Articoli categoria: Succede in città

Diritto alla casa “Ce lo chiede l’Europa”, ma Draghi non risponde di Giustino Scotto d’Aniello

Mai più case senza famiglie e famiglie senza case.

Premessa

Il diritto all’abitare è affermato dalla stessa Corte Costituzionale in molteplici sentenze: il diritto all’abitazione viene  enunciato tra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità, in cui si conferma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione.

La stessa Corte dei Conti, nella relazione accompagnatoria alla Deliberazione 3 agosto 2020, n. 9/2020/G, afferma che: “A livello nazionale i bisogni abitativi, oggetto delle politiche abitative, non risultano dotati di un’espressa tutela costituzionale al pari di altri diritti come quello alla salute (art. 32) o il diritto al lavoro (art.35), sebbene la giurisprudenza costituzionale ne abbia riconosciuto la valenza di diritto sociale attinente alla dignità e alla vita di ogni persona (cfr. ex plurimis sentenze n. 106/2018, n. 28/2003 e n. 520/2000).

Analogamente agli altri diritti sociali anche il diritto all’abitazione risulta, tuttavia, “condizionato” finanziariamente e non ha ottenuto, come accaduto invece per il diritto alla salute, una parametrazione in termini di livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale”. 

“Ce lo chiede l’Europa”, ma l’Italia non risponde.

Siamo in una fase di grave emergenza abitativa derivante da un deficit strutturale dell’edilizia pubblica, in particolare, dell’edilizia popolare, che non garantisce il passaggio da “casa a casa”, cosi come prevedono tutte le direttive anche europee; in questa circostanza il ritornello  “ce lo chiede l’Europa”,  a tal riguardo si rimanda alla . risoluzione approvata il 21 gennaio 2021 dal Parlamento europeo (www.europarl.europa.eu) non viene recepito, paradossalmente, neanche dal cosiddetto PNRR di Draghi.

Nel Recovery Plan approvato dal Parlamento i fondi per l’edilizia pubblica sono stati ridotti rispetto a quanto previsto dalla bozza messa a punto dall’esecutivo di Conte, alla rigenerazione urbana e al potenziamento del cosiddetto “housing sociale” sono dedicati 7,3 miliardi sugli oltre 220 previsti in totale, di questi, quelli riservati all’aumento della disponibilità di alloggi sociali in senso stretto sono solo 0,5, pari a soli 500 milioni.  

Tutto ciò a fronte di una domanda, secondo un’indagine pubblicata dal Forum Disuguaglianze e Diversità, di case popolari in attesa nelle liste comunali che ammonta a 650mila e 50.000 sentenze di sfratto all’anno (dati Ministero degli Interni), con un patrimonio abitativo pubblico sufficiente a soddisfare appena un terzo del reale fabbisogno.

Housing Europe, network delle federazioni europee che si occupano di edilizia popolare, cooperativa e sociale con sede a Bruxelles, ci restituisce un quadro disastroso. 

Nel report “The State of Housing in the EU 2017” viene stimato che nel nostro Paese solo il 3,7% del patrimonio residenziale è adibito a edilizia sociale. Se contiamo che questa percentuale va poi divisa tra edilizia sovvenzionata, agevolata e convenzionata possiamo immaginare a quanto ammonti il numero di alloggi ERP in Italia. 

Giusto per fare un confronto, in Inghilterra la percentuale è del 17,6%, mentre in Francia si aggira intorno al 16,8%. Solo la Germania con il 3,9% ci si avvicina numericamente, ma non effettivamente, poiché il Paese tedesco è caratterizzato da un mercato in cui gli affittuari superano il numero dei possessori e in cui non si professa la “religione” della casa di proprietà: esattamente il contrario di quello che avviene qui.

La stessa Corte dei Conti, nella relazione accompagnatoria alla Deliberazione 3 agosto 2020, n. 9/2020/G, riguardanti i fondi di sostegno alla locazione all’abitazione riferiti al periodo 2014 – 2020, sottolinea l’inadeguatezza delle politiche abitative attivate in Italia in confronto a quelle Europee. 

Sull’argomento, torna utile ritornare alla citata relazione della Corte dei Conti, precisamente:

“A livello europeo il diritto all’abitazione ha una connotazione decisamente più forte, rientrando a pieno titolo nella sfera dei diritti fondamentali, strumentali al perseguimento di un livello di vita dignitoso, oltre che alla lotta alle diseguaglianze, alle discriminazioni ed alle esclusioni. Tale diritto si colora di particolari sfumature lì dove coniugato con la tutela di soggetti bisognosi di una particolare protezione, in quanto minori, rifugiati o richiedenti asilo. In questa direzione diversi sono stati gli approdi giurisprudenziali della Corte di Strasburgo, nonostante il diritto all’abitazione non sia espressamente menzionato nella Convenzione dei diritti dell’uomo (Cedu). Ciò è stato possibile attraverso l’estensione dell’ambito applicativo dell’art. 8 che tutela la vita privata e familiare. Quanto sopra rappresenta un punto fermo assai importante, soprattutto se lo si considera alla luce dell’apertura del diritto interno alla Carta Cedu, operata in particolare dalle cd. pronunce gemelle (n. 348 e 349/2007) della Corte Costituzionale, che hanno reputato tali disposizioni utilizzabili come norme interposte, che consentono al giudice comune di rimettere la questione davanti alla Consulta per contrasto con l’art. 117 della Cost1., ogni qual volta la norma interna risulti non in linea con le disposizioni contenute nella suddetta Carta e tale antinomia non sia risolvibile in chiave ermeneutica. 1 Il profilo di incostituzionalità delle disposizioni del diritto interno contrarie alle previsioni della Cedu si qualifica come violazione dell’art. 117, c.1 della Cost. che impone, come noto, il rispetto degli obblighi derivanti dall’ordinamento comunitario e dal diritto internazionale.Corte dei conti | Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato | Delib. n. 9/2020/G 22. 

