Cura e critica dell’ordine di frontiera: il caso del Rifugio Massi di Oulx – di Giorgio Bono
Nel panorama delle migrazioni contemporanee, le pratiche di solidarietà rivolte ai migranti si
collocano frequentemente in uno spazio intermedio tra registro umanitario e registro politico. Nel
registro umanitario, la solidarietà si fonda principalmente sulla tutela immediata della vita e della
dignità delle persone migranti. L’intervento consiste nella risposta a bisogni urgenti: accoglienza,
alimentazione, assistenza sanitaria, orientamento e protezione, ossia forme di azione collettiva che
fondano la propria legittimità su valori universalistici e morali. In tale prospettiva, la solidarietà
appare come un’attività neutrale, centrata sulla sofferenza umana piuttosto che sul conflitto
politico. Tuttavia, come evidenziano gli studi sull’umanitarismo contemporaneo, la neutralità
costituisce spesso una rappresentazione parziale della realtà. Alcuni studiosi sostengono che
l’umanitarismo non opera mai al di fuori dei rapporti di potere, ma prende forma all’interno
di specifiche configurazioni politiche, istituzionali e morali. Anche quando l’intervento è
motivato dalla volontà di alleviare la sofferenza, esso seleziona problemi, individua soggetti
meritevoli di attenzione e stabilisce quali vite debbano essere protette con maggiore urgenza. Per
questa ragione, l’azione umanitaria produce sempre effetti politici, anche quando non si
presenta esplicitamente come azione politica.
Il concetto di «ragione umanitaria» (1) consente di descrivere il modo in cui i sentimenti morali
– in particolare la compassione per la sofferenza altrui – sono divenuti un principio
rilevante di legittimazione dell’azione pubblica. La ragione umanitaria non coincide soltanto con
l’attività delle organizzazioni non governative o con gli interventi di emergenza; essa indica un più
ampio linguaggio attraverso il quale istituzioni, amministrazioni, associazioni e cittadini definiscono
ciò che appare intollerabile e decidono come rispondervi. In questo quadro, la sofferenza non è
semplicemente riconosciuta: viene interpretata, classificata e trasformata in una base morale per
l’intervento. Questa prospettiva rinvia alla nozione di «economia morale» (2), con la quale viene
indicato l’insieme di valori, sentimenti e giudizi che orientano il modo in cui una società
comprende determinate situazioni e distribuisce attenzione, protezione e riconoscimento.
Nel campo delle migrazioni, l’economia morale non sostituisce i dispositivi giuridici e securitari, ma
li accompagna e ne modula l’applicazione. La figura del migrante può così essere rappresentata,
nello stesso tempo, come soggetto da controllare e come vittima da soccorrere. Non si tratta di
due logiche separate: compassione e repressione possono coesistere all’interno del
medesimo regime di governo.
Le società contemporanee attribuiscono un valore morale elevato alla preservazione della vita
biologica; tale principio, tuttavia, non si applica in modo uniforme. Le vite non ricevono la stessa
protezione, la stessa visibilità e lo stesso riconoscimento. L’umanitarismo interviene precisamente
nello spazio prodotto da queste disuguaglianze, cercando di salvare vite che le strutture politiche
ed economiche hanno esposto al pericolo, ma senza essere sempre in grado di trasformare le
condizioni che producono tale esposizione. La centralità morale della vita, la «biolegittimità»
(3), convive pertanto con una gerarchia concreta delle vite. Non è una denuncia morale
dell’umanitarismo né in una svalutazione delle intenzioni di chi presta aiuto. Al contrario, essa
prende sul serio la necessità e spesso l’urgenza dell’intervento. L’obiettivo è comprendere ciò che
la ragione umanitaria rende possibile e, nello stesso tempo, ciò che tende a oscurare. Traducendo
un’ingiustizia in sofferenza e una rivendicazione di diritti in domanda di compassione, il linguaggio
umanitario può depoliticizzare le cause della vulnerabilità. La questione non è dunque scegliere
tra soccorrere e contestare, ma interrogare le condizioni nelle quali la cura può limitarsi a
compensare gli effetti dell’ordine esistente oppure trasformarsi in una critica pratica di
quell’ordine.
