Macron: devoto ai capitalisti, in guerra con i lavoratori

Vi riporto l’editoriale dei giornali di fabbrica di Lutte Ouvrière

18/07/2022

Durante la sua intervista del 14 luglio, Macron è tornato alla sua camera mortuaria per presentare la sua tabella di marcia : un piano d’azione per i capitalisti; sacrifici e nuovi attacchi ai lavoratori.

Affermando che la guerra in Ucraina “durerà”, che l’esercito francese deve partecipare allo schieramento di truppe contro la Russia continuando i suoi interventi in Africa o in Medio Oriente, Macron ha promesso di aumentare il budget militare di 3 miliardi all’anno entro il 2025. Aiuterà i produttori di armi a produrre più rapidamente i carri armati, le pistole o i droni che vanno di moda in Ucraina. Questi soldi mancheranno agli ospedali, al rinnovamento delle linee ferroviarie o ai vigili del fuoco che combattono gli incendi giganti.

Sventolando la minaccia che Putin chiuderà il gasdotto Nordstream 1, con il rischio di una penuria di gas ed elettricità quest’inverno, Macron ha annunciato un piano di sobrietà che dovrà riguardare “individui oltre che aziende” . Ma è ovvio che la sobrietà non sarà la stessa per tutti.

Le aziende, in particolare quelle di grandi dimensioni, riceveranno un generoso compenso se accetteranno di chiudere gli impianti a maggior consumo energetico durante i picchi di consumo. Beneficeranno di nuovi aiuti se generalizzeranno il telelavoro o ridurranno il riscaldamento o l’aria condizionata. I dipendenti non avranno scelta, né quella del telelavoro né quella di morire di caldo o di freddo sulla propria postazione di lavoro.

Per quanto riguarda gli individui, è il portafoglio che deciderà chi è sobrio o meno. Per le classi lavoratrici la sobrietà è già imposta con i randelli, attraverso i prezzi del gas, dell’elettricità e della benzina. Milioni di famiglie sono costrette ad abbassare il riscaldamento in inverno, ridurre i propri spostamenti o ripiegare su problemi di trasporto pubblico. Non sono le lezioni morali del governo che li obbligano a farlo, ma la debolezza dei loro stipendi e pensioni!

Lo vediamo oggi con l’ondata di caldo, come ieri con i confinamenti: se la temperatura è uguale per tutti, i suoi effetti dipendono dalla classe sociale a cui apparteniamo. C’è chi ha l’aria condizionata o chi può rinfrescarsi nella seconda casa e chi soffoca in un appartamento angusto.

Come la “caccia ai gaspi” degli anni ’70, la “sobrietà” degli anni ’20 è una cortina fumogena per giustificare l’aumento dei prezzi e camuffare l’arricchimento sfacciato dei maggiori gruppi energetici. L’impennata dei prezzi del gas e del petrolio ha cause molto più profonde della guerra in Ucraina. Dopo aver nascosto per decenni la realtà del riscaldamento globale, le multinazionali vogliono far pagare alla società gli investimenti imposti dalla transizione energetica che non hanno fatto prima.

Non solo Macron e le sue controparti europee rifiutano di tassare questi ricchissimi profittatori della crisi, ma mettono a disposizione dei rispettivi produttori nazionali i mezzi dei loro Stati. I capitalisti comandano, i capi di governo ei ministri eseguono.

Impegnati in una guerra economica sempre più aspra, i capitalisti chiedono che il denaro dello Stato sia riservato a loro e che i lavoratori vi siano assoggettati. Ecco perché Macron vuole spingere indietro l’età pensionabile. Per questo sta preparando un nuovo diritto del lavoro per obbligare i disoccupati ad accettare qualsiasi posizione, pena la perdita totale o parziale dell’indennità.

I padroni, in particolare nel settore della ristorazione, si lamentano di non trovare abbastanza personale per lavorare per loro nonostante la persistente disoccupazione ? A Macron non viene in mente di imporre un massiccio aumento dei salari! Ma raccoglie le peggiori calunnie contro “chi abusa della solidarietà nazionale” non accettando nessun lavoro a nessun salario. Come se l’indennità di disoccupazione non fosse finanziata dagli stessi lavoratori! Allo stesso modo, vuole condizionare il pagamento della RSA a la ripresa di un’attività. Nessun lavoratore deve cadere nella trappola: aggredire i disoccupati significa abbassare tutti i salari e costringere tutti ad accettare le posizioni più difficili e mal pagate.