Diversamente dalla Carta Cedu, la Carta sociale europea (Cse), nel testo novellato nel 1996, prevede espressamente all’art. 31 la tutela del diritto all’abitazione e impone agli Stati firmatari una serie di adempimenti complessivamente finalizzati ad assicurare l’accesso ad un’abitazione di livello sufficiente a consentire un tenore di vita dignitoso per tutti e, nello stesso tempo, a ridurre al minimo lo status di senza tetto. Trattasi, a tutti gli effetti, di un impegno che deve essere onorato da parte degli Stati firmatari e l’avvenuto rispetto deve essere verificato da parte del Comitato europeo dei diritti sociali. Quest’ultimo svolge, a tal fine, attività di monitoraggio sulla normativa vigente in materia nei diversi Paesi, oltre che sullo stato di attuazione delle politiche pubbliche di settore ed emana pronunciamenti, sotto forma di raccomandazioni, allo scopo di assicurare, in particolare, l’applicazione di criteri non discriminatori per l’accesso all’abitazione. Il diritto all’abitazione è previsto espressamente non solo dalla Cse ma anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (Cdfue), all’art. 343, che disciplina l’assistenza sociale ed, in particolare, l’assistenza all’abitazione, da intendersi quale insieme di interventi finalizzati a consentire la vita delle persone in un ambiente dignitoso, anche per coloro i quali non dispongano di mezzi sufficienti per accedere al mercato immobiliare. Il combinato disposto degli articoli 31 della Cse e 34 della CdfUe conduce ad una lettura del diritto all’abitazione in chiave più pregnante e chiama i giudici nazionali all’applicazione delle disposizioni europee, proprio in considerazione dei limiti della tutela prestata dall’ordinamento interno, che, nell’interpretazione costituzionalmente orientata, condiziona la “giustiziabilità” di tale diritto alle risorse presenti in bilancio, essendo lo stesso qualificabile, come detto sopra, in termini di diritto sociale finanziariamente condizionato. Anche la Corte di Giustizia si è espressa in questo senso, ritenendo che il diritto all’abitazione sia un diritto fondamentale da ricomprendere nell’ambito delle politiche di inclusione sociale, oggetto di competenza concorrente Ue – Stati membri, i quali ultimi dovrebbero fornire indicazioni anche sulla concreta garanzia del diritto all’assistenza abitativa”. 

Il caso Torino.

Partendo da un dato riferito  agli alloggi disponibili non occupati, presente nella proposta di revisione al P.R.G. formulata dall’Amministrazione Appendino, si rileva che: “Confrontando i dati relativi al numero di famiglie ed il numero di unità abitative si evidenzia come la differenza tra gli stessi determini un numero di unità abitative che non trova riscontro nel numero di famiglie. Tale differenza, pari a 53.862, prendendo a riferimento il 2018, potrebbe essere conteggiata come quantità di alloggi disponibili non occupati da famiglie residenti.”

Lo stesso documento evidenzia che “In base ai dati ATC raccolti, infatti, risultano presenti in città 17.761 alloggi di edilizia sociale ed economico popolare. Sul totale di abitazioni presenti in Torino solo il 2,82 % risulta essere destinato ad edilizia sociale ed economico popolare. Gli alloggi assegnati risultano a tutti gli effetti 16.844 a fronte di una richiesta di 30.519 che lascia senza risposta 13.675 domande di residenza a basso costo. 

Parametrando i dati relativi al numero di famiglie totali presenti sul territorio al numero di nuclei che richiedono una casa ad ATC risulta evidente come il 6,82 % delle famiglie Torinesi necessitino di una abitazione a basso costo.” A Torino si afferma la tendenza nazionale cge da molti anni vede gli interventi di edilizia popolare marginalizzato ae a favore del cosiddetto “housing sociale”, che ha aperto le porte a nuove speculazioni, senza scalfire le cause del profondo disagio abitativo  presente in Città e più  in generale in Italia (v. il Piano Casa promosso dall’allora governo Berlusconi). Detta strategia è ben presente e trova spazio rilevante nello stesso documento di revisione del PRG.

Il tanto decantato mix pubblico – privato, ben presente nel PNRR di Draghi, non fa altro che rimettere nelle mani dei grandi poteri presenti, ovvero agli stessi responsabili della grave situazione emergenziale in atto nel settore, la “soluzione”.

Emergenza abitativa prima e dopo la pandemia.

La società “NOMISMA” rileva, che la crisi pandemica ha un forte impatto sulla condizione di disagio abitativo delle fasce sociali più esposte, in quanto  ”Accanto alla bassa consapevolezza sociale dell’emergenza abitativa, tuttavia, emerge la fragilità, ben visibile se si considera che nel pre-Covid il ritardo sul pagamento dell’affitto era del 9%, mentre invece nel post salirà quasi al 40% e influenzerà la domanda delle famiglie.” 

La conseguenza di quanto riferito da Nomisma è l’aumento esponenziale delle procedure di sfratti per morosità (90% incolpevole) e dei pignoramenti, il governo, su pressione delle organizzazioni sindacali degli inquilini, ha previsto una modulazione delle esecuzioni stabilendo due scadenze previste per il 30 giugno e 31 dicembre c.a., proroga per la quale sarà la Consulta a pronunciarsi sul blocco prolungato degli sfratti, a seguito dell’ordinanza del 24 aprile 2021 con cui il Tribunale di Trieste ha sollevato questione di legittimità costituzionale in ordine alle norme che hanno previsto e prorogato la misura.

La diminuzione dei fondi di sostegno alla locazione (a favore dei conduttori) oramai sono residuali e tardivi e ciò aggrava le condizioni di morosità in capo ai nuclei, lo stesso fondo di sostegno alle morosità incolpevoli (contributo ai proprietari per recuperare le somme arretrate, con annullamento delle procedure di sfratto e con vincolo a stipulare un nuovo contratto con affitto concordato) stenta a concretizzarsi.

Che fare?

A fronte di quanto sopra descritto, si ripropone l’antico tema del “Che fare?”, precisamente, quali proposte mettere in campo, per far fronte all’emergenza abitativa che riguarda oramai in modo trasversale tutti i gruppi sociali più esposti alla crisi e non solo quelli tradizionali.

Emerge la necessità di ampliamento dell’offerta abitativa pubblica, a basso costo e senza ulteriore consumo di suolo, il recupero del patrimonio edilizio abbandonato è una delle priorità da realizzarsi, con l’ausilio di uno strumento quale un “Osservatorio” che rilevi e realizzi il censimento dei manufatti utili allo scopo.

