Un filo collega Ceuta al colle del Monginevro – Oulx cambia il sistema di accoglienza dei migranti — DI Giorgio Bono
Le immagini sono impressionanti: migliaia di persone, in gran parte giovanissime, entrano
in acqua e, nuotando attorno agli scogli che delimitano il confine tra Ceuta e il Marocco,
cercano di raggiungere l’Europa.
Sono immagini che incutono paura. Mostrano la comparsa improvvisa di molte persone
straniere all’orizzonte, dirette verso di noi, verso le nostre case, le nostre famiglie, i nostri
beni. È la prospettiva degli abitanti di Ceuta, che vedono avvicinarsi migliaia di giovani
marocchini percepiti come una potenziale minaccia per loro e, più in generale, per tutti noi.
Ma esiste anche un’altra prospettiva: quella delle persone che si gettano in mare per
raggiungere la riva opposta. Tra loro, 84 persone sono morte nel tentativo di arrivare in
Europa. Migliaia di ragazzi fuggono dal Marocco, un paese autoritario che negli ultimi anni
ha investito molto nella propria economia, soprattutto nel settore delle infrastrutture, ma nel
quale persistono forti differenze tra chi vive nelle città e chi vive al di fuori dei centri
urbani, così come tra anziani e giovani. Partono perché intravedono la possibilità di uscire
dalla propria condizione e aspirare a una vita migliore.
In alta Val di Susa, al colle del Monginevro, ogni anno migliaia di uomini, donne, ragazzi e
bambini tentano di attraversare il confine, raggiungere la Francia e proseguire verso la
propria destinazione in Europa. Passano accanto a noi e ai turisti che affollano la montagna,
d’estate e d’inverno, con il sole e con la neve. Non incutono ancora lo stesso timore dei
ragazzi marocchini, perché sono numericamente meno; le ragioni che li spingono a superare
quella barriera non sono diverse: anche per loro l’obiettivo è una vita migliore.
Dal 2018, a Oulx, un sistema di accoglienza offre ai migranti in transito un approdo sicuro:
un luogo in cui riposare, rifocillarsi e prepararsi a riprendere il cammino. Da dove
provengono le persone che transitano da Oulx? I dati dell’ultimo mese restituiscono questo
quadro:

A luglio le partenze dei migranti diretti verso il confine francese hanno registrato un lieve
calo rispetto al mese precedente e alla media del periodo. Continua invece a crescere il
numero dei paesi di provenienza: nel mese ha raggiunto quota 56, confermando il carattere
fortemente internazionale della rotta alpina in Val di Susa.
L’analisi delle provenienze conferma la prevalenza del Sudan, teatro di una sanguinosa
guerra civile, seguito da Eritrea ed Etiopia. Il confronto tra i dati di luglio 2026 e quelli dei
dodici mesi precedenti mostra inoltre che Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea sono i paesi che
hanno registrato gli incrementi più significativi.

Il monitoraggio puntuale delle partenze verso il confine e la rilevazione dei respingimenti
costituiscono strumenti indispensabili per osservare e comprendere l’evoluzione del
fenomeno migratorio in Val di Susa.
Nel frattempo, il sistema di accoglienza dei migranti sta attraversando una profonda crisi, da
sempre punto di riferimento essenziale per il flusso migratorio in Val di Susa. Dopo otto
anni, la Fondazione Talità Kum, proprietaria dell’immobile e responsabile della gestione del
Rifugio, ha annunciato l’uscita dalla gestione della struttura, mentre i volontari si preparano
a costituire una associazione per provare a garantire la continuità degli interventi.
All’origine della crisi c’è soprattutto la mancanza di finanziamenti pubblici. La gestione del
Rifugio costa circa 800 mila euro all’anno: quasi la metà è destinata al personale, circa 100
mila euro alle utenze, mentre la parte restante serve a coprire i costi di gestione. Negli ultimi
15 mesi la struttura ha accolto oltre 18 mila persone.

«Ciò che più mi ferisce è il fatto di essermi ritrovato con il cerino in mano, senza percepire
interesse da parte di sindaci e istituzioni1», ha dichiarato don Luigi Chiampo, presidente
della Fondazione Talità Kum. «Oggi la gestione del Rifugio non è più sostenibile da parte
nostra. La Fondazione esce dal progetto, da qualsiasi continuità lavorativa e partecipativa2».
Il Rifugio è nato nel 2018, quando l’aumento dei passaggi lungo la frontiera alpina ha reso
necessario trasformare le prime esperienze spontanee di solidarietà in un progetto
organizzato. Da allora, in costante collaborazione con la rete del volontariato, ha offerto alle
persone migranti un letto, pasti caldi, docce, equipaggiamento per la montagna, assistenza
sanitaria di base e informazioni sui rischi dell’attraversamento verso la Francia.
Secondo don Chiampo, la crisi non è soltanto economica: «Sul tema accoglienza l’aspetto
politico è sempre determinante. Il problema non è mai economico, ma di riconoscimento: se
a livello istituzionale si riconosce una valenza, l’aspetto economico diventa una semplice
conseguenza3».
La mancanza di risorse non rappresenta soltanto un problema contabile: segnala il
progressivo arretramento delle istituzioni rispetto alla responsabilità di garantire
un’accoglienza adeguata lungo la frontiera. Il conseguente ridimensionamento operativo è
stato inevitabile: da marzo il Rifugio ha sospeso l’apertura diurna e, dal 1° luglio, l’accesso
alla struttura è consentito soltanto dalle 20 alle 8.
1 Rifugio Massi, l’addio della fondazione – luna nuova – 24 luglio 2026
2
idem
3
idem
L’uscita di Talità Kum dalla gestione del Rifugio non comporta però automaticamente la
chiusura definitiva di ogni forma di accoglienza. Il volontariato, che nel modello precedente
svolgeva una funzione complementare e relazionale, è ora chiamato a garantire una parte
sempre più ampia delle attività. La rete dei volontari ha deciso di provare a costituire un
nuovo soggetto associativo, capace di raccogliere competenze, risorse e disponibilità, senza
nascondere le difficoltà e l’incertezza del futuro.
Da quando il Rifugio ha progressivamente ridotto gli orari di apertura, la rete dei volontari
garantisce l’accoglienza nei pressi della stazione ferroviaria di Oulx. Sono stati installati due
container: uno destinato all’assistenza sanitaria e legale, l’altro alle attività dei volontari.
Gazebo e tavoli vengono montati ogni mattina e smontati la sera per distribuire pasti,
bevande e materiali, oltre a fornire informazioni. I turni sono garantiti dalle 6.30 alle 22.
Il passaggio dal Rifugio al presidio in stazione, però, non rappresenta un semplice
cambiamento logistico. L’accoglienza si trasferisce da uno spazio stabile e protetto a un
presidio all’aperto, più fragile e dipendente dalla disponibilità quotidiana dei volontari. È
una soluzione che durante l’estate consente di garantire almeno i servizi essenziali, ma che
rischia di rivelarsi insufficiente con il ritorno del freddo e della neve.
Oulx si trova così di fronte a un passaggio decisivo. Il modello costruito negli ultimi otto
anni, fondato su operatori professionali, volontari e contributi pubblici, si sta dissolvendo.
Al suo posto emerge un sistema più fragile, affidato soprattutto alla mobilitazione della
società civile.
Il futuro dell’accoglienza a Oulx dipenderà dalla capacità di trasformare questa
mobilitazione in un progetto sostenibile, che non potrà mai sostituire l’esistenza di un
servizio strutturato. La sfida non consiste nel tenere aperto un edificio, ma nel ricostruire
una responsabilità collettiva attorno alla frontiera. Una responsabilità che non può ricadere
esclusivamente su chi, giorno dopo giorno, monta un gazebo, prepara un pasto o offre
assistenza dentro un container nei pressi della stazione ferroviaria, ma che dovrebbe
chiamare in causa le istituzioni e l’intero territorio sul significato politico e umano
dell’accoglienza.
Giorgio Bono – volontario sistema accoglienza migranti a Oulx