Con o senza maggioranza assoluta, Macron si prepara a perseguire la politica richiesta dalla classe capitalista. Per difendere i propri interessi, i lavoratori non hanno altra scelta che mobilitarsi collettivamente.

Nathalie ARTHAUD

Durante il Barbiere di Lino Di Gianni

Durante, il barbiere.
1 La bottega
(Tra biografia e invenzione, la storia di un quartiere, attraverso gli occhi di un barbiere. Inventato).
“E’ che ormai in Italia, il mondo va a catafascio”. Parole di Durante, il barbiere. Resiste con la sua piccola bottega in una parte di un quartiere operaio di Torino: Barriera di Milano. Quasi all’incrocio con la rotonda di Corso Palermo, in case che negli anni cinquanta si sono riempite di immigrati che venivano soprattutto dalle Puglie, Calabria, Sicilia, Basilicata.
Le stesse case, rimaste degradate, sono diventate abitate dai migranti africani, marocchini, rumeni, e cinesi.
Durante è piccolo di statura, grassottello, pelato con una chioma residua ai lati. La sua schiena sì è incurvata nel corso dei lunghi anni passati a tagliare i capelli. Alla sua bottega meridionali e gente di Torino si mescolano senza problemi, ciascuno col proprio dialetto. Fuori e accanto, ogni tanto si ferma un conoscente del Marocco o rumeno a salutare.
“Mi volevano comprare i muri, i cinesi. Ma io ho detto no, eppoi, dove vado, che faccio?, Mannaggia alla Madonna! ”
Dieci metri più in giù, nella stradina interna, c’è una casa con ballatoio. Ricordo una mia foto sul balcone lungo, con l’inferriata metallica, io e il mio padrino di cresima. Un piemontese simpatico, di cui ricordo solo il modo di ridere.
Dieci metri di fronte, la scuola media dove il preside fascista mi rimproverò perché portavo una maglietta rossa! E dove da piccoli, quando la scuola era in costruzione, andavamo a giocare nei sotterranei, con quell’odore forte e lungo di cemento, di segatura umida, di notti bagnate che verranno.
Ma da piccolo, non andavo da quel barbiere, ma da un altro, in Borgo Vittoria,che mi metteva su un cavalluccio per bambini, che odiavo.
(continua)
2. I capelli
(Tra biografia e invenzione, la storia di un quartiere, attraverso gli occhi di un barbiere. Inventato).
“ Come li facciamo i capelli? Corti o li lasciamo un po’ lunghi?”
“Faccia lei”
“ Lo prende il caffè?” “No, grazie. L’ho già preso”
Si è comprato un apparecchio per il caffè, con le cialde, forse l’unico segno di modernità, insieme alla serranda automatica che non riusciva più a tirare su.
“ Dai cinesi, qua vicino, il caffè non lo sanno fare. E gli altri o ci sono i rumeni che scommettono o aprono tardi, e io alle sette sono già qua dentro che leggo il giornale”.
Durante taglia i capelli secondo il vecchio stile, forbici e pettine, senza lavarli. Quando finisce, prende sempre lo specchio e ti mostra come stanno dietro, in attesa del tuo giudizio. Come se finisse un quadro, un capo d’opera, e lo mostrasse allo spettatore.
Le poltrone solide in acciaio fatte arrivare dalla premiata ditta di Catania.
Gli shampoo in bella mostra risentono degli acquisti fatti molto tempo prima, e ne sconsigliano l’uso.
“ Ho visto che hanno fatto una palazzina di sei piani, dove c’era il teatro” dico io.
“Eh, hai visto? Adesso si che il padrone ci guadagna. Prima, con quei pochi spettatori, cosa vuoi avere?
“ Meno male che la libreria Orsa Maggiore, di fronte, resiste. E’l’unica di tutto il quartiere, da cinquant’anni.” dico io.
“ Sì, ma cosa vuoi che sia. Lì ci vanno i picciriddi, i piccoli a comprare i libri di scuola, e poi basta”
A meno di un chilometro, c’è la piazza del mercato, che una volta si chiamava Piazza Foroni, ancora oggi cuore pulsante di quella parte di Barriera di Milano. Poi gli abitanti, a furor di popolo, durante la giunta del sindaco comunista Novelli, fecero mettere il nome Piazza Cerignola, per far capire da quale paese della Puglia, venivano.
A meno di chilometro, dall’altra parte, verso corso Vigevano, c’era la fabbrica di biscotti, la Wamar: sparita. Ci andavamo a comprare i biscotti rotti, in grosse buste, che costavano meno.
Quando sfornavano, passando, il profumo circondava il quartiere
(continua)
3. Il mercato
Quando vado da Durante, il barbiere, è sempre mattino molto presto.
Una volta ero fuori che aspettavo, verso le 7, cercando di vederlo arrivare in lontananza.
Arriva invece una persona anziana, che bussa alla serranda,e Durante, che era dentro, apre.
“Non l’ho vista arrivare, da dove è passato?” chiedo io.
“ Eh, stamattina sono arrivato prima, ero dentro a leggermi il giornale. Prego si accomodi”. Ormai sono abituato, che un po’ mi dà del tu, un po’ del Lei.
Per venire qui, stamattina sono passato a piedi da Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa, dicono.
Sono rimasto impressionato e intristito: i banchi sono gestiti quasi tutti da marocchini e cinesi, che mettono la stessa mercanzia a poco prezzo, tutta uguale, uccidendo la varietà di possibili acquisti.
Dice Durante “ Dietro, c’è qualcuno che gli dà i soldi per comprare la merce. Per tre anni hanno diritto a degli sgravi fiscali del 30%, poi dopo tre anni mettono un altro”
Lino Di Gianni
Lino Di Gianni è nato a Torino, dove vive. Ha insegnato 20 anni nelle scuole elementari delle barriere operaie. Da diciassette anni insegna agli adulti di lingue e paesi diversi. Pubblicazioni: due raccolte di poesie con Feaci Edizioni e due libro di racconti:
Carlin (lotte operaie in bicicletta). Edizioni ilmiolibro.it
In Villa nel cartone Edizioni ilmiolibro.it