Tale misura, ovviamente, ha tempi non compatibili con l’esigenza di garantire una casa alle famiglie che nei prossimi mesi saranno sottoposte alle esecuzioni di sfratto, pertanto necessitano interventi urgenti e indilazionabili, utilizzando strumenti previsti dalle normative vigenti per far fronte alle emergenze sociali che per motivi diversi si manifestano in tutta la loro drammaticità.

Gli alloggi vuoti e immediatamente occupabili, di proprietà delle grandi imprese ed Enti vari sono una risorsa fondamentale per realizzare il passaggio da “casa a casa”, a tal fine, bisogna dire stop ai piani di alienazioni in atto (v. per es. le aste attivate dall’INPS), agendo con lo strumento giuridico utile al raggiungimento dell’obiettivo che è l’esproprio definitivo e/o temporaneo di detti immobili.

Detta misura emergenziale, integra e non sostituisce l’altra misura strutturale che è l’aumento dell’edilizia sociale, attraverso interventi di riqualificazione del patrimonio di edilizia popolare inutilizzato, per assenza di manutenzione straordinaria (in questa fase sono in corso alcuni limitati interventi con i bonus 110×100, ecc); senza dimenticare i fondi finalizzati ex GESCAL mai utilizzato o utilizzati in modo improprio da alcune Regioni.

Altresì, bisogna mantenere alta l’attenzione ai tentativi costanti di svuotare i centri storici attraverso operazioni di svendita del patrimonio di edilizia popolare, favorendo la grande speculazione fondiaria e marginalizzando gli occupati delle stesse.

Ovviamente, quanto su esposto non è esaustivo della problematica in argomento, in quanto, vanno approfondite  questioni quali i ruoli dei soggetti gestori (ex INA CASA) unitamente alle grandi cooperative edilizie e altresì, prendendo atto dei dati pubblicati nel Rapporto Immobiliare 2020, del 20 maggio 2021, è urgente e indilazionabile una radicale riforma del mercato delle locazioni che ristabilisca un rapporto equo tra reddito e spese per l’abitare.

Il valore di un prato

DOMENICA 30 MAGGIO dalle 15.30 in Via Madonna delle Salette
il COMITATO SALVIAMO I PRATI di Torino
incontra
il COMITATO SALVIAMO IL PRATONE di San Donato Milanese
FERMIAMO IL CONSUMO DI SUOLO !!
Torino – Borgata Parella: il Comune vorrebbe eliminare un grande terreno vergine di 11.000 mq, in Via Madonna della Salette, per costruire un villaggio/residenza destinato ad accogliere gli atleti delle Universiadi 2025. Inoltre alcuni terreni vergini privati sono destinati a sparire per costruire enormi edifici ad uso residenziale.
San Donato Milanese: sono a rischio 20.000 mq (?) di suolo libero, su cui è prevista la realizzazione di 800 appartamenti, spazi civici e una Cittadella dello Sport, nel c.d. Pratone di via Gramsci e nelle aree De Gasperi e San Francesco.
La Lombardia detiene il primato di suolo naturale consumato. Torino è tra le città più cementificate d’Italia, è una città ormai quasi senza suolo. La quantità di case e capannoni inutilizzati è enorme.
Nonostante ciò gli speculatori (immobiliaristi, finanzieri, amministratori pubblici) non sono sazi. Si continua a costruire e devastare le ultime aree naturali urbane e a condizionare pesantemente la vita dei quartieri.
La città, sempre più inquinata e vulnerabile di fronte alla crisi ambientale, è governata dalla logica della rendita e del profitto di pochi. Il Comune è compiacente e sottomesso.
I Comitati di Parella e San Donato Milanese, non più disposti ad accettare l’assoggettamento della natura e della vita umana alle dinamiche del capitale, si oppongono con forza alle trasformazioni urbane imposte e cercano di prendersi cura degli spazi comuni, che creano relazioni e dove l’umano è connesso con gli elementi naturali.
Le lotte per salvare i prati sono locali e globali, sono dappertutto: è il segno di un movimento umano necessario e naturale. Teniamoci per mano, collegati e connessi, la terra e l’aria ci uniscono.
Per il COMITATO SALVIAMO IL PRATONE di San Donato Milanese interverranno:
Flavio Mantovani e Fabrizio Cremonesi.
Parteciperano le/gli attivist* di FRIDAYS FOR FUTURE.
Raccoglieremo le FIRME per la nostra proposta di DELIBERA D’INIZIATIVA POPOLARE (porta con te un documento d’identità).
Continueremo inoltre a scoprire le specie di piante esistenti nel prato. Ci saranno ottima musica e biscotti per tutt*.
Pagina FB del Comitato Salviamo il Pratone di San Donato Milanese

Diritto alla casa: Mai più case senza famiglie e famiglie senza case.