Questa prospettiva permette di leggere l’azione del sistema di volontariato al rifugio Massi di
Oulx dentro una duplice tensione. Da un lato, l’accoglienza attenua concretamente le
conseguenze delle politiche di deterrenza e colma, almeno temporaneamente, le insufficienze
dell’intervento istituzionale. Sotto questo profilo, essa rischia di funzionare come una
compensazione umanitaria di un ordine di frontiera che rimane sostanzialmente immutato.
Dall’altro lato, proprio la cura dei corpi affaticati, feriti o esposti al freddo rende
materialmente visibile la distribuzione diseguale della protezione e mostra che la vulnerabilità
non è una qualità naturale dei migranti, ma l’esito di decisioni politiche, percorsi obbligati e
dispositivi di controllo. Il punto decisivo riguarda allora il modo in cui la persona migrante
viene riconosciuta all’interno della relazione di aiuto. Se l’intervento si limita a rispondere alla
sofferenza immediata, il migrante può essere rappresentato esclusivamente come vittima
vulnerabile. Quando, invece, l’accoglienza comprende ascolto, informazione, orientamento,
rispetto delle scelte e riconoscimento della capacità di agire, la cura può sottrarsi almeno in
parte alla riduzione umanitaria del soggetto al suo corpo. A Oulx, l’assistenza materiale può
così diventare anche restituzione di voce e di autonomia, mantenendo aperto il passaggio dalla
compassione alla rivendicazione di diritti.
Attraverso le pratiche quotidiane di accoglienza si rendono visibili gli effetti concreti delle politiche
di controllo delle frontiere e restituisce allo Stato l’immagine delle proprie contraddizioni: tra tutela
dei diritti umani e pratiche di esclusione, tra retorica umanitaria e deterrenza, tra solidarietà
istituzionalmente celebrata e solidarietà concretamente sospettata. L’accoglienza ai migranti a
Oulx mostra la distanza tra diritti dichiarati e diritti garantiti. In questo senso, esso non
rappresenta soltanto un luogo di assistenza, ma un dispositivo sociale rivelatore.
L’ibridazione tra registro umanitario e registro politico non deve dunque essere interpretata come
una semplice sovrapposizione di linguaggi diversi, ma come una caratteristica costitutiva della
solidarietà contemporanea ai confini europei. Nel caso di Oulx, essa si manifesta come una
continua tensione tra assistenza immediata e critica dell’ordine di frontiera, tra etica della
cura e contestazione delle disuguaglianze che producono la vulnerabilità migrante. Il valore
politico di queste pratiche non deriva automaticamente dalla loro intenzione morale: dipende dalla
capacità di non ridurre il migrante a vittima, di riconoscerlo come soggetto e di collegare la
protezione della vita alla rivendicazione di diritti. È proprio questa tensione a fare del sistema di
volontariato per migranti a Oulx un osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni
contemporanee della solidarietà e del governo delle migrazioni.
Note:
(1) Fassin, D. (2012). Humanitarian Reason: A Moral History of the Present. Berkeley:
University of California Press. L’espressione «ragione umanitaria» indica un modo di governare
fondato sulla mobilitazione pubblica dei sentimenti morali.
(2) Fassin, D. (2005). «Compassion and Repression: The Moral Economy of Immigration
Policies in France». Cultural Anthropology, 20(3), 362–387. L’articolo analizza la coesistenza di
pratiche repressive e concessioni motivate dalla compassione.
(3) Fassin, D. (2009). «Another Politics of Life Is Possible». Theory, Culture & Society, 26(5),
44–60. Il concetto di biolegittimità rinvia al valore morale attribuito alla preservazione della vita,
senza implicare che tutte le vite ricevano uguale protezione.