piero baral

A Pinerolo cerco di inserirmi in esperienze di gruppo. Così con un centinaio di altri ragazzi e ragazze che frequentano il Movimento studenti cattolici, negli anni precedenti la contestazione del ’68, scopro le tematiche dell’immigrazione, del Vietnam, dell’ecumenismo, della pace ecc. Accompagno per la prima volta al parco una ragazza, una domenica pomeriggio, e dopo pochi giorni le scrivo che ‘non ho tempo per costruire una storia con lei, ‘devo studiare’. In realtà non sono pronto per quella che è un’esperienza normalissima, ma per me sovrumana; inoltre non ho l’abitudine di chiedere soldi per me in casa mentre i miei coetanei o lavorano già o hanno più possibilità di spesa.
Nel 67-68 sono ad Agraria, facoltà toccata marginalmente dalla contestazione del ’68. Non studio, conosco invece Sandro Sarti, ex partigiano e attivo nella controinformazione sul Vienam e poi sulle lotte di Palazzo Campana. Si deve a lui l’idea della grande marcia sul Vietnam a T orino del 1967 , silenziosa e senza cartelli, ‘L’università non fa per me’, dovevo spiegarlo a mio padre che nonostante i pessimi risultati all’esame di stato mi aveva consigliato di studiare ancora perché ‘i diplomati fra un po’ saranno molti e non si troverà facilmente lavoro’. Purtroppo ho sprecato due anni che avrei potuto impiegare meglio cercandomi un lavoro invece di vivere sulle spalle dei genitori. Forse dovevo provare con una facoltà letteraria, ma certo non dedico tempo adeguato a studiare né ho un metodo. Di questo periodo mi ricordo come positiva soltanto la ricerca e la stesura di un dossier sui cinema parrocchiali uscito sul mensile di Pinerolo ‘XXV ora’. Ci misi sei mesi rubati allo studio. Faceva parte di un’ampia ricerca del mensile su ‘Il potere nella chiesa locale’.
In questo periodo riesco parzialmente a uscire dai miei blocchi psicologici e a tentare approcci con una donna, ma sono bloccato da timori vari per cui non concludo nulla, trascinando il rapporto fino alla fine del servizio militare e lasciandola poi senza spiegarle i miei problemi.
Al ritorno dalla ‘naia’ devo trovare un lavoro. Del servizio militare negli Alpini, con un antimilitarismo praticato in modo individuale, ricordo di aver subito vari episodi sgradevoli di nonnismo, il tempo sprecato, ma anche la mia resistenza e soddisfazione nelle marce in montagna. I miei genitori si aspettano che metta almeno a frutto il diploma di geometra, ma sta maturando una crisi di identità molto forte che ha radici varie e non confesso che a pochi. Mio padre mi dice in quel periodo: ‘fai quel che vuoi ma fallo bene’. Io però sono traumatizzato dalle vicende speculative, nell’edilizia a Perosa, di un fratello di mio padre – quindi concludo che il geometra io non lo farò mai; un secondo aspetto è la mia impreparazione e il timore di trovare ‘lungo’ in una esperienza di lavoro di tipo impiegatizio – ho sprecato gli ultimi due anni delle superiori e due ad Agraria . Più tardi capirò anche che se non sei preparato non hai resistenza politica, puoi cedere ai ricatti sul lavoro da parte della direzione. La verifica avviene alla Maiera di Pinasca, dove resisto un anno, senza impegnarmi a studiare per reggere un primo lavoro di contabilità.
Abbandono dopo un anno questo impiego, d’ora in poi non cercherò un’occupazione per cui mi venga richiesto il diploma. La mia scelta in famiglia viene vista con dolore da parte di mia madre e contrastata da parte di mio padre, con cui per tutta la vita mi confiderò pochissimo . ( Da allora saranno trent’anni di esperienze varie come operaio in molti settori. Vado in pensione nel 2002 come operaio di 5° livello -appena un livello sopra l’operaio comune della Luzenac – e ho oggi una pensione di 893 euro). Col primo lavoro e i primi soldi guadagnati prendo la patente di guida, ma è mio padre a insistere ¸ per me andava bene anche l’autobus e lo sgrido perché ha comprato una 500 nuova per me. La tratterò sempre male,
guidandola per anni in modo spericolato. Con l’auto e il lavoro riesco ad avere una prima reale autonomia. In montagna, la prima notte passata con amici ed amiche, eccomi iniziare una vita sessuale con una compagna, è il Capodanno del 1971. Però porto in questa storia frustrazioni e durezze dovute alla mia immaturità, sensi di colpa dovuti alla mia educazione cattolica, irrequietezze e infine nuove fantasie. Questo rapporto finirà quando comincio a frequentare, intorno al ’73, un’altra donna. ‘Mordi e fuggi’ potrebbe essere la sintesi di questa fase.Come diranno poi le femministe di tanti uomini, non riesco ad essere altro per lungo tempo che un ‘fascista’ con la donna, proprio mentre sperimento invece la prima vera formazione politica di sinistra partecipando al Circolo Operaio di None.
Con l’assunzione all’Indesit nel 1972, mi ritrovo presto come operaio ad una linea di macchine utensili, e dimostro alla direzione e ai compagni di essere un operaio poco affidabile. Niente a che vedere con la tradizione dell’operaio comunista professionalizzato che si riconosce nel lavoro e cerca di farlo bene per poter dire la sua nel sindacato e nel partito. Accumulo provvedimenti disciplinari e infrazioni sulle bollature, la mutua, la produzione… L’impegno che non metto nel rispettare le ‘regole’ sul lavoro lo metto invece nella politica, quegli anni sono densi di attività negli orari più strani, strappando tempo al sonno, cosicché reggo sempre meno i turni in fabbrica. Vivo di corsa, in un attivismo che oltre a farmi perdere poi il lavoro comincerà a logorarmi i nervi. Imparo al circolo operaio di None, specialmente da un compagno uscito dal PCI nei primi anni Sessanta, a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti .
Non studierò mai con metodo quello ed altri testi sacri della sinistra. Letti e riletti ma non assimilati. Incomincio ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI. Si possono riassumere come segue: – no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia; no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura ( però sarò l’unico del Circolo che non si sforzerà di riprendere a studiare, preferendo dedicarmi invece a una trentennale variopinta attività di informazione politica o sindacale di base, impegno per me alla lunga più faticoso ma anche ‘divertente’.) .
Imparo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione. – Imparo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale. – (Per restare alla riflessione sulle mie contraddizioni personali, non avrò grandi miglioramenti nel rapporto con la donna; al primo matrimonio, nel primo anno della Fiat , arrivo impreparato e controvoglia. Ma ho bisogno di uno status e pagherò la scorciatoia, ‘infatti finisce male. Dovrò aspettare di avere 40 anni per avere finalmente una storia solida e duratura che continua ancora oggi. Per anni però sono sordo ai richiami e dedico un tempo insufficiente alla condivisione degli impegni famigliari, e solo con la pensione comincio a equilibrarmi. E mi accorgo con stupore che in realtà non era così difficile questo passo, bastava avere delle priorità diverse per evitare sofferenze e discussioni).
Non migliora molto il mio rapporto col lavoro, con la tecnica. Resterò così per buona parte della vita scisso tra teoria e prassi, e questo contribuirà allo scoppio dell’esaurimento seguito al licenziamento dalla Fiat. Più complesso è spiegare il mio disinteresse verso il lavoro sindacale tradizionale , ritenuto da me noioso o burocratico. Anch’io in fondo delegavo a chi ‘sapeva’, e non ho fatto passi avanti con l’ingresso in Alpcub
nel 1995. (Grandi spazi di democrazia non c’erano nemmeno negli anni ’70 all’interno dei sindacati a meno che non fossero imposti da lotte vivaci. In CGIL sono stato per vent’anni. Uscii nel 1994 e prima di Alp proponevo un’associazione di inchiesta, confronto e sostegno alle parti più vivaci presenti fra i lavoratori, senza preoccupazione per le differenze di ‘maglietta’ sindacale. In attesa di tempi migliori di forti lotte e magari di un sindacato a venire, ‘di classe’. Invece i più scelsero di fondare un sindacato territoriale di base e mi accodai. ) Un simile disinteresse e una simile ‘delega a chi ha voglia’ ho provato verso l’impegno nelle amministrazioni comunali. La mia esperienza nei partiti è stata in totale di 3 anni In Fiat ci arrivo dopo una esperienza come manovale edile. Fuori della disciplina del lavoro politico di gruppo sperimentato all’Indesit di None, rifluisco su posizioni meno coerenti, isolato orami da anni dopo il licenziamento dall’Indesit . Intanto ha cominciata a gelarmi i nervi e a limitarmi lo spazio l’attività della lotta armata. Non è sufficiente a darmi sostegno il rapporto rarefatto e scomodo per la distanza territoriale con il Coordinamento di Borgo S.Paolo a Torino e il confronto limitato con reduci dal Circolo di None.
La Fiat è un gigante malato che contesto in modo disordinato e senza prospettive. Non faccio il tifo per le BR o Prima Linea, ma so che fanno presa su molti. Mi tengo fuori dei giri sospetti, ma la fabbrica in quegli anni è un brulichio di teorie politiche e di comportamenti che la direzione Fiat tiene d’occhio a distanza e su cui infine interviene a ottobre del 1979. Il PCI aveva da tempo promosso il questionario sul terrorismo. In tre a Rivalta avevamo firmato un testo contro il questionario che invitava a interrogare invece i lavoratori sui delegati sindacali imboscati, sullo scollamento tra sindacati e lavoratori. Questo testo, e la ‘freddezza’ dei bollettini interni delle Presse che curo, mi guadagna il posto fra i 61 ( oltre alla autoriduzione in produzione).
La mia reazione al licenziamento dopo tre anni di Fiat è breve e limitata. Conosco cadute nello sconforto, fino all’angoscia dopo il licenziamento della Fiat del 1979. Sono in sostanza l’anello debole dei 61 in genere organizzati in vari gruppi. Firmo da solo un ultimo volantino – ‘la Fiat mente’- , in cui scrivo al plurale ma con molte posizioni personali; poi tutto mi scoppia nella testa e nei nervi. Avevo pensato per tempo a una repressione in arrivo, proponevo un comitato di difesa, ma sottovalutavo il mio isolamento politico alle presse. In quei tre anni passati a Rivalta non mi riconosco in nessuna delle organizzazioni politiche presenti in fabbrica – e fra i 61. Ero un iscritto alla CGIL che non frequentava le sedi sindacali ma parlava solo nelle assemblee e criticamente. Dicevo che ero un apprendista-comunista. Lo affermo ancora oggi, anche se con più modestia di allora e continuo a pensare che lo zio Karl, ha dato strumenti seri al movimento operaio di tutto il mondo , nonostante fosse un borghese, ‘ebreo’, e poco fedele alla moglie, ( e studiasse il Capitale vivendo con i soldi dell’amico industriale).. Il comunismo è più che mai attuale e già presente in molti aspetti del capitalismo mondiale sempre più in crisi. La lotta di classe non si è estinta. Non sto a dilungarmi su questo (…)
Mi è stato detto verso i cinquant’anni: ‘Non ti sai perdonare’, come commento alla mia abitudine in famiglia e con altri, di ripensare e ammettere errori, furbizie, scorciatoie illusorie dovute alla mia debolezza, Questa abitudine a rimeditare in pubblico è però recente e iniziata con la fase finale dell’esaurimento. In fondo il mio cammino nella vita non è stato né lineare, né coerente come qualcuno superficialmente scrive. L’esaurimento seguito al licenziamento ha favorito una rottura importante nella mia vita. Dopo una crisi profondissima, ne sono uscito con fatica e con calma, digerendo le molte elaborazioni irrazionali e di destra provocate dalla malattia. I pazzi dicono la verità- mi disse un giorno Vittorio Morero, cui leggevo per telefono poesie satirico-allucinate .
Durante la malattia ho fatto i conti con la morte, che temo come sofferenza ma accetto come esito naturale della vita umana. Ho lasciato disposizioni di funerale laico privato, e di cremazione. Non mi aspetto niente di speciale dopo la morte, ma rispetto chi crede senza integralismo.

COTTINO GASTONE

Nato a Torino l’8 febbraio 1925, Gastone Cottino è stato partigiano, con il nome di battaglia “Lucio”, nella Brigata Sap “Mingione”. Docente di diritto commerciale e preside della facoltà di Giurisprudenza nella Università di Torino, è stato consigliere comunale ed è tuttora uno degli intellettuali più lucidi e rigorosi della sinistra cittadina.

da La Repubblica  edizione 24 aprile 2022

Cottino, accademico ed ex partigiano: “Giusto che gli ucraini combattano l’invasore russo ma la Resistenza fu altra cosa”

Il professor Gastone Cottino
Il professor Gastone Cottino 
Nel ‘43 un popolo che si era abbeverato al nefasto latte del fascismo si ribellò contro il razzismo e la pretesa superiorità di alcune razze su altre. Alimentare la guerra con le armi significa rischiare un conflitto mondiale: siamo sicuri che la diplomazia stia facendo tutto il

“Spero che non sia un 25 Aprile di polemiche, ma non credo. Spero che queste polemiche non vengano usate a livello strumentale per denigrare la Resistenza e per mettere in discussione l’Anpi e i suoi valori”. Gastone Cottino, 97 anni, partigiano, nome di battaglia “Lucio”, durante la guerra di Liberazione apparteneva ai gruppi dei Giovani Liberali. Professore ordinario di Giurisprudenza all’Università di Torino, è un accademico dei Lincei, infaticabile e lucido testimone della Resistenza.

 

Professor Cottino, pensa che si debba mantenere un’equidistanza tra Russia e Ucraina?
“Guardi, lo voglio dire per prima cosa. Bisogna condannare ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Ucraina. Senza tentennamenti. È la prima questione da sottolineare. La Russia ha aggredito e gli ucraini sono stati aggrediti. Definiamo bene i ruoli senza ambiguità”.

 

Gli ucraini sono dei partigiani?
“Anche quella ucraina è una Resistenza, stanno difendendo il loro Paese e le loro case da un’aggressione, ma è una Resistenza diversa rispetto ad altre e soprattutto è una Resistenza diversa rispetto a quella che ha portato alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo”

 

Perché è diversa?
“Perché nel ’43 un popolo che si era abbeverato al nefasto latte del fascismo si è ribellato. E in quel popolo c’ero anch’io. Abbiamo deciso di reagire, di ribellarci, di ricercare la libertà, la democrazia, l’uguaglianza dei popoli e la pace. Ci sono state tante Resistenze in diversi Paesi, ma quella vissuta dall’Italia è stata differente. Non è paragonabile. Abbiamo lottato contro un modello di società basato sul razzismo, sulla superiorità di alcune razze sulle altre, sulla violenza e la prevaricazione, un modello che voleva solo fare schiavi. E tra i valori fondanti dell’Anpi c’è la ricerca della pace e il ripudio della guerra. Un valore che fa parte anche della Costituzione italiana”.

 

Lei è d’accordo con la posizione espressa a livello nazionale dall’Anpi di non dare armi all’Ucraina?
“Nessuno di noi ha la verità in tasca, ma mi trovo pienamente d’accordo con la posizione espressa dalla stragrande maggioranza dell’Anpi. Ci potrà essere qualcuno che non la pensa così. Liberissimo, ma io mi ritrovo con il pensiero generale dell’associazione. E credo che bisognerebbe rileggersi l’articolo 11 della Costituzione italiana”.

 

Un Paese che viene attaccato come fa a difendersi senza armi?
“Non ci si rende conto dei rischi che stiamo correndo a livello europeo e globale. Qui si rischia di nuovo una guerra mondiale. Non vorrei che si tornasse ad un patriottismo sbagliato e a un bellicismo pericoloso. Le persone hanno paura: io non guardo i sondaggi, ma questa volta lo si capisce anche dai sondaggi che la gente ha paura. Dobbiamo evitare l’escalation, ma l’escalation non si evita fornendo armi all’Ucraina”.

 

Qual è l’alternativa?
“Siamo convinti che sia stato fatto tutto a livello diplomatico, di mediazione, per far cessare il conflitto e riportare il confronto ad un livello civile? Sostenendo questa situazione l’effetto sarà solo quello di innalzare il livello della guerra. Le reazioni politiche dure e le sanzioni sono giuste. È necessario un intervento dell’Onu, dell’Unione europea. Peccato che l’Unione europea non riesca a trovare un accordo nemmeno sul no al gas nei confronti di Putin”.

 

L’Anpi non rischia di ritrovarsi isolata?
“Questa per fortuna non è solo una posizione dell’Anpi, che è finita ingiustamente sul banco degli imputati, ma pure di papa Francesco. Io non sono un credente, ma potessi lo abbraccerei. Lo ripeto, questa guerra potrebbe avere sviluppi imprevedibili. Fermiamola in tempo. Non diamo retta a chi vuole alzare la tensione, agli Stati Uniti. Non vorrei che in Ucraina si arrivi ad una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. Bastano i pretesti. E sui pretesti i peggiori politici si buttano. Lo abbiamo visto già con Putin, quanto sia stato facile per lui usare il pretesto dell’allargamento della Nato verso Est dopo il crollo dell’Urss. Una condizione che Gorbaciov aveva posto, ma che è stata ignorata”.

Accoglienza a corrente alternata,  di Piergiorgio Longato    

                               Accoglienza a corrente alternata     

 

                            Né piu’ mai scorderò i volti non bianchi

                            di figli, di madri e padri, di vecchi,

                            fiamme negli occhi, boati agli orecchi,

                            che sfilano affranti, silenti e stanchi,

                            diretti a confini ostili e blindati

                            che provan tenaci a forzare invano:

                            ma l’Occidente civile e cristiano

                            li tratta da scarti, indesiderati.

                            Altri ne vedo, spauriti e angosciati,

                            accolti dai piu’ con umana pietà

                            senza badare alla nazionalità:

                            ma sono candidi e chiari i salvati!

                            Non sono loro l’oggetto di strali,

                            vittime inermi, prodotto di guerra,

                            che pagan da sempre su questa Terra

                            folli disegni di mire imperiali;

                            ma sono loro a morire e a fuggire

                            come negli anni gli afghani e iracheni

                            distrutti e straziati senza piu’ freni

                            da chi del mondo si crede il Sire.

                            Ora gl’ingressi rimangono schiusi,

                            ma restano fuori quelli abbronzati (!),

                            davvero troppi ne sono arrivati:

                            “Basta così!  Non vogliamo piu’ intrusi!”

                                          

                            Se son le guerre tragedie epocali,

                            frotte impaurite che cercano scampo,

                            stazionano in tanti nel nostro campo

                            quelli infettati dai virus razziali

                            E non c’è Hitler o pazzo che tenga,

                            scaltri mezzucci di gente faziosa

                            che ha sempre taciuto ma adesso osa

                            fintanto  che il conflitto  si spenga.

                            [Si tratta proprio di gente del menga !!]

                            Per questi intrepidi esperti nostrani

                            –  che al sicuro nei caldi salotti

                            dell’invasione ci rendono edotti

                            spaparanzati sui loro divani –

                            la commozione si attiva a comando,

                            come lo sdegno e la riprovazione,

                            – sempre e soltanto in una direzione -,

                            ma furbescamente dimenticando

                            Guerre del Golfo ed umanitarie (!),

                            poi a seguire in mezzo al deserto

                            atroci tempeste, – parola d’esperto -,

                            ordigni pensanti e amenità varie.**

                            Spegni la tv, getta via il giornale,

                            evita i talk show, guardati un po’ intorno:

                            c’è tutto un mondo che giorno per giorno

                            s’impegna tenace e solidale,

                           

                           si prende cura  – “I care” –  di chi è fuggito,

                            o scampato, sopravvissuto almeno,

                            dal pigmento color arcobaleno,

                            soccorso ed accolto, poi accudito.

                            Son gruppi, famiglie ed associazioni

                            indifferenti al color  della pelle,

                            – siamo ben tutti fratelli e  sorelle! –

                            diversamente dai molti cialtroni

                            (onnipresenti  sulle televisioni).

                            Ora che, ahimè, ha prevalso la spada

                            e il vomere giace inutilizzato

                            occorre comprendere ciò ch’è stato

                            ed in tutta fretta cambiare strada …

**     Riferimento  all’operazione militare denominata “Tempesta nel deserto” (Prima Guerra del   Golfo, anni 1990/91)  e alle cosiddette  (molto cosiddette!)  “bombe intelligenti”

Aprile 2022

 

Le parole della madre di Ilaria Alpi:

Le parole della madre di Ilaria Alpi:
“Con il cuore pieno di amarezza come cittadina e come madre ho dovuto assistere alla prova di incapacità data, senza vergogna, per ben ventitré anni dalla Giustizia italiana e dai suoi responsabili, davanti alla spietata esecuzione di mia figlia Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin. Al dolore si è aggiunta l’umiliazione di formali ossequi da parte di chi ha operato sistematicamente per occultare la verità e i proventi di traffici illeciti.” Luciana Alpi (Parole di 5 anni fa).
Ilaria e Miran sono stato uccisi 28 anni fa a Mogadiscio.

IL DISERTORE di Boris Vian

IL DISERTORE
In piena facoltà,
dannato presidente,
le scrivo la presente
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice, terra terra,
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
dannato presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
E sì, ce l’ho con lei,
sia detto per inciso,
che quello che ho deciso
è che diserterò.
Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
hanno pianto insieme a me.
Mia madre e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia,
qualcuno mi ha rubato
mia moglie, il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.
Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Se è necessario il sangue,
dannato presidente,
il vostro è caldo e ardente,
andate a darne un po’!
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercami,
mi troveranno armato
e mi difenderò!
Il disertore di Boris Vian, traduzione del poeta Giorgio Caproni