Premessa
Il diritto all’abitare è affermato dalla stessa Corte Costituzionale in molteplici sentenze: sl diritto all’abitazione viene
enunciato tra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità, in cui si conferma lo Stato democratico voluto dalla
Costituzione.
La condizione abitativa presente nella Città di Torino.
Partendo da un dato riferito agli alloggi disponibili non occupati, presente nella proposta di revisione al P.R.G.
formulata dall’Amministrazione Appendino, si rileva che: “Confrontando i dati relativi al numero di famiglie ed il
numero di unità abitative si evidenzia come la differenza tra gli stessi determini un numero di unità abitative che
non trova riscontro nel numero di famiglie. Tale differenza, pari a 53.862, prendendo a riferimento il 2018,
potrebbe essere conteggiata come quantità di alloggi disponibili non occupati da famiglie residenti.”
Lo stesso documento evidenzia che “In base ai dati ATC raccolti, infatti, risultano presenti in città 17.761 alloggi di
edilizia sociale ed economico popolare. Sul totale di abitazioni presenti in Torino solo il 2,82 % risulta essere
destinato ad edilizia sociale ed economico popolare. Gli alloggi assegnati risultano a tutti gli effetti 16.844 a fronte
di una richiesta di 30.519 che lascia senza risposta 13.675 domande di residenza a basso costo.
Parametrando i dati relativi al numero di famiglie totali presenti sul territorio al numero di nuclei che richiedono
una casa ad ATC risulta evidente come il 6,82 % delle famiglie Torinesi necessitino di una abitazione a basso costo.”
Emergenza abitativa prima e dopo la pandemia.
In Piemonte, dati Ministero degli Interni anno 2019, le sentenze di sfratto per morosità sono state pari a 4166,
eseguite 2566, delle quali a Torino (dati incompleti): n 76 per finita locazione, 1220 per morosità/altra causa.
ovviamente sono da aggiornare al rialzo, tenuto conto della fase di crisi socio economica acutizzata dalla pandemia
in atto.
Crisi pandemica che ha un forte impatto sulla condizione di disagio abitativo delle fasce sociali più esposte, La
società di ricerca “NOMISMA segnala che ”Accanto alla bassa consapevolezza sociale dell’emergenza abitativa,
tuttavia, emerge la fragilità, ben visibile se si considera che nel pre-Covid il ritardo sul pagamento dell’affitto era del
9%, mentre invece nel post salirà quasi al 40% e influenzerà la domanda delle famiglie.”
La conseguenza di quanto riferito da Nomisma è l’aumento esponenziale delle procedure di sfratti per morosità
(90% incolpevole) e dei pignoramenti, il governo ha previsto una modulazione delle esecuzioni stabilendo due
scadenze previste per il 31 giugno e 31 dicembre c.a., proroga per la quale sarà la Consulta a pronunciarsi sul blocco
prolungato degli sfratti, a seguito dell’ordinanza del 24 aprile 2021 con cui il Tribunale di Trieste ha sollevato
questione di legittimità costituzionale in ordine alle norme che hanno previsto e prorogato la misura.
La diminuzione dei fondi di sostegno alla locazione (a favore dei conduttori) oramai sono residuali e tardivi e ciò
aggrava le condizioni di morosità in capo ai nuclei, lo stesso fondo di sostegno alle morosità incolpevoli (contributo
ai proprietari per recuperare le somme arretrate, con annullamento delle procedure di sfratto e con vincolo a
stipulare un nuovo contratto con affitto concordato) stenta a concretizzarsi.
“Ce lo chiede l’Europa”, ma l’Italia non risponde.
Siamo in una fase di grave emergenza abitativa derivante da un deficit strutturale dell’edilizia pubblica, in
particolare, dell’edilizia popolare, che non garantisce il passaggio da “casa a casa”, cosi come prevedono tutte le
direttive anche europee, in questa circostanza il ritornello “ce lo chiede l’Europa” (v. risoluzione approvata lo
scorso 21 gennaio 2021 dal Parlamento europeo), non viene recepito, paradossalmente, neanche dal cosiddetto
PNRR di Draghi.
Nel Recovery Plan approvato dal Parlamento i fondi per l’edilizia pubblica sono stati ridotti rispetto a quanto
previsto dalla bozza messa a punto dall’esecutivo di Conte, alla rigenerazione urbana e al potenziamento del
cosiddetto “housing sociale” sono dedicati 7,3 miliardi sugli oltre 220 previsti in totale, di questi, quelli riservati
all’aumento della disponibilità di alloggi sociali in senso stretto sono solo 0,5, pari a soli 500 milioni.
Tutto ciò a fronte di una domanda, secondo un’indagine pubblicata dal Forum Disuguaglianze e Diversità, di case
popolari in attesa nelle liste comunali che ammonta a 650mila e 50.000 sentenze di sfratto all’anno (dati Ministero
degli Interni), con un patrimonio abitativo pubblico sufficiente a soddisfare appena un terzo del reale fabbisogno.
Housing Europe, network delle federazioni europee che si occupano di edilizia popolare, cooperativa e sociale con
sede a Bruxelles, ci restituisce un quadro disastroso. Nel report “The State of Housing in the EU 2017” viene stimato
che nel nostro Paese solo il 3,7% del patrimonio residenziale è adibito a edilizia sociale. Se contiamo che questa
percentuale va poi divisa tra edilizia sovvenzionata, agevolata e convenzionata possiamo immaginare a quanto
ammonti il numero di alloggi ERP in Italia. Giusto per fare un confronto, in Inghilterra la percentuale è del 17,6%,
mentre in Francia si aggira intorno al 16,8%. Solo la Germania con il 3,9% ci si avvicina numericamente, ma non
effettivamente, poiché il Paese tedesco è caratterizzato da un mercato in cui gli affittuari superano il numero dei
possessori e in cui non si professa la “religione” della casa di proprietà: esattamente il contrario di quello che
avviene qui.
La stessa Corte dei Conti, nella relazione accompagnatoria alla Deliberazione 3 agosto 2020, n. 9/2020/G,
riguardanti i fondi di sostegno alla locazione all’abitazione riferiti al periodo 2014 – 2020, sottolinea l’inadeguatezza
delle politiche abitative attivate in Italia in confronto a quelle Europee.
Dall’edilizia popolare all’housing sociale.
A Torino, da molti anni gli interventi di edilizia sociale hanno marginalizzato il comparto dell’edilizia popolare a
favore del cosiddetto “housing sociale”, che ha aperto le porte a nuove speculazioni senz scalfire le cause del
profondo disagio abitativo presente in Città.
Detta strategia è ben presente e trova spazio rilevante nello stesso documento di revisione del PRG, il tanto
decantato mix pubblico – privato, non fa altro che rimettere nelle mani dei grandi poteri presenti, ovvero agli stessi
responsabili della grave situazione emergenziale in atto nel settore, la “soluzione”.
Che fare?
A fronte di quanto sopra descritto, si ripropone l’antico tema del “Che fare?”, precisamente, quali proposte mettere
in campo, per far fronte all’emergenza abitativa che riguarda oramai in modo trasversale tutti i gruppi sociali più
esposti alla crisi e non solo quelli tradizionali (“senza tetto”, nomadi, ecc).
Emerge la necessità di ampliamento dell’offerta abitativa pubblica, a basso costo e senza ulteriore consumo di
suolo, il recupero del patrimonio edilizio abbandonato è una delle priorità da realizzarsi, con l’ausilio di uno
strumento quale un “Osservatorio” che rilevi e realizzi il censimento dei manufatti utili allo scopo.
Tale misura, ovviamente, ha tempi non compatibili con l’esigenza di garantire una casa alle famiglie che nei prossimi
mesi saranno sottoposte alle esecuzioni di sfratto, pertanto necessitano interventi urgenti e indilazionabili,
utilizzando strumenti previsti dalle normative vigenti per far fronte alle emergenze sociali che per motivi diversi si
manifestano in tutta la loro drammaticità.
Gli alloggi vuoti e immediatamente occupabili, di proprietà delle grandi imprese ed Enti vari sono stati evidenziati in
premessa, pertanto, per realizzare il passaggio da “casa a casa”, lo strumento giuridico utile al raggiungimento
dell’obiettivo è l’esproprio definitivo e/o temporaneo di detti immobili.

Detta misura emergenziale, integra e non sostituisce l’altra misura strutturale che è l’aumento dell’edilizia sociale,
attraverso interventi di riqualificazione del patrimonio di edilizia popolare inutilizzato, per assenza di manutenzione
straordinaria (in questa fase sono in corso alcuni limitati interventi con i bonus 110×100, ecc); senza dimenticare i
fondi finalizzati ex GESCAL che la Regione Piemonte non ha mai utilizzato.
La situazione di deficit di edilizia pubblica è aggravata dalle alienazioni del patrimonio pubblico, in atto, di proprietà
del Comune di Torino, operazione che sottrae alloggi disponibili alla necessaria rotazione dei nuclei assegnatari e
non solo.
Altresì, bisogna mantenere alta l’attenzione ai tentativi costanti di svuotare il centro storico dall’edilizia popolare,
favorendo la grande speculazione fondiaria e marginalizzando gli occupati delle stesse.
Ovviamente, quanto su esposto non è esaustivo della problematica in argomento, in quanto, vanno affrontati
questioni quali l’Agenzia Territoriale della Casa (ATC), le grandi cooperative edilizie, il mercato delle locazioni, la
revisione dei canoni in rapporto al reddito, la riformulazione dei regolamenti comunali vigenti (v. LOCARE) che a
non trovano più rispondenza nella complessità odierna, ecc.

Giustino Scotto d’Aniello esperto politiche abitative

Referente Sportello Casa per l’Associazione “Volere la Luna”

 

Come ti svendo il motovelodromo di Torino

Nella lunga diretta televisiva che da Torino ha inaugurato il Giro d’Italia i commentatori – nell’esaltare le magnificenze della città, come da copione, e le sue tradizioni ciclistiche – non hanno parlato del motovelodromo. Non è un caso: avrebbero dovuto dire che non è più in mano pubblica, ma che è stato ceduto a privati per sessant’anni a fronte del pagamento della misera somma di 350.000 euro: neanche seimila euro all’anno. Ma non solo non è più in mano pubblica in cambio di un tozzo di pane ma ne verrà cambiata completamente la destinazione. La ditta che si è aggiudicata la gara d’appalto infatti vi realizzerà sei campi da padel, un campo da calcio a otto convertibile in una struttura da rugby, campi da beach volley, piscine, piste da bici (ma guarda un po’…), campi di atletica, bar, punti ristoro e spazi espositivi (https://mole24.it/2020/10/28/progetto-per-il-motovelodromo-di-torino-investimento-per-14-milioni/).

Ora: capiamo tutto. Capiamo che Torino per ospitare la furbata delle olimpiadi invernali si coprì di debiti e questi debiti se li porti ancora addosso. Capiamo che si voglia onorarne il pagamento e che si pratichi una politica di austerità. Capiamo tutto ma c’è un limite anche alla comprensione. Partiamo dal presupposto che un motovelodromo, oggi, è una ricchezza inestimabile. Le città che ne sono dotate in Italia si contano sulle dita delle due mani. In particolare, a parte Torino, solo Roma ne ha uno attivo fra le grandi città. Quello di Milano (il Maspes-Vigorelli) non è utilizzato per il suo scopo. Non solo, oggi il ciclismo tira, e tira molto, appunto anche a Torino: pensare di ristrutturare l’impianto in partnership con un soggetto privato, visto che dalla fine dello scorso secolo lo si è lasciata andare in malora, no eh? Oppure, se proprio si voleva metterlo all’asta per lucrare la modestissima somma di seimila euro all’anno, almeno mantenere il vincolo di destinazione dimodoché vi si potessero riprendere solo attività ciclistiche, e si potessero indirizzare al ciclismo agonistico bambini e ragazzi, no, eh? Anche in considerazione del fatto che – tra l’altro – il motovelodromo Fausto Coppi è attualmente la struttura sportiva più vecchia fra quelle ancora esistenti in Piemonte (fu inaugurato il 24 luglio 1920) ed è anche l’unica architettura sportiva superstite dei primi trent’anni del Novecento, tant’è che ha un vincolo della Soprintendenza (https://archistadia.it/viaggio-torino-motovelodromo-storia-architettura/).

La vicenda del motovelodromo purtroppo dimostra ancora una volta la miopia – a voler essere teneri – di una amministrazione. Amministrazione – notate bene – che ha addirittura adottato un Regolamento per il governo dei beni comuni urbani (http://www.comune.torino.it/benicomuni/bm~doc/governo-dei-bcu_391.pdf) e sponsorizzato un Manuale di diritto dei beni comuni urbani. Il tutto nell’ottica, ovviamente, di una loro salvaguardia per il bene della collettività. Ecco come si tutelano, non in teoria ma in pratica, i beni comuni.

La diretta televisiva del giorno 8 maggio ha inquadrato tra l’altro dall’elicottero la struttura del motovelodromo: le sue gradinate, la pista e il campo verde. Tutto questo diventerà solo un ricordo: in cambio di neanche seimila euro all’anno.

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa.

Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: “Piste o peste”; “Disastro autostrada”; “Torino. Oltre le apparenze”; “Verde clandestino”; “Loro e noi. Storie di umani e altri animali”; “Il mare privato”. Come unico autore: “Regole minime per sopravvivere”; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; “Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni”; “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo”. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

L’Unione Culturale Antonicelli organizza la proiezione del film “IMPA, La Città”

L’Unione culturale Franco Antonicelli, in collaborazione con la Rete Italiana Imprese Recuperate e Comunet-Officine Corsare, ha organizzato il 4 maggio la proiezione del film “IMPA, la città”, di Diego Scarponi, presso il Piccolo Cinema di via Cavagnolo 7.

Purtroppo l’evento non ha avuto luogo causa l’incompatibilità della struttura preposta con le norme anticovid ed è stato quindi rinviato.

Che cos’è IMPA? La più antica fabbrica “recuperata” di Buenos Aires, occupata nel 1998 e gestita direttamente dai lavoratori per impedirne il fallimento; un modello non solo di produzione, ma anche di società, con la sua radio, una televisione comunitaria, una scuola, e numerose attività culturali, sociali, sportive ed artistiche; un’utopia realizzata, in breve, che si ispira ai principi di autorganizzazione e autogoverno, in nome della giustizia sociale.

Poche idee e ben confuse della Regione Piemonte sulla Sanità pubblica

Poche idee e ben confuse della Regione Piemonte sulla Sanità pubblica

 

La Regione Piemonte ha presentato al Governo il suo PNRR – Piano di Resilienza e Ripresa per  27 miliardi di euro, dei quali solo  € 165 milioni destinati alla sanità regionale, ripartiti con criteri a dir poco strampalati, ad es:

€  119.000.000 alla sola provincia di Vercelli

€    10.000.000 a “poli sanitari attrezzati” nei centri sciistici del cuneese,

€      2.600.000  a  un centro di eccellenza non meglio specificato nel Comune di San Nazzaro Sesia, in provincia di Novara

€         950.000  a  un nuovo pronto soccorso in un edificio industriale abbandonato nel Comune di  Veglio, in provincia di Biella

   €     0,00  –  diconsi zero virgola zero  euro – alla Città di Torino, v.   https://www.regione.piemonte.it/web/sites/default/files/media/documenti/2021- 04/progetti_recovery_plan_piemonte_per_provincia.pdf

 

Non un euro di investimenti a Torino nella medicina di territorio per la quale il PNRR di Draghi stanzia 2 (due)  miliardi di euro per 1.288 Case della Comunità (ex-Case della Salute) da realizzare entro la metà del 2026.

Entro il 31 ottobre 2021 un decreto ministeriale definirà il modello organizzativo delle Case della Comunità secondo linee d’ indirizzo già indicate nel PNRR stesso.

A queste linee corrisponde il  Progetto per “Il Maria Adelaide che Vogliamo” predisposto da medici, tecnici , sindacalisti e abitanti dei quartieri Aurora Rossini Vanchiglia v. http://bit.ly/3ltQYdW.  Un contributo che offrono all’Assessore regionale alla Sanità il quale però da mesi non si degna nemmeno di rispondere alla loro richiesta di incontro.

 

La Regione Piemonte blatera sulla priorità alla medicina di base,

ma sta distruggendo quel che rimane della sanità pubblica

 

In più di un anno dallo scoppio della pandemia avrebbe ben potuto trasformare il Maria Adelaide e l’Einaudi in Case della Salute, e rimediare alla carenza di servizi sanitari pubblici di territorio per limitare e isolare i focolai di contagio da Covid-19 e procedere alle vaccinazioni. Invece ha messo la nuova etichetta “Casa della Salute” sul vecchio Poliambulatorio di Lungo Dora Savona rimasto lo stesso di 20 anni fa e sprecato centinaia di milioni alle OGR, al Valentino, alle cliniche, laboratori e RSA private per alleggerire gli ospedali pubblici, i pronto soccorso, e togliere i malati dai corridoi, pianerottoli, perfino dalla chiesa interna del San Luigi di Orbassano.

Piuttosto che spendere per la sanità pubblica, arriva a finanziare una campagna di vaccinazione nel centro commerciale Basic Net della Robe di Kappa in corso Regio Parco

 

Quello della Regione Piemonte NON È un Piano di Resilienza e Ripresa: è chiaramente un Piano di eliminazione del nostro sistema sanitario pubblico a favore del profitto privato

 

Ci risulta che una sola Consigliera comunale di Torino abbia finora sollevato il problema. Ci auguriamo che altri la seguano non solo  nell’assemblea torinese ma anche in quella regionale.

https://lasocietadellacuratorino.wordpress.com/2021/04/25/recovery-plan-del-piemonte-poche-idee-e-ben-confuse-della-regione-sulla-sanita-pubblica/

26 aprile 2021:https://lasocietadellacuratorino.wordpress.com

NO a un Recovery Plan per riprodurre l’esistente

Sì a un Recovery Planet per un’alternativa di società

Lunedì 26 aprile 2021 in contemporanea con il sit-in di Montecitorio anche Società della Cura di Torino afferma:

NO a un Recovery Plan per riprodurre l’esistente.
Sì a un Recovery Planet per un’alternativa di società.

Per vedere la diretta da Montecitorio ore 15,30:
https://www.facebook.com/events/1038176026591286

Sabato 24 Aprile si è svolta una bella iniziativa per difendere il pratone di Via Madonna Delle Salette

Il 24 aprile stato un bellissimo pomeriggio al pratone di via Madonna della Salette, per l’iniziativa VIVA IL PRATO, VIVI IL PRATO, molto partecipata.
E’ stato piantato collettivamente un piccolo ciliegio, di cui gli abitanti si prenderenno cura. Sono stati appesi agli alberi delle tavole con il nome della specie e le caratteristiche principali.
Molto entusiasmo hanno suscitato la caccia al tesoro e il laboratorio di semi per bimbe/i organizzati da Lorenzo Savio.
Si sono esibiti con la loro eccezionale musica tradizionale ABOU SAMB cantante e percussionista degli Afrodream e MUSTAPHA BOUDINAR (chitarra), che ha anche letto alcuni brani del libro che racconta la sua storia, “Le chiavi di casa”.
Lucilla Barchetta, che ha presentato il suo libro “La rivolta del Verde. Nature e rovine a Torino”.
Sono intervenuti: Angelo Boccalatte (Anpi), Alberto Righetti (Amici di Via Revello), Theresa Van Cherry (pittrice), Renato Ramello (NO Tav Torino).
Indispensabile l’apporto di tutta la RESIDENZA COLLETTIVA LA SALETTE.

I prati di Parella sono nascosti, non visibili da chi sfreccia veloce in corso Marche e corso Francia, poco conosciuti da chi non è della zona, grandi spazi liberi in cui la natura è padrona e che accolgono gli abitanti regalando una pausa dal traffico, dai palazzi soffocanti, dalle piazze commerciali.

Da quasi due anni il Comitato Salviamo i Prati organizza presidi e iniziative per cercare di salvare dalla cementificazione i lotti del Comune, in particolare il prato grande su Via Madonna della Salette, che l’amministrazione vorrebbe destinare alla realizzazione di uno studentato per le Universiadi 2025 (che sostituisce, nei progetti del Comune, la vecchia idea del Palavolley).

Gli appelli dei cittadini (abitanti di Parella e di altre zone), che chiedono di salvare il pratone e di farne un parco, non sono mai stati accolti. Anche i primi dubbi del Consiglio Comunale manifestati stralciando il pratone dal piano di dismissioni (ma solo per il 2020) non hanno intaccato le intenzioni dell’assessore all’urbanistica Antonino Iaria, che punta ad incassare gli oneri di urbanizzazione e facilitare l’operazione ai costruttori.

Ci si chiede quindi quale sia il valore delle centinaia di pagine del Piano Strategico dell’Infrastruttura Verde (approvato un mese fa) in cui il Comune si impegna a conservare e rafforzare gli ecosistemi della città, della Dichiarazione dell’emergenza climatica e ambientale approvata nel 2020, della Mozione a supporto della proposta di Legge nazionale che prevede l’arresto del consumo di suolo, approvata in Consiglio l’11 aprile.

Torino non ha affatto intenzione di fermare il consumo di territorio. I terreni vergini in piena terra, come quelli di Parella, per chi ci governa non vanno salvati ma sfruttati. Anche se di suolo quasi non ce n’è più. Anche se la città ha 10.000.000 mq di aree dismesse.

Le persone che vogliono salvare il pratone di Via Madonna della Salette da quasi due anni si stanno organizzando, riappropriandosi del pratone, imparando a conoscere meglio la vita segreta che lo abita, prendendosene cura.

Il Comitato invita tutti le cittadine e i cittadini all’inziativa di Sabato 24 aprile. Ci saranno musica, letture, giochi per i più piccoli (caccia al tesoro e laboratorio di semi), pulizia del prato. Ci si confronterà anche con Lucilla Barchetta, giovane antropologa, che presenterà il suo libro “La rivolta del verde. Natura e rovine a Torino”.

Difendiamo il patrimonio di tutte/i, preserviamolo per le prossime generazioni.

Sabato 17 aprile manifestazione indetta da Non Una Di Meno, per tutelare il diritto all’aborto libero, sicuro, accessibile

La Regione Piemonte, in piena emergenza Covid19, ha emanato un bando che consentirà alle organizzazioni anti-abortiste di proporre la loro propaganda ideologica all’interno di ospedali e consultori. Conosciamo bene le storie delle donne che sono state costrette a svolgere IVG a contatto con queste organizzazioni: sono storie di mortificazioni, difficoltà, traumi psicologici che ci ricordano come questi luoghi debbano rimanere liberi dalla propaganda delle associazioni anti-abortiste. Continueremo a lottare per un aborto libero, sicuro, gratuito e per una salute all’altezza dei nostri bisogni.

L’IVG, sebbene formalmente garantita, in Piemonte ed in tutta Italia è ancora oggi una lotta contro il tempo, contro la burocrazia e contro il personale medico obiettore di coscienza.

Non Una Di Meno 17/04 /2021

Per questo vogliamo rispondere e contrattaccare insieme: vogliamo difendere i diritti che abbiamo, ma vogliamo anche molto più di quanto contenuto nella legge 194! Vogliamo l’accesso gratuito alla contraccezione ed alle cure ginecologiche di ogni genere; l’accesso davvero sicuro, gratuito e garantito all’interruzione volontaria di gravidanza; vogliamo l’abolizione dell’obiezione di coscienza e la garanzia di accesso all’IVG in ogni ospedale; vogliamo un’educazione sessuale nelle scuole per una sessualità libera e consapevole; vogliamo consultori accessibili, accoglienti e finanziati dal pubblico, che non si occupino solo di cura delle sintomatologie, ma siano davvero luoghi a nostra misura ed aperti a tutte le età.

Non Una di Meno –  rete femminista, transfemminista e antipatriarcale

L’assessore Marrone-animazione di Pietro Perotti

Elezioni comunali. Sondaggio IPSOS commissionato dal PD pubblicato su Repubblica

A Torino il centrosinistra è sotto rispetto al centrodestra che avrebbe un vantaggio di due punti. Una forbice del 40-41% contro il 42-43% del centrodestra. Per vincere al primo turno è fondamentale l’alleanza con il Movimento 5 Stelle di Conte al primo turno, che il sondaggio di Ipsos commissionato dal Pd nazionale dà piuttosto alto, molto più delle previsioni locali, al 13%.Se non ci fosse l’accordo al primo turno resta la sfida al ballottaggio con tutte le incognite del caso. Il Pd è forte, al 30%, la Lega è in in discesa al 18% e Fratelli d’Italia in ascesa, al 12%.

Questo il quadro fotografato dal sondaggio che il responsabile Enti locali del Pd Francesco Boccia sta portando a Torino, dove cominceranno i colloqui con i rappresentanti del Pd locale, dai consiglieri comunali ai segretari provinciale e regionale. Il sondaggio rivela un dato piuttosto significativo, il giudizio sui torinesi interpellati sull’amministrazione di Chiara Appendino non è negativo come appare dalla rappresentazione comunicata dal Pd locale e dalle forze del centrosinistra: la maggioranza, il 55% esprime una valutazione che va da pessimo a insufficiente, ma il 45% dà un voto che oscilla tra il sufficiente e l’ottimo. Una situazione molto lontana dal “disastro” raccontato in questi anni.

Nessuno dei candidati sfonda. il livello di notorietà più alta è del rettore del Politecnico Guido Saracco, con un indice attorno al 39 per cento. Poi Mauro Berruto seguito da Stefano Lo Russo (attorno al 30), Enzo Lavolta e Gianna Pentenero. Altri indicatori sono stati testati nel sondaggio, dalla capacità di amministrare alla capacità di comunicare. Neppure Paolo Damilano ha al momento un indice di notorietà alto, il 40 per cento, appena un punto sopra il rettore del Politecnico. (…)

Estratto dall’articolo di Sara Strippoli su “Repubblica” edizione locale del 15/04/2021

per approfondire ecco il PDF della IPSOS:

torino elezioni comunali IPSOS

Rsa Servais: prosegue l’alleanza “malata” tra profit e no-profit? di Andrea Ciattaglia

In quest’anno e più di pandemia gli abitanti di Parella, popoloso quartiere nella periferia ovest di Torino, hanno visto dalle loro finestre crescere una contraddizione scandita dalle gru in fervente attività. Mentre le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) affrontavano, meglio subivano con una strage di migliaia di malati, la prima e la seconda ondata del Covid, mentre si dimostrava l’assoluta impreparazione e la mancata copertura sanitaria di queste strutture (pur destinate a pazienti malatissimi e non autosufficienti e tutte accreditate con il Servizio sanitario per svolgere funzioni in nome e per conto dell’ente pubblico), mentre le porte delle Rsa rimanevano sprangate a qualsiasi contatto umano tra degenti e loro parenti (annullando qualsiasi relazione umana) di fronte alle case degli abitanti di Parella cresceva la Rsa Servais: 240 posti letto (più dell’intero ospedale Martini) nel terreno all’angolo con via Bellardi pronti a ricoverare malati non autosufficienti a tariffe di oltre 3.000 euro al mese. Metà a carico dell’Asl, per i pazienti in convenzione; tutte sulle spalle dei clienti per gli altri.

A gestire la struttura, di prossima apertura, il gruppo Gheron, tristemente noto a Torino perché gestore delle due strutture Massimo D’Azeglio e Chiabrera (240 posti totali) nelle quali tra marzo e aprile del 2020 si registrarono decine di morti per Covid, ammissioni di pazienti positivi trasferiti dagli ospedali – secondo quanto permesso dalla scellerata delibera regionale del 20 marzo – che inevitabilmente, secondo i rilievi della Procura che indaga per «epidemia colposa», finirono per contagiare gli anziani malati già degenti e per determinare numerosi decessi.

Il benestare alla realizzazione della Rsa Servais venne dato nel 2018 dall’Asl Città di Torino, via libera assunto e avallato da una determina regionale ancora sotto l’amministrazione di centro-sinistra guidata da Sergio Chiamparino. Sul fatto che l’area potesse essere destinata anche alla costruzione di una Rsa hanno inciso le politiche urbanistiche del Comune dell’ultimo ventennio. Dal 2000 in avanti Palazzo Civico ha, di fatto, prima premiato i centri commerciali e poi le Rsa, insediamenti che condividono la caratteristica di generare oneri di urbanizzazione a favore delle casse del Comune, utilizzati per chiudere i bilanci dell’Ente.

Da almeno dieci anni è chiaro ai grandi investitori immobiliari che le Rsa sono un business assolutamente redditizio, che coinvolge più attori, sia del settore privato profit, sia di quello no-profit. Il ruolo di pagatori a piè di lista, praticamente senza alcuna possibilità, e in molti casi “volontà”, di controllo sulla qualità del servizio erogato, viene riservato all’ente pubblico (tutti noi) o ai privati cittadini malati (e le loro famiglie).

Il caso della Rsa in questione è emblematico della saldatura profit/no-profit. Due settori dell’economia per nulla alternativi, ma cooperanti in un sistema in cui la tutela della salute dei cittadini – dei più malati tra tutti i malati – è messa a reddito e deve generare profitto.

Nel caso della Rsa Servais il costruttore che ha rimesso a nuovo l’edificio, una ex sede direzionale, è Carron, colosso mondiale dell’edilizia e delle infrastrutture (portafoglio lavori al 31 dicembre 2019: 913 milioni di euro), che tra pochi mesi farà partire un altro cantiere a Torino per trasformare il «Lingottino» (l’ex Fabbrica pianoforti di corso Racconigi) in due Rsa da 120 posti affiancate, sul modello Chiabrera/D’Azeglio.

Il gestore di via Servais è il già citato Gheron (profit) titolare della convenzione con l’Asl/Regione che garantisce le entrate delle quote sanitarie per i pazienti in convenzione e il permesso di costruire una Rsa su un’area destinata a generici servizi; ma – se il modello della Rsa Servais replicherà quello delle altre strutture Gheron in tutta Italia – l’effettivo svolgimento delle mansioni all’interno della struttura sarà affidato alla cooperativa sociale (Terzo settore/no profit) Med Services, cooperativa di servizi alla persona che in base alla legge esercita «un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale». È a lei che fanno capo le assunzioni del personale, i rapporti con i professionisti esterni a partita Iva e persino il rapporto diretto con gli utenti/clienti giacché il personale con il quale avranno a che fare i ricoverati e i parenti fa capo alla cooperativa.

A partire da questo esempio, per nulla raro nella filiera di gestione di una Rsa, si può ben constatare che il no-profit si ritaglia uno spazio al servizio del profit, costituendone la faccia presentabile e spendibile per ricavarne tutti i benefici possibili, in una filiera in cui comanda chi «sta sopra» con l’obiettivo di fare utile. Nei fatti, la gestione delle Rsa vede coagularsi gestori di grandi o grandissime (internazionali) dimensioni che operano da soli (facendo cartello) o in una sinergia profit/no profit non tanto per arrivare a commesse più grandi, ma per sfruttare, in chiave di profitto, i vantaggi delle cooperative, tra le quali ci sono le più basse garanzie e condizioni contrattuali per i dipendenti.

 In questo contesto, quanto sono credibili le prese di posizione – a più riprese rilanciate da rappresentanti del Terzo settore e politici – sulla «differenza strutturale» del no-profit rispetto al privato che orienta la sua attività al profitto? Regge, alla prova dei fatti, la difesa del no-profit (e dei conseguenti aiuti economici ad esso indirizzati) motivata con una effettiva «difesa delle piccole strutture» e delle realtà senza scopo di lucro? L’esempio di Torino – e in generale del Piemonte, dove la Regione prevede di aumentare di 6mila unità i posti autorizzati in Rsa, 2.500 solo a Torino, che è facile prevedere verranno gestiti in prevalenza da grandi gruppi economici – dice che non è così e che le vittime dell’alleanza perversa tra profit e no-profit sono i malati non autosufficienti, utenti/clienti senza possibilità di alternativa.