Le sorelle Arduino, Libera e Vera

Le sorelle Arduino, Libera e Vera abitavano in via Moncrivello n.1, con la madre, Teresa Guala, operaia alla Manifattura Tabacchi, il padre Gaspare operaio delle Acciaierie Fiat, segretario politico del Partito Comunista clandestino e dirigente delle squadre S.A.P. Libera era nata a Torino, il 13 settembre 1929, sappista della 20ª brigata cittadina; la sorella Vera, anche lei nata a Torino il 15 gennaio 1926, aveva fatto parte dei primi Gruppi di Difesa della donna in Barriera di Milano.

La sera dell’11 marzo 1945, verso le 21,30, quattro militi delle Brigate Nere, spacciandosi per partigiani in cerca di rifugio per la notte, penetrano in casa Arduino e arrestano Gaspare, Libera, Vera, Aldo De Carli, un sappista garibaldino, fidanzato di Vera, e i coniugi Montarolo, anche loro partigiani. I prigionieri vengono divisi: Gaspare Arduino, De Carli e Montarolo vengono portati in corso Belgio e subito uccisi a rivoltellate.

Le tre donne, invece, vengono avviate alla casa “Littoria”, in via Carlo Alberto, per essere sottoposte ad interrogatori. Dopo mezzanotte, vengono portate alla Pellerina, dove subiscono violenze, prima di essere fucilate. In quella notte terribile alla Pellerina, Libera e Vera non erano sole. Con loro c’era Rosa Ghizzone, la moglie di Montarolo, incinta. Rosa aveva 25 anni, era nata   a Torino il 12 maggio 1920, era staffetta della Brigata Rivalta e faceva parte dei “Gruppi di difesa della donna” di Barriera di Milano. Rosa con uno scatto improvviso riuscì a gettarsi nelle acque del canale. Rimase nascosta sotto la volta di un ponte, da dove ascoltò le raffiche di mitra che ponevano fine alle vite delle sorelle Arduino. Poi la corrente trasportò Rosa allo scoperto sul greto. I fascisti che la stavano cercando, le spararono, ferendola alla schiena. Pensarono di averla uccisa e non si curarono di andare a recuperare il corpo. Rosa non era morta. Ferita, si trascinò fino ad una casa vicina. Per fortuna era l’abitazione di un partigiano. Venne accolta e medicata. Alle prime luci dell’alba, si fece portare allo Stabilimento Grandi Motori, dove lavorava ed era attivo un distaccamento dei gappisti. Rosa raccontò tutto quello che era successo. Fu chiamato un medico; le ferite erano gravi, anche per il suo stato interessante. Fu ricoverata in un luogo sicuro. Ma dovette abortire. Rosa morì l’8 maggio 1946, al Sanatorio San Luigi. 

A Vera e Libera Arduino è dedicata una via cittadina, un istituto superiore statale e una lapide in corso Lecce nei pressi del civico n.85.

La lapide in memoria del padre Gaspare è collocata invece in corso Belgio 46, nel luogo dove fu ucciso.

Tratto da Il Martinetto e dintorni  di Giuseppe Giordano e Bruno del Bo 

 

“Per il funerale delle Arduino alcune fabbriche hanno mandato delegazioni, altre durante i funerali si sono fermate. Alla Paracchi, la fabbrica dei tappeti, una ragazza è salita sul tetto e ha messo la bandiera rossa. Un compagno elettricista, che era nelle SAP, aveva staccato tutti i fili d’allarme perché i fascisti non chiamassero i rinforzi. Questa ragazza ha anche parlato là dentro alle operaie, poi l’abbiamo fatta scappare”. “Ricordo quando ho partecipato ai funerali delle Arduino. Io tenevo sottobraccio mamma Arduino che sembrava inebetita, seguivano l’altra bambina Bruna e poi molte donne e uomini. Per via Catania abbiamo visto venirci incontro un operaio in bicicletta che gridava: ‘Gli uomini fuggano tutti perché davanti al cimitero ci sono i fascisti, ce ne sono già due camion carichi’. Così gli uomini si sono allontanati, davanti al cimitero siamo arrivate solo noi donne”.

Mafai, Miriam, Pane nero: donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, A. Mondadori, Milano 1987, pp. 252-253

 

La testimonianza diretta della sorella Bruna «La terribile notte in cui i fascisti trucidarono la mia famiglia»

Bruna, a 13 anni, è una ragazzina dalla pelle scura, i capelli neri neri. Vive a Torino, nelle case operaie del quartiere Regio Parco. Arriverà a Rimini, sua seconda città, solo nel 1963, e qui vivrà per 52 anni, prima a San Giuliano Mare, poi a Viserba. Ma in quel marzo del 1945 la riviera era ancora lontanissima, solo un sogno.

La vita di Bruna a 13 anni è speciale: il suo papà, Gaspare Arduino, è un operaio alle acciaierie Fiat, antifascista molto noto; entra ed esce di prigione, una, due, diciotto volte, anche per lunghi periodi; nel marzo del ’43 era stato tra gli organizzatori dello sciopero alle Officine Grandi Motori. È un gappista, membro dei Gruppi di azione patriottica che operano in città. A differenza dei partigiani di montagna, molti gappisti vivono alla luce del sole. Gaspare guida un piccolo gruppo, e anche le sue figlie più grandi si impegnano come staffette. Vera,  e Libera, lavorano come operaie e danno una mano alle famiglie dei partigiani, portano cibo, lettere, messaggi. Salgono in bicicletta e via per chilometri. In quegli anni partecipano alla nascita dei “Gruppi di difesa della donna e di assistenza ai combattenti per la libertà”. Ma sono ragazze semplici, leggono romanzi rosa, si innamorano, trascrivono in bella calligrafia su un quadernino i testi delle canzoni di quel tempo.

La notte tra il 12 e il 13 marzo 1945 la vita di Bruna cambia per sempre. La Liberazione si avvicina, i repubblichini sono nervosi. Un commando, guidato dal tenente Aldo De Chiffre, entra con uno stratagemma a casa Arduino.

Bruna ha conservato per tutta la vita un ricordo vivissimo di quella notte: «Dopo cena bussano alla nostra porta – è il suo racconto –, al quarto piano di via Moncrivello. È Rosa Ghizzone, con lei ci sono il marito Pierino Montarlo, che aspetta in strada, e altri due uomini sconosciuti. Anche Rosa è una staffetta, dice a mio padre che quegli uomini vogliono andare in montagna con i partigiani, che hanno bisogno del suo aiuto. Pochi attimi, poi i due, appena vedono chi c’è in casa, si rivelano per quello che sono: tirano fuori le armi e ci mettono tutti al muro. Mia mamma Teresa era fuori, sul balcone, e rientrando ci vede tutti con le mani alzate; io, che avevo solo 13 anni, tremavo come una foglia. Allora mi viene vicina, mi prende per i polsi e mi dice: “Stai calma Bruna, non è niente”. A questo punto i due uomini con il mitra fanno uscire tutti lasciando in casa solo me, mia madre e mio fratello Antonio, di 6 anni, che era stato messo a dormire nell’altra camera. Portano via mio padre, le mie sorelle, il partigiano Aldo De Carli, che si trovava a casa nostra quella sera, Rosa con suo marito, e l’amico Alberto Ellena, che era venuto a prendere mio padre per portalo a dormire a casa sua, perché in quei giorni il clima a Torino era pesante, e c’era paura che qualcosa accadesse… Ricordo che uno dei fascisti prima uscire di casa si rivolse alla mia mamma dicendole: “Signora non urli, stia calma che noi non facciamo del male”… Non li ho mai più visti. Mia madre li ha cercati per tutta la notte nelle caserme di Torino pensando fossero stati arrestati, invece quella stessa notte vennero uccisi per strada e scaricati in diversi punti della città. Una cugina ci avvisò che i loro corpi erano all’Istituto di medicina legale».

I funerali

A tre giorni dall’eccidio, il 16 marzo, si celebrano i funerali. L’uccisione di Vera e Libera non lascia indifferente la città, e sono proprio le donne di Torino a dare un segnale. I Gruppi di difesa della donna organizzano una manifestazione, in alcune fabbriche ci sono degli scioperi, una coraggiosa issa una bandiera rossa sul tetto.

«Questa manifestazione – scrive Bianca Guidetti Serra nel suo libro “Compagne” (Einaudi, 1977) – per la data in cui avvenne, per l’adesione che ottenne, per le conseguenze che ne seguirono (un centinaio di arresti), per le finalità cui era destinata, ha assunto, nel ricordo di molte, particolare rilievo. Rappresentava infatti il risultato di un lungo e tenace lavoro condotto per tanti mesi, tendente a unificare la partecipazione delle donne. E le donne vennero e con degli evidenti simboli comuni: mazzi di fiori, corone con scritte, tutte con qualcosa di rosso».

Le bare vengono accolte in ginocchio ma le porte del cimitero restano chiuse, i fascisti arrivano con i camion sparando per aria, gli uomini presenti vengono arrestati (tra loro c’è anche Lorenzo, il futuro marito di Bruna, anche se ancora non si conoscono), solo ai familiari viene permesso di entrare. Sulle tombe qualcuno riesce comunque a deporre un mazzetto di fiori e un nastro tricolore con la scritta “I Gruppi di difesa della donna”.

Dopo la Liberazione, Aldo De Chiffre, membro dei Reparti antipartigiani, viene processato e condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo, ma la pena è in seguito ridotta. Diventerà medico all’Ospedale Mauriziano. Alla famiglia Arduino la città di Torino ha dedicato una strada e una scuola, l’Istituto tecnico commerciale “Vera e Libera Arduino”. Una piazza Arduino c’è anche a Vittoria, in provincia di Ragusa.

Bruna Arduino, mia madre, ultima sopravvissuta all’eccidio della sua famiglia, è morta a Rimini il 26 novembre 2015 senza mai smettere di raccontarlo.

Tratto dal Corriere di Romagna  articolo di Bessone Vera

Il Martinetto e dintorni 1943 -1945 Oltre la memoria

Parella, San Donato, Campidoglio, i tre quartieri che oggi formano la IV Circoscrizione di Torino durante i mesi dell’occupazione nazifascista: bombardamenti, retate, scioperi, carovita, resistenza armata e resistenza di ideali. Il libro ricerca le origini culturali delle scelte di vita dei protagonisti di quella lontana stagione di speranza, dolore e morte. Sullo sfondo il poligono di tiro del Martinetto, non più soltanto riferimento spaziale ma metafora di valori civili, di democrazia e di libertà.

Pubblicazione:2009
ISBN:9788895816081
Pagine: 156

Torino. Un sito per la casetta di via Trivero

Alcuni lo sanno da tempo. Ma non tutti i nostri lettori. Volere la Luna ha messo radici a Torino: in via Trivero, quartiere Parella.

Molti anni fa, quando la sinistra era soprattutto il Pci, con le sue diverse anime, in quella breve via in quartiere Parella, a fianco del parco della Pellerina, aveva sede la mitica 39ª sezione, quella più eretica e ribelle nell’eretica Torino. La sua origine risale ai primissimi anni ’50 – agli anni duri – quando un gruppo di ex partigiani e di simpatizzanti comunisti «si mise in società per acquistare un piccolo terreno su cui fondare un circolo o una sede distaccata del partito», sotto la guida di un dirigente storico, Dino Rebbio, anche lui partigiano e comunista. Lo ricorda Vincenzo Reda, in un articolo sulle Viti torinesi monumentali, perché lì c’era (e c’è tuttora) uno dei pergolati più belli di Torino, circa 200 metri quadri di verde e di grappoli di uva fragola. Sul terreno acquistato quei militanti costruirono, col proprio lavoro e i propri mezzi, una palazzina a due piani, con al pianterreno un bancone da bar, e, a fianco, un ampio capannone con una cucina, il tutto fatto ad opera d’arte, con buone finiture e impianto elettrico e di riscaldamento. Lì si tennero storiche assemblee, convegni, feste e pranzi sociali, proiezioni cinematografiche e rappresentazioni teatrali, presentazioni di libri e conferenze, fino al 1989, quando il Partito cambiò nome e loro, ribelli ed eretici, rifiutarono di conferire quella loro “proprietà comune” (e comunista) ai liquidatori politici di quell’eredità e di quel partito, e la donarono al Centro Studi Piero Gobetti, presieduto allora da Bianca Guidetti Serra, partigiana e avvocata, nella convinzione che lo spirito con cui avevano costruito quel luogo di socialità e di impegno civile sarebbe stato rispettato.

Trent’anni dopo la casetta di via Trivero è tornata a vivere. Grazie a Volere la luna, che l’ha presa in locazione dal Centro Gobetti, l’ha strappata all’usura del tempo (anche questa volta con lavoro volontario) e l’ha aperta al pubblico. Di nuovo le iniziative culturali e la proiezione di film si sono alternati con momenti conviviali e, poi, è stata aperta una biblioteca, sono stati allestiti sportelli gratuiti di consulenza legale, sanitaria e sulla casa aperti al quartiere, è stato piantato un orto… E abbiamo messo in campo molte idee per affiancare alle attività sociali e culturali il completamento del restauro-riqualificazione del capannone nonché alcuni lavori per la messa a punto definitiva della palazzina. Il progetto era quello di rendere lo spazio di via Trivero un luogo di servizi e iniziative capaci di favorire la partecipazione della cittadinanza, una crescita culturale diffusa, una rete significativa di rapporti sociali e di integrazione, in stretto rapporto con le realtà che operano nel quartiere, in particolare a livello giovanile.

Poi è arrivata la pandemia… Come per tutti, il lockdown ha interrotto la vita. Ma non ci siamo scoraggiati: abbiamo proseguito con gli sportelli di consulenza grazie a un numero telefonico sempre attivo, ci siamo coordinati con la rete #TorinoSolidale e con l’associazione Più SpazioQuattro nel servizio di aiuti alimentari e di prima necessità, abbiamo organizzato – con l’Associazione dei Sardi “A. Gramsci” – la consegna di “pasti sospesi” ad alcune famiglie in difficoltà e altro ancora.

Ora la vita riprende, speriamo in maniera definitiva. Non ne siamo sicuri ma ci stiamo riorganizzando e presto riapriremo, seppur con le cautele del caso. Intanto abbiamo una novità importante. Per far conoscere le nostre attività, per aggiornarci e metterci in relazione con le altre attività del territorio per ragionare su cosa succede in città, per documentare le attività più significative (nostre e di altri con cui lavoriamo) abbiamo aperto un sito che, grazie all’aiuto e ai preziosi consigli di Alessandro De Angelis è agile e gradevole. Arrivarci è semplice: basta usare il link www.viatrivero.volerelaluna.it. Per rendere tutto più facile abbiamo anche aperto in questo sito una finestra (che trovate nella colonna di destra) per accedere direttamente. Siamo agli inizi ma siamo convinti che sarà uno strumento fondamentale. Per renderlo ricco e agibile abbiamo però bisogno di idee e collaborazione da parte di tutte e tutti.

Come fare? Mettendosi in contatto con Carlo o Diego a uno di questi indirizzi:

c.minoli@libero.it o diego.bettiolo1976@gmail.com.

1975-Murales alla Graziano a Cascine Vica

1 gennaio 1975

La Graziano era una fabbrica di 400 operai, a Cascine Vica nella cintura di Torino. Durante il blocco dei cancelli che durava da 3 settimane, nella notte di Capodanno un gruppo di cinque compagni aveva dipinto su un muro vicino alla fabbrica, un gigantesco affresco murale dedicato ai principali episodi della lotta di classe del 1974.

Il murale era firmato “Brigata Giulietta Banzi” compagna caduta nella strage di Brescia.

dal 2006 al 2014 – I film del progresso

CIRCOLO PROGRESSO

I FILM DEL PROGRESSO dal 2006 al 2014

L’esperienza del cineforum al Circolo Progresso è durata 8 anni dal 2006 al 2014, è stata, credo un’iniziativa lodevole che ha permesso ai soci, un approccio ragionato al cinema e alla storia e al Circolo di sopravvivere.

Il direttivo ed io cogliamo l’occasione di questo ultimo incontro in cui “festeggiamo” la chiusura del Circolo Progresso, diventa ormai inevitabile, per ringraziare tutti i soci ed in particolare quelli che ci hanno seguito mensilmente alle proiezioni. Si è pensato di riunire in un piccolo libro tutte le recensioni dei film proiettati e farne omaggio ai partecipanti.

Le recensioni non sono in ordine alfabetico ma in ordine di proiezione annuale.

Luigi Cecchetti

1974-Gioco dell’Oca

25 luglio 1974

Gioco dell’Oca di Armando & C. Campioni realizzato dal Circolo Operai di None.

Armando Campioni era il padrone  dell’INDESIT.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Circolo Operaio di None