo Stato ch’è nato

                                           dalla Resistenza

                                           ed ora agonizza

                                           stremato e umiliato

                                           dal dio Mercato.

                                           Riposi in pace.

                                           Una prece.

 

                                      Ei fu. Mai così immobile

                                      data la mortal deriva

                                      giace la spoglia immemore

                                      dell’epopea salvifica

                                      che democrazia portò

                                      al prezzo smisurato

                                      del sangue versato

                                      da valenti indomiti

                                      per il sommo èmpito

                                      di pace e libertà.

 

                                      Ei fu. Un dì dal Parlamento,

                                      procellosa e trepida,

                                      sgorgò d’un gran disegno

                                      la gioia e l’ansia ardita

                                      di cambiar le regole

                                      (col pensiero al regno)

                                      all’elettoral partita

                                      così d’avere un premio

                                      ch’era follia sperar …

                           

                                      Ma quali bachi ascosi

                                      tenea in sé quel premio

                                      che la Suprema Corte

                                      a raffica affossò?

                                      Premi di maggioranza,

                                      liste di nominati,

                                      artifizi ben approntati

                                      per falsar rappresentanza

                                      e piu’ vasta orma stampar

                                      imperitura sull’altar

                                      Ei fu. Poi nientemeno

                                      sull’italico stivale

                                      apparve l’uom fatale,

                                      strale a ciel sereno:

                                      è l’uovo del serpente,

                                      intriso d’arroganza,

                                      superbia e tracotanza,

                                      che a piè sospinto mente

                                      su mafie e loschi affari

                                      masson-postribolari.

                                      Eppur non tutto ei provò:

                                      la gloria ed il periglio

                                      ma non ancor l’esiglio

                                      né le sbarre assaggiò.

                                      Del Signor l’Unto ei si nomò:

                                      e l’Italia attonita

                                      e muta al nunzio restò…

                                      ma poi svariate volte

                                      nell’urna lo votò

                                      ed a Palazzo Chigi …

                                      gaudente ritornò!

                                                                      

                                      Ei fu. Nui chiniam la fronte

                                      in riva al Mare Nostrum

                                      ove di tanta speme

                                      è affondato il rantolo

                                      trascinando seco

                                      i vuoti e bolsi moniti

                                      che sempiterni calano

                                      da immeritati scranni

                                      colpevolmente avulsi

                                      dal testo fondativo

                                      che senza dubbio alcuno

                                      scolpisce nella pietra

                                      che se sul capo al naufrago

                                      l’onda s’avvolve e pesa

                                      con fraterno afflato

                                      e pietà profonda

                                      s’affrettano le prode

                                      il misero a salvar;

                                      e sia bestemmia infame

                                      la cella al salvator!

                                      Ei fu. L’anno passato

                                      a COVID imperante,

                                      quasi in un istante,

                                      è stato esautorato

                                      l’organo sovrano:

                                      con un colpo di mano?

                                      Congiura di Palazzo

                                      di un fiorentino pazzo?

                                      Cambio di potere

                                      all’ombra di un banchiere?

                                 

                                      Ci fu codardo oltraggio

                                      (al popolo votante)?

                                      O solo servo encomio

                                      (al Mercato imperante)?

                                      Ai posteri l’ardua sentenza.

                                      Usi ad obbedir tacendo

                                      chinammo nui la fronte

                                      non al Massimo Fattor

                                      ma al terrestre Miglior

                                      che da piu’ superba altezza

                                      il gregge pasce e svezza …

                                      E cadde a tanto strazio

                                      lo spirto de’ nostri tempi

                                      sì vuoti, tristi ed empi

                                      da pagar fio e dazio

                                      pei secoli a venir

                                      (cosa assai trista a dir …)

                                      Venga una man dal cielo

                                      che provvida e pietosa

                                      dalle stanche ceneri

                                      in piu’ spirabil aere

                                      l’anime nostre rechi.

*Nota.

Il linguaggio, lo stile e  -in parte – la metrica ricalcano la celebre ode manzoniana (detto piu’ volgarmente: scopiazzano):  con tutta evidenza si tratta di un escamotage, spero compreso e non irriso, per veicolare contenuti tutt’altro che goliardici o spensierati.

 

Piergiorgio Longato è tra i soci fondatori di “Volere la luna”, fino all’anno scorso  responsabile di una Biblioteca civica nell’area metropolitana torinese.  Dagli anni ’70 del secolo scorso impegnato nelle lotte ambientaliste, antinucleari e pacifiste